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martedì 11 novembre 2014

La partita a poker



Con la notizia ufficiosa delle prossime dimissioni di Napolitano è iniziata la partita finale fra le forze politiche prima delle prossime elezioni  che, a seconda del suo esito, potranno essere nella primavera  del 2015 o molto più avanti.
L’arbitro della contesa ha invitato i giocatori a mettere le carte in tavola, dopo aver tentato inutilmente di ottenere da loro risposte soddisfacenti sul piano delle riforme e degli impegni istituzionali.
Ora  ciascuna forza dovrà assumersi le sue responsabilità e correre i rischi conseguenti , non potendo più contare sulla tecnica del  bluff, cioè il rinvio ad oltranza, che conserva le poltrone di maggioranza e di opposizione, ma non consente le soluzioni di cui il Paese ha bisogno.
Al  tavolo ci sono  principalmente quattro giocatori: Berlusconi, Grillo, Renzi  e Salvini. Vediamo le loro posizioni.
Berlusconi è fortemente indebolito dai forti conflitti interni al suo partito, che ha molta difficoltà a controllare, e dalla caduta verticale dei consensi, certificata da vari sondaggi. Ha quindi l’interesse a trovare un accordo, rinnovando il Patto del Nazareno,  per restare al centro della scena, ma  ha il timore che Renzi, una volta approvata la legge elettorale, se ne serva per andare presto ad elezioni e sfruttare il momento a lui favorevole, prima che la crisi tuttora in  corso eroda anche i suoi consensi. Così facendo, però, i contrasti con l’opposizione interna a Forza Italia sono destinati ad acuirsi.
Grillo è riuscito per un pelo a sedersi al tavolo da gioco, da cui si era autoescluso, mediante l’accordo raggiunto col PD sulla nomina di un membro del CSM ed uno della Consulta. Forse sono state le recenti elezioni amministrative, in cui il Movimento 5 Stelle ha avuto, in alcune zone, una caduta impressionante (a Reggio Calabria, ad esempio, è passato dal 28% delle politiche a meno del 2%) a indurlo a scendere dall’Aventino e a cercare di  negoziare scelte politiche rilevanti, cosa che finora si era sempre rifiutato di fare. Grillo è un sostenitore della necessità di andare presto ad elezioni e ciò potrebbe essere la base per una convergenza con Renzi, se Berlusconi non desse una risposta positiva alle richieste fattegli dal Premier. In questa eventualità i due potrebbero battersi , con una nuova legge elettorale molto maggioritaria, per la leadership  nell’agone politico nazionale.
Renzi  è consapevole che, se non riesce a procedere con le riforme tanto annunciate la sua credibilità e quella del Paese ne soffriranno molto, con pesanti conseguenze in termini di aumento dello  spread, di sostenibilità del debito pubblico e di possibilità di contare in Europa,  cosa cui  lui ambisce. Essendo coraggioso e spregiudicato, non c’è dubbio che giocherà  duro, andando a “vedere” i bluff degli altri giocatori. L’ultimatum sulla legge elettorale dato a Berlusconi  rientra in questa strategia.  E’ questo il motivo per cui non condivido l’opinione espressa da Massimo Cacciari  ( di cui peraltro apprezzo molte posizioni) nella trasmissione “Piazzapulita”, secondo cui l’accordo sulle candidature alla Presidenza della Repubblica verrà fatto con chi contribuirà alla nuova legge elettorale. Anche se questo esito non si può certo escludere, penso che Renzi si terrà le mani libere e procederà un passo alla volta, seguendo il principio ormai consolidato “le riforme si fanno con chi ci sta”; quindi i soggetti dell’accordo potrebbero essere diversi nelle prossime “mani” del  poker: legge elettorale, elezione del Presidente, riforma del Senato, Jobs Act.
Salvini è l’outsider, che è riuscito a sfruttare la crisi del  maggiore partito di centrodestra per  trovare uno spazio politico molto ampio, dimostrato dal successo della manifestazione d i piazza a Milano e dalla forte crescita dei consensi  ottenuti nei sondaggi. Oggi Salvini è secondo solo a Renzi  per potenziali preferenze elettorali.  Un forte contributo alla forza della Lega e del nuovo soggetto politico nazionale che da essa potrebbe scaturire verrà certamente dai movimenti  antagonisti della sinistra che, con il loro scriteriato e controproducente assalto al Segretario leghista, testimoniano in modo inequivocabile la presenza di forze antidemocratiche che è necessario arginare e ridimensionare. Ciò può spingere parte dell’elettorato moderato verso chi  a queste forze si oppone senza peli sulla lingua e con determinazione.
Riprendendo quanto avevo scritto nel precedente post, il quadro politico è sempre più in movimento e ciò, anche se comporta grossi rischi, è un bene in quanto dimostra che nessuno, maggioranza e opposizione,  può più vivere di rendita  in un Paese che è ancora sull’orlo del precipizio e in cui il cambiamento “s’ha da fare”, volenti o nolenti.
E’ impossibile dire ora quale sarà l’esito del duro confronto in atto, ma quello che è certo è che  “bisogna stare in partita”: chi si defila, avrà grosse difficoltà a rientrare e potrebbe uscire dal gioco senza alcuna “fiche”.

martedì 21 ottobre 2014

Quadro politico in movimento




La recente intervista domenicale di Barbara d’Urso a Renzi sulla principale rete Mediaset e il grande raduno di piazza a Milano,con 40000 persone, organizzato dalla Lega sono i fatti politici più rilevanti di questi giorni.
Il primo perché sancisce in modo definitivo l' intenzione del Segretario del PD  di raccogliere voti nell’area moderata e il  probabile successo della sua iniziativa visti gli applausi scroscianti che hanno accompagnato l’intervista. Il secondo perché indica che anche a destra c’è movimento e che esiste un’ampia fascia dell’elettorato moderato che non si fa incantare dalle pur allettanti sirene di Matteo Renzi e che non è disposto a rinunciare alla propria identità politica.
Sull’intervista a Renzi ha scritto un bell’articolo Filippo Ceccarelli su “La Repubblica” in cui, dopo aver evidenziato che il Partito della Nazione, cui sta pensando il Premier, “non solo sta prendendo il via ma passa anche attraverso Barbara D’Urso”, ricorda che  l’intervista è il punto terminale di un giro in tutte le reti Mediaset e  aggiunge “ il fatto che abbia coronato il suo pellegrinaggio televisivo da lei, pure con selfie sbaciucchione e contorno di bonus alle mamme e omaggi alle nonne, n qualche modo sanziona che un certo vasto pubblico lo avverte come il sostituto, il continuatore, il successore, l’erede, il  vero figlio evoluto o reincarnato di Berlusconi”. Di fronte alla prospettiva  di un “partito del leader, frutto di una massiccia convergenza al centro, in una repubblica presidenziale fondata su una democrazia d’investitura” Ceccarelli conclude con questa considerazione “Ci si può ridere, ci si può avvilire, come sempre sarebbe meglio capire, o almeno provarci, possibilmente con serenità”.
Condiviso questa analisi perché non c’è dubbio che le scelte provocatorie e dirompenti di Renzi suscitano sconcerto e inducono molti  a facili etichette tipo “Renzi è di destra, è un’infiltrato che si propone di distruggere la sinistra”. La realtà però è più complessa perché non c’è dubbio che Renzi assomigli per vari aspetti a Berlusconi ( questo spiega in parte la scarsa voglia dell’ex Cavaliere di fargli una significativa opposizione) e che voglia distruggere una certa sinistra, cioè “la sinistra dei diritti, senza doveri” di cui sono emblematici rappresentanti coloro che tengono costantemente il piede in due scarpe, facendo parte del Governo e contestandolo nello stesso tempo.  magari partecipando alla prossima manifestazione di piazza della CGIL, che è la roccaforte del conservatorismo. Ma, malgrado tutte le iniziative a favore del mercato e della concorrenza che Renzi ha avviato e che certamente piacciono anche a Berlusconi, tipo il Jobs Act, non c’è dubbio che la politica del governo sia marcatamente di sinistra: nell’attenzione alle fasce deboli ( ad esempio con gli 80 euro), nelì’attacco alle rendite ( ad esempio con la pesante tassazione di quelle finanziarie), nella promozione dei diritti civili ( con le unioni omosessuali e  lo “ius soli” per i figli degli immigrati). Il punto è vedere se il mix, indubbiamente intelligente, di politiche liberali e di politiche sociali  da lui volute riuscirà a tenere insieme componenti dell’elettorato molto diverse fra loro.  Il gradimento che il Premier continua ad avere malgrado la sfortuna che gli è capitata, di governare nel momento peggiore della crisi, sembra indicare che, per ora, ci sta riuscendo.
Ma è chiaro che si tratta di un equilibrio instabile e che i forti consensi avuti dal PD alle elezioni europee potrebbero rapidamente ridimensionarsi alle prossime politiche se una parte di coloro che lo hanno votato si sentisse troppo penalizzato. E’ su questo terreno che si sta muovendo con abilità l’altro Matteo, cioè Salvini , che ha colto il malessere diffuso in larga parte della popolazione per scelte “buoniste”, come l’ operazione “Mare Nostrum”, che sollecitano e solleticano la dimensione solidaristica che è molto presente nel nostro Paese ma che non fanno  i conti con la realtà di flussi migratori epocali, di fronte  ai quali ci vuole certamente spirito di accoglienza, ma  non ci si può seriamente presentare con la logica suicida del “avanti, c’è posto per tutti”, come hanno giustamente fatto rilevare diverse istituzioni europee, che ci hanno accusati di stimolare l’immigrazