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domenica 19 maggio 2013

Il governo durerà


Molti commentatori politici sottolineano le contraddizioni esistenti nell’attuale maggioranza, sia fra i Partiti maggiori (ad esempio le posizioni  molto divergenti assunte inizialmente sulla vicenda IMU), sia all’interno degli stessi (ad esempio la surreale richiesta di ineleggibilità di Berlusconi fatta dal Capogruppo  PD al Senato Zanda “ a titolo personale” (sic!),  dopo che su questo punto non si è eccepito per 20 anni e appena dopo aver fatto un governo con Berlusconi) e nel PDL ( le iniziative di piazza contro la magistratura con la presenza di ministri).
Queste contraddizioni, a detta di tali osservatori,  potrebbero logorare rapidamente il fragile equilibrio che si è creato con l’”assunzione di responsabilità” che i maggiori partiti hanno dichiarato per dare vita al governo di larghe intese.
Non si può certo negare che esistano fibrillazioni e che queste rendano il percorso del Governo Letta più “in salita” di quanto inizialmente previsto, ma da qui a pensare che tali malesseri possano mettere seriamente a repentaglio la sopravvivenza del Governo ce ne corre e parecchio.
La situazione in cui si trovano attualmente PD e PDL ricorda “in piccolo” ( molto in piccolo) il rapporto fra URSS e USA ai tempi della Guerra Fredda: malgrado le fortissime tensioni, nessuna possibilità concreta di superare il “punto di non ritorno” perché entrambe in possesso di un deterrente micidiale.
Ma qual è il deterrente di cui dispongono i due contendenti nostrani?
Nel caso del PDL è il  rilevante e crescente consenso che questa forza ha ( malgrado tutti processi in corso e forse anche a causa di essi) in base all’unanime valutazione  delle intenzioni di voto fatte dai diversi Istituti che producono sondaggi politici. Se il PD volesse sfidare il PDL in una prova elettorale in tempi brevi e medi potrebbe uscirne frantumato, soprattutto se si votasse ancora con il porcellum.
Nel caso del PD il fatto che il Presidente Napolitano non consentirebbe mai una conclusione del Governo Letta prima del raggiungimento degli obiettivi di minima che sono stati i motivi della sua nascita. Se Napolitano si dimettesse, vi sarebbe la quasi certezza che, nell’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, il PD e il M5S non ripeterebbero i clamorosi errori di strategia che li ha portati a far vincere Berlusconi. E per lui sarebbe davvero la fine.
C’è poi un altro potente fattore che lavora contro l’ipotesi di una caduta del Governo ed è la “pubblica opinione”, cioè quei molti milioni di cittadini di diversi orientamenti politici che, pur contestando la corruzione e la intrinseca debolezza della classe politica, hanno  compreso e accettato, sia pure a malincuore,  la necessità di dare il “via libera” alle larghe intese, in un contesto in cui sono presenti tre forze politiche di peso quasi equivalente, di cui una ha deciso di tenersi fuori dai giochi, sperando nel fallimento delle altre due.
In effetti se i partiti tradizionali fallissero anche in questo ultimo tentativo, il Movimento 5 Stelle potrebbe ottenere un successo elettorale travolgente che cambierebbe in modo radicale il quadro politico nazionale, con rilevanti ricadute anche a livello internazionale, e con i rischi che sono connaturati ad una forza politica nuovissima,  che presenta rilevanti elementi di interesse ma non ha ancora compiuto il processo di maturazione necessario per guidare la “Nave Italia” nel mare procelloso che stiamo attraversando.
Data l’estrema consistenza e serietà di questi argomenti, i partiti che supportano il Governo hanno l’assoluta convenienza a far cessare una volta per tutte i toni stucchevolmente  preelettorali che tuttora permangono nelle loro comunicazioni pubbliche, adottare un approccio di “basso profilo” e concentrarsi nel trovare soluzioni sostenibili. Non c’è dubbio che il cumulo di attese che si è creato e si è scaricato sul governo  ( IMU, cassintegrati in deroga, esodati, precari, rimborsi alle imprese,  ecc) comporta il rischio di far saltare i vincoli  e gli impegni presi in sede europea. Come ha detto giustamente Letta “non possiamo fare miracoli”.
Se  invece prevalesse la logica del’ “assalto alla diligenza”, la pagherebbero carissima.


domenica 12 maggio 2013

Tagliare sul serio i costi della politica


Nel suo discorso in Parlamento in vista del voto di fiducia,  il Capo del Governo ha indicato chiaramente fra le priorità fondamentali per il rilancio del Paese la Riforma della politica. Cito alcuni passi del suo intervento:

“ Per cominciare bisogna recuperare decenza, sobrietà, scrupolo, senso dell’onore e del servizio e infine la banalità della gestione di un buon padre di famiglia. Ognuno deve fare la sua parte. …..
Su questo sfondo la riduzione dei costi della politica diventa un dovere di credibilità. Pensate ai rimborsi elettorali: tutte le leggi introdotte dal 1994 ad oggi sono state ipocrite e fallimentari. Non rimborsi ma finanziamento mascherato. Per di più di ammontare decisamente troppo elevato, come la Corte dei Conti ha recentemente confermato:2 miliardi e mezzo di euro dal 1994 al 2012, a fronte di spese certificate di circa mezzo miliardo.…………
Partiamo dunque dal finanziamento pubblico ai partiti, abolendo la legge troppo timida approvata l’anno scorso e introducendo misure di controllo e di sanzione  anche sui gruppi parlamentari e regionali. Occorre poi avviare percorsi che finalmente consegnino alla libera scelta dei cittadini, con opportuni interventi sul versante fiscale, la contribuzione all’attività politica dei partiti”.

Sono parole molto chiare che segnano un’inversione di tendenza rispetto al deleterio approccio consociativo del passato che ha prodotto  uno sperpero del denaro pubblico di dimensioni inaudite e scandali a  ripetizione sia a livello statale che territoriale, i quali  – in ambito regionale – hanno assunto un livello di diffusione e d’indecenza inimmaginabili.
Per questo motivo i cittadini si aspettano dalle Istituzioni, in particolare da quelle regionali che più hanno lasciato a desiderare, una linea di condotta inappuntabile, che porti ad un ridimensionamento reale dei costi della politica e dei privilegi della casta. Non ci sembra in linea con questo principio ciò che sta avvenendo nella Regione Lombardia ( ma pare che la situazione non sia migliore in molte altre regioni) in merito alla riduzione dei  predetti costi, alla quale fa riferimento la lettera seguente, recentemente inviata al Presidente della Regione. Questo documento è  la prima iniziativa del Gruppo di lavoro “Riforma della politica” che si è costituito nell’ambito di questo blog.

Milano 11 maggio 2013

Lettera Aperta al Presidente della Regione Lombardia
p.c.
al Presidente del Consiglio Regionale
al Presidente del Tavolo di lavoro per la riduzione dei  costi della politica
ai Consiglieri regionali

Oggetto: Emolumenti dei Consiglieri regionali

La stampa ha riportato recentemente la notizia che  è in corso di elaborazione una legge regionale mirante a ridurre i costi della politica in linea con quanto previsto dalla Legge statale 213/2012.
A quanto ci risulta una delle proposte presentate è quella di ridurre l’indennità di carica lorda dei Consiglieri regionali  da 8531 euro a 6600 euro mensili, aumentando contemporaneamente il rimborso spese  forfettario netto da  2341 euro a 4500 euro mensili. Al riguardo osserviamo quanto segue:
-          La riduzione netta dell’indennità è sensibilmente inferiore all’aumento netto del rimborso forfettario, il che non risponde ai criteri dichiarati di riduzione degli emolumenti

-          Il concetto stesso di rimborso forfettario è una contraddizione in termini; se di rimborso si tratta deve essere documentato e commisurato a quanto effettivamente speso

-          L’importo complessivo netto appare comunque sproporzionato rispetto alle remunerazioni vigenti per posizioni di  analoga responsabilità e impegno lavorativo di chi opera nel settore privato e nella pubblica amministrazione

-          La proposta è un escamotage per far apparire una riduzione senza attuarla realmente

Dato che la politica, se vuole riguadagnare credibilità agli occhi dei cittadini, deve dimostrare  serietà e sobrietà, Invitiamo gli organi competenti a predisporre una normativa che  risponda realmente allo spirito della legge nazionale  e non suoni offensiva nei confronti dei lavoratori che faticano ad arrivare a fine mese.
Cordiali saluti.

Per il Gruppo di  lavoro “Riforma della politica” del blog  “ La politica dei cittadini”
Il portavoce – Roberto Barabino


Il Movimento 5 Stelle ha ritirato il proprio rappresentante dal Tavolo di lavoro istituito dalla Regione per la riduzione dei costi della politica, al fine di segnalare il proprio dissenso dalla linea seguita dalla maggioranza.
E’ quindi necessario che il Consiglio Regionale, tenendo conto anche dei motivi di tale azione, trovi soluzioni in linea con la richiesta del Presidente del Consiglio riportata in precedenza, e che gli organi dello Stato preposti al controllo dell’operato degli Enti locali svolgano un attento monitoraggio , anche in via preventiva, sulle iniziative legislative avviate in questa delicata materia.
Auspichiamo infine che la stampa segua con particolare attenzione l’iter di approvazione della proposta di legge suindicata,  e di quelle analoghe delle altre Regioni, al fine di segnalare all’opinione pubblica eventuali ulteriori distonie.



lunedì 6 maggio 2013

Senso del pericolo e responsabilità: fattori determinanti delle fortune politiche


Ho deciso di trattare questo tema perché mi sono convinto, in base agli eventi degli ultimi mesi, che un lungo ciclo politico, fatto di promesse non mantenute, si sia concluso in quanto i cittadini – pressati dalla crisi economica – si sono stancati di vane parole e chiedono soluzioni.  Ciò ha prodotto un’estrema mobilità dei voti  perché molti elettori non sono più condizionati da pregiudiziali ideologiche e sono disposti a cambiare anche radicalmente le proprie scelte politiche se si sentono “traditi”. Questo è un fenomeno assolutamente nuovo, di portata storica.

Cito alcuni fatti a supporto della mia tesi:
-          Il Movimento 5 Stelle si è presentato alle elezioni politiche per la prima volta ed ha ottenuto oltre un quarto dei voti, fatto mai avvenuto in alcun paese del mondo
-          Il PDL, dato quasi per morto a gennaio (12% nei sondaggi) è oggi, nelle intenzioni di voto, la prima forza politica
-          Il PD che a gennaio era, nelle intenzioni di voto, sopra di oltre 10 punti al PDL , non solo non ha vinto le elezioni ma, se si facessero nuove consultazioni a breve, rischierebbe una sonora sconfitta
La conseguenza di questo fenomeno è che nessun partito può più contare su rendite di posizione e deve convincersi che, o contribuisce alla soluzione dei problemi del Paese, oppure verrà “bastonato” dagli elettori.
In una recente trasmissione televisiva Giuliano Ferrara, parlando a proposito dell’elezione del Presidente della Repubblica, ha detto che Berlusconi “se l’è cavata per un pelo” in quanto ha rischiato davvero di essere spazzato via dalla scena politica, se sul nome di Prodi non ci fosse stata la manovra dei “101 traditori” nel PD.
Concordo con lui e ritengo opportuno evidenziare che, oltre a un pizzico di fortuna, nell’esito per Berlusconi positivo della vicenda ha giocato molto il suo acuto senso del pericolo.
Già molto prima di questa elezione, sentendo avvicinarsi uno tsunami, Berlusconi ha dismesso i panni del leader barricadero e ha indossato quelli dello statista, compreso dei gravi problemi del Paese e interessato soprattutto alla loro soluzione. In occasione dell’elezione del Presidente ha indotto anche i suoi più fidati collaboratori a mettere la sordina alle polemiche e a seguirlo nella “logica della responsabilità”: è significativo al riguardo il mutato atteggiamento delle “amazzoni” e, in particolare di Daniela Santanchè.
Sapendo che la partita era dura, ha giocato la carta della massima disponibilità, consentendo che a tutte le principali cariche del Paese ( Presidenti di Camera e Senato, della Repubblica e del Consiglio) arrivassero esponenti della sinistra. Non facendo resistenza ha impedito che questa parte politica si compattasse contro di lui; ciò ha favorito la divisione del PD sul nome di Prodi, la cui eventuale elezione avrebbe significato la fine politica di Berlusconi, e poi la virtuale scomparsa del suo  partito.
A differenza di Berlusconi, Grillo – inebriato dall’improvviso e inatteso successo elettorale - ha ritenuto di dover continuare,  anche dopo che i suoi eletti sono entrati in Parlamento, a inveire contro tutti e a mantenere un atteggiamento di totale rifiuto (“con loro non ci mescoleremo mai”), non capendo che in questo modo perdeva un’occasione storica di porre fine all’epoca berlusconiana e correva il grave rischio di un futuro clamoroso flop elettorale, di cui una chiara avvisaglia è venuta nelle elezioni in Friuli – Venezia Giulia, dove il M5S ha perso un terzo dei consensi ottenuti alle politiche. Il problema è che, in politica, i treni spesso passano una volta sola e, se non li si prende al volo, diventa impossibile recuperare.
Nella trasmissione  “Servizio pubblico” Massimo Cacciari, di cui apprezzo spesso le acute analisi politiche, ha detto che Grillo ha ottenuto ciò che voleva : cioè indurre PD e PDL all’inciucio , su cui lucrare alle prossime elezioni.  L’ipotesi è suggestiva, ma presenta notevoli rischi. Lascio la parola, al riguardo a Luca Ricolfi che, nell’articolo  “Il vantaggio del velo d’ignoranza” su La Stampa del 26 aprile ha scritto opportunamente: “Se il governo Letta fallisse, e i partiti maggiori rimandassero in scena il mortificante spettacolo di questi anni, Grillo potrebbe anche puntare al 51%, naturalmente dopo essersi trasformato in un partito di governo , con un programma e una squadra credibili. Se invece il governo letta dovesse avere successo, e il PD trovasse il modo di restare sulla scena (magari con due partiti), al movimento di Grillo potrebbe toccare un destino non molto migliore di quello dell’Uomo Qualunque, una meteora improvvisamente apparsa nel cielo della politica italiana e poi inabissatasi per sempre”.
Il rischio maggiore che accomuna i due leader è la difficoltà di tenere a freno il proprio narcisismo, che in entrambi è molto sviluppato. Questo atteggiamento di autocompiacimento ha fatto sì che Grillo, chiudendosi a ogni accordo,  offrisse a Berlusconi un formidabile “assist” che ha consentito a quest’ultimo di “mettere in rete”, diventando il vincitore di fatto del post-elezioni. Ma Berlusconi potrebbe restituire il favore se non controllasse la tentazione sua e dei suoi  di stravincere, che si è manifestata chiaramente nella vicenda dell’IMU, con la pretesa di una cancellazione immediata e totale dell’imposta sulla prima casa, senza indicare i modi per finanziarla.
Quanto al PD, è evidente che deve sviluppare la percezione del pericolo, che gli è completamente mancata in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica ,e che lo ha indotto ad un clamoroso autogol.
Chi vuole acquisire il consenso dei cittadini deve dimostrare (come ha fatto Berlusconi in una prima fase) di essere disposto a “fare un passo indietro” , non puntando al proprio immediato tornaconto, in nome del senso di  responsabilità,  ma deve poi dar seguito a tale intenzione con i fatti. Se gli elettori scoprono di essere davanti ad una finzione ( come spesso  è accaduto con le promesse berlusconiane) ritireranno la fiducia e “cambieranno cavallo”. Le scelte fatte per puri  motivi elettorali si riveleranno un “boomerang”.
In questa situazione, se si dovesse arrivare a elezioni anticipate, verrà premiato chi saprà dimostrarsi più coerente, agli occhi degli elettori, nel rapporto fra un “ dire” ragionevole e un “ fare” effettivo.

sabato 27 aprile 2013

Una proposta di collaborazione fra cittadini attivi, giornalisti e politici

Secondo diverse agenzie internazionali in Italia la libertà di stampa è limitata. Tuttavia  vi sono, nel nostro Paese, eccellenti giornalisti d’inchiesta che hanno denunciato scandali e degenerazioni della politica, fra i quali  :  Milena Gabanelli  con il suo “Report”, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, autori fra l’altro del libro “La Casta” che ha avviato  il filone delle inchieste giornalistiche su questi temi,  Mario Giordano, autore di numerosi libri di denuncia, di cui l’ultimo “Spudorati” tratta dei costi della politica. Inoltre la stampa quotidiana e periodica informa ampiamente e spesso in modo accurato di quanto emerge dalle inchieste giornalistiche e giudiziarie.
Mal grado le forze politiche abbiano probabilmente raggiunto il livello più basso di credibilità nella storia italiana, vi sono in Parlamento e in altre assemblee elettive molte persone serie che si danno da fare per cogliere e rappresentare degnamente le istanze dei cittadini e i bisogni del Paese.
Vi sono però limiti nella loro azione: i giornalisti “inseguono la notizia”: quando questa è data, i successivi sviluppi spesso vengono tralasciati. Faccio un esempio: nei giorni scorsi è stata pubblicata con evidenza la notizia della richiesta fatta dal Presidente del Senato ai senatori interessati di scegliere se mantenere l’incarico in tale assemblea o altro con esso incompatibile. IL giorno successivo è stato segnalato che la maggior parte di loro si erano adeguati ma che tre erano ancora inadempienti. Può darsi che mi sbagli, ma non mi pare che il pubblico sia stato informato se questi tre si sono poi adeguati.
Per quanto riguarda i politici, la buona volontà del singolo è relativamente impotente se si verificano, a livello collettivo, fenomeni di collusione  diffusa quali, ad esempio, quelli che hanno consentito di aggirare con i cosiddetti “rimborsi spese” il referendum del 1993 che ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti e quelli che hanno permesso alle Regioni di moltiplicare a dismisura i rimborsi fasulli,  il finanziamento ai gruppi politici, l’abuso di tali risorse e, con l’eliminazione dei Co.Re.Co (Comitari Regionali di Controllo)  hanno impedito di porre un freno a tale malcostume.
Cosa possono fare al riguardo i cittadini attivi ( come coloro che leggono questo blog)?  Credo almeno due cose:
-          Rilevare tutte le notizie che  vengono lasciate monche, come quelle citate e chiedere ai giornalisti di completarle
-          Tenere contatti con i politici che sono interessati al bene comune ( qualunque sia la loro parte politica) e supportare, con lettere alla stampa cartacea e online, e con altri mezzi, le loro battaglie. Verificare, con il loro aiuto, la legislazione vigente e in corso di approvazione  onde evitare “imbrogli” come quello avvenuto dopo il referendum citato.
Se, come spero, si formerà presto il Governo, che ha dichiarato fra i suoi punti principali la riforma della politica e la lotta a privilegi della casta, questo potrebbe essere il primo terreno di collaborazione.
A questo fine pubblico di seguito una lista di temi da tenere presenti:
1 – Abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti
2 – Contenimento numerico e riduzione delle assemblee elettive
3 – Riduzione degli emolumenti e dei privilegi degli eletti
4 – Emanazione di una legge per regolare i partiti politici in linea con l’art. 49 della Costituzione
5 – Riduzione del numero dei mandati elettivi
6 – Applicazione delle norme che vietano il cumulo delle cariche
7 –  Divieto di nominare ex-politici in  ruoli direttivi di aziende pubbliche
8 – Cesura del rapporto fra politica e affari
9 – Pubblicazione online dei patrimoni e dei redditi dei politici
10 – Ripristino del controllo sugli enti locali

Chiedo ai lettori di farmi sapere cosa pensano di questa proposta e, nel caso la valutino positivamente, di dare suggerimenti per la sua attuazione e il suo miglioramento.
Chi poi desidera partecipare attivamente alle azioni collaborative descritte in precedenza, è pregato di farmelo sapere.
Sono molto gradite anche le opinioni di giornalisti e di politici.

domenica 21 aprile 2013

Perchè il PD è esploso e come rimediare


Il miglior commento al disastro prodotto dalla dirigenza del Partito Democratico è, a mio avviso, quello di Benedetto Della Vedova, parlamentare di Scelta Civica, che ha detto “Il PD è la prima squadra che riesce a fare autogol tirando un calcio di rigore”. Questa paradossale ma efficace metafora calcistica evidenzia bene una sindrome antica del maggiore partito della sinistra: l’incapacità di vincere, anche quando le situazioni sono favorevoli al massimo.
Le cause di questo paradosso sono tradizionalmente tre, cui se ne è aggiunta recentemente una quarta. Vediamo anzitutto quelle più radicate:
1 – la presunzione di “essere migliori”
E’ tipica del pensiero di sinistra l’idea che chi la vede diversamente da loro o è in malafede o è stupido.
Questa è la principale ragione per cui tre quarti degli italiani non vota a sinistra.
2 – il considerare l’avversario come “nemico”
Apparentemente anche il centrodestra demonizza l’avversario (l’accusa ai democratici di essere “comunisti”); ma la differenza sta nel fatto che per il centrodestra, e per Berlusconi in particolare, l’accusa di comunismo è un escamotage retorico, mentre quelli di sinistra credono davvero che Berlusconi sia “l’uomo nero”.
3 – la pratica del “fuoco amico”
I leader della sinistra non vengono mai “uccisi” dagli avversari politici ma dai loro compagni di partito.
Quello che il PD è riuscito a fare con Marini e Prodi è solo il capolavoro di una pratica antica.
Vi è poi un fenomeno che si è manifestato per la prima volta proprio in occasione delle recenti elezioni presidenziali, e cioè:
4 – la “dipendenza” dalla Rete
I parlamentari del PD, soprattutto ma non solo i giovani, sono stati letteralmente bombardati da mail, sms, tweet di militanti ed elettori, che protestavano contro le decisioni della dirigenza e che li hanno indotti ad agire emotivamente anziché lucidamente.
Per cercare di ricostruire un partito decente dalle macerie di quello scomparso, la dirigenza ma anche i militanti  e gli elettori del PD  devono  fare queste cose:
A -  “scendere dall’albero della superbia”: consiglio loro di leggere il libro sulla vita di Papa Francesco e, soprattutto, di osservarne quotidianamente i comportamenti: impareranno che l’umiltà è il mezzo più potente per cambiare il mondo, che è la loro mai realizzata aspirazione.
B -  “ uscire dagli steccati ideologici”. E’ quello che ha ben compreso Matteo Renzi: se non si cercano anche i voti di chi la pensa diversamente non si può vincere.
C -  “rispettare gli avversari” il che non significa una mera adesione di facciata al fair play istituzionale (evitando, ad esempio,  di parlare degli altri come degli “impresentabili”), ma quella di capire in profondità che una cosa è il giudizio morale e un’altra il giudizio politico.
Che Berlusconi sia moralmente  censurabile è ovvio, come è ovvio che  la sua disinvoltura e il suo narcisismo hanno provocato un grave danno all’immagine, e non solo, del nostro Paese. Tuttavia se, malgrado tutto ciò, 10 milioni di persone lo votano, è perché lo ritengono, perlomeno, il male minore. Le recenti vicende del PD danno loro ragione:  nel momento del bisogno, il centrodestra ha saputo, sia pure strumentalmente,  mettersi a disposizione mentre il PD, pur di evitare di contaminarsi con “l’immondo nemico”, ha preferito autodistruggersi.
D -  “capire che il compromesso non è l’inciucio”
Avendo la dirigenza del PD e dei suoi predecessori lungamente “inciuciato”, negli ultimi 20 anni,  con il centrodestra fino a portare il Paese sull’orlo del baratro, ora la base teme che qualunque  ricerca di accordo sia sintomo di malaffare e ciò impedisce di guardare alla sostanza delle proposte.  Il lavoro dei “saggi” hadimostrato che, se si guarda alla sostanza, si può giungere a soluzioni accettabili da tutte le parti.
E – “esercitare la delega ricevuta ascoltando, ma non subendo, la base
Chi è rappresentante del popolo deve guardare all’interesse del Paese e non a quelli di parte. Deve essere quindi capace di collocare le richieste della propria parte politica in un quadro più ampio e resistere alle pressioni che possono precludere le soluzioni.

lunedì 15 aprile 2013

Berlusconi, Bersani, Grillo, Monti: l'Italia vi guarda



Milano, 15 aprile 2013

 Lettera aperta ai leader

Berlusconi, Bersani, Grillo, Monti: l’Italia vi guarda

Le due recenti,  quasi contemporanee,  iniziative di piazza del PD a Roma e del PDL a Bari testimoniano che è già  in atto una campagna elettorale strisciante ed una serie di mosse tattiche tendenti a influenzare le azioni dell’avversario in vista delle prossime scadenze: elezione del Capo dello Stato e  nuovo Governo.
Tali comportamenti che sarebbero del tutto fisiologici in condizioni normali, non lo sono affatto nella drammatica situazione attuale del Paese, rimarcata dal forte richiamo,  fatto a Torino dalle organizzazioni dei produttori e dei lavoratori , ad un forte senso di responsabilità e a decisioni rapide da parte delle forze politiche e sintetizzato nell’espressione usata dal Presidente di Confindustria “Il tempo è scaduto ed è scaduta anche la nostra pazienza”, frase certamente condivisa da larga parte degli italiani.
In parallelo il leader del  Movimento 5 Stelle accusa i partiti tradizionali di collusione  per il tentativo di rinviare  “sine die”  l’avvio delle commissioni parlamentari, impedendo così al Parlamento di lavorare e disinnescando il potenziale di cambiamento che lo stesso movimento rappresenta. Nello stesso tempo però  questa nuova forza politica rifiuta, almeno ufficialmente,  qualsiasi offerta di collaborazione, lasciando di fatto alle altre forze il compito di sbrogliare la matassa. Posizione apparentemente comoda ma che non esonera il M5S dall’assunzione di responsabilità, pena una futura grave penalizzazione sul piano elettorale.
Il Presidente Monti, intervistato da Fabio Fazio, ha confermato la posizione di Scelta Civica favorevole a larghe intese sia per l’elezione del Capo dello Stato che del nuovo Governo.
Le esigenze da salvaguardare sono le seguenti:
-          Il futuro Capo dello Stato deve essere una figura capace di rappresentare l’intero Paese e non solo una sua parte.
Tutto il sistema politico, compreso il M5S, giocherà la sua credibilità in funzione della qualità dei candidati che verranno proposti, del loro essere “super partes”,  del tempo che verrà impiegato per l’elezione. Se la politica, vecchia e nuova, vuole essere affidabile agli occhi dei cittadini, il Presidente dovrà essere eletto a larga maggioranza entro le prime tre votazioni che richiedono appunto, una maggioranza qualificata.

-          Il futuro Governo non potrà essere né un governissimo, per il quale non vi sono le condizioni di agibilità politica, né un governicchio, che non risponderebbe all’esigenza di affrontare una crisi drammatica.

Le larghe intese dovranno dar luogo a un governo di scopo, finalizzato alle più urgenti riforme a e agli interventi necessari a rilanciare economia e occupazione, ricco di una forte investitura e  con netta valenza politica. Non dovrà, quindi essere composto di ” tecnici”  ma neanche dagli esponenti maggiori delle forze politiche che lo sosterranno. Le personalità capaci di svolgere ruoli di premiership e di governo  non mancano nelle Istituzioni e nella Società civile e spetta ai partiti individuarli e proporli al Parlamento.

-          L’eventuale successivo ricorso alle urne per ristabilire condizioni di piena dialettica fra le forze politiche non potrà avvenire prima della modifica della legge elettorale e della riforma della politica, a partire dal finanziamento pubblico ai partiti.
Il lavoro dei “saggi” incaricati dal Presidente della Repubblica di presentare proposte, che verranno consegnate al nuovo inquilino del Colle, è per molti aspetti condivisibile, ma conferma l’attuale, fallace orientamento dei partiti tradizionali a favore del finanziamento pubblico, che non può essere accettato, come ho già segnalato nella mia lettera del 15 marzo u.s..
 Ribadisco che il finanziamento pubblico, mascherato da “rimborso elettorale”, è stato  non solo il più grave schiaffo dato alla sovranità popolare negli ultimi 20 anni, avendo disatteso totalmente e furbescamente l’indicazione data dai cittadini nel referendum del 1993, ma ha dimostrato di essere un autentico “cancro”. perché ha fatto vivere i partiti in un  mondo totalmente protetto, troppo ricco  e autoreferenziale, da cui sono scaturiti i grandi e diffusi fenomeni di corruzione che hanno portato all’attuale crisi della politica.
Il finanziamento va abolito e sostituito con l’8 per mille e altre donazioni volontarie come avviene nelle migliori democrazie.
I cittadini seguiranno attentamente gli sviluppi della situazione  e ne trarranno le dovute conseguenze.
Buon lavoro nell’interesse del Paese  e cordiali saluti.
Roberto Barabino
 Blog “La politica dei cittadini” (www.civicum.blogspot.com

sabato 6 aprile 2013

Renzi: un leader nazionale

Nel post del 21 novembre 2011 “Matteo Renzi: un potenziale leader nazionale?” (visibile cliccando sul seguente link: http://civicum.blogspot.it/2011/11/matteo-renzi-un-potenziale-leader.html) ho analizzato pro e contro della sua candidatura ad un ruolo di primo piano nella politica italiana ed ho messo in evidenza il singolare apprezzamento della sua figura da parte di elettori di diverse parti politiche, che ne facevano un caso unico nel panorama del nostro Paese.
Oggi, a un anno e mezzo di distanza, la sua popolarità è aumentata ( ha fiducia in lui il 56% degli italiani; Bersani è al 29%), a mio avviso per queste ragioni: ha confermato ad alta voce ciò che pensa la gente e cioè che il taglio dei costi della politica, a partire dal finanziamento pubblico ai partiti, è la priorità numero uno, senza la quale è impossibile procedere, in modo credibile, ai  tagli della spesa pubblica ed alle riforme; ha superato l’ambiguità iniziale sui suoi destini politici affermando chiaramente la sua intenzione di candidarsi alla guida del Paese, ha mantenuto, dopo le primarie, un atteggiamento assolutamente leale nei confronti del vincitore delle stesse, cosa rara in politica, ha preso una netta posizione contro il “corteggiamento” del Movimento 5 Stelle, che ha portato Bersani in situazioni imbarazzanti e talvolta umilianti senza produrre risultati.
E’ stato ridimensionato anche  il principale dei punti deboli da me segnalati, cioè la posizione di “ispiratore” assunta, nel suo entourage, da Giorgio Gori , per 11 anni coordinatore delle reti Mediaset, a mio avviso inquietante. Gori non è stato eletto al Parlamento ed  ha lamentato scarso supporto da parte del leader.
Nei giorni scorsi, di fronte alla continua “melina” con cui si stavano svolgendo i riti della politica, Renzi ha rotto gli indugi e chiesto al Partito di prendere una decisione: o un accordo con Berlusconi (accordo, non inciucio), legittimato dal fatto che circa 10 milioni di persone hanno votato per il centrodestra e dall’inesistenza di serie alternative, oppure il voto. Questa mossa conferma il  suo ben noto coraggio e ne dimostra l’acquisita maturità politica: Renzi sa bene che il timore per la sua discesa in campo può portare a un accordo  Bersani-Berlusconi tale da tagliarlo fuori dai giochi, almeno per un certo tempo, ma ha deciso di correrlo per far uscire il PD dalla china discendente in cui si è avviato con l’assurda rincorsa ai grillini  (e l’altrettanto assurda esclusione pregiudiziale nei confronti del centrodestra) e che è pienamente  confermata dai sondaggi. Con ciò ha dimostrato di saper anteporre gli interessi del Paese e del partito a quelli personali. Come ha ben detto su “La Stampa” di ieri Luca Ricolfi “è curioso che a restituire l’onore al PD non siano i  pasdaran di Bersani che sulle “radici” e sull’identità del partito avevano puntato tutte le loro carte, ma questo ragazzino bizzoso e un po’ strafottente che però della politica pare avere un’idea alta. Un’idea secondo cui la parola data si mantiene, quel che si pensa lo si dice, gli avversari si battono in campo aperto, gli elettori – tutti gli elettori – meritano rispetto”.
Quale che sia l’esito, a lui più o meno favorevole, delle trattative in corso fra le forze politiche, Renzi ha dimostrato una statura tale da giustificare pienamente le sue aspirazioni alla premiership. Tolgo quindi il punto interrogativo che avevo posto nel titolo del mio precedente post a lui dedicato e affermo, con il titolo di quello presente, la sua legittimazione a guidare il Paese.
Se il PD avrà l’accortezza di affidarsi a lui, potrà vincere, alla prossima tornata elettorale, in entrambi i rami del Parlamento; se non lo farà, dovrà probabilmente affrontare una dolorosa scissione.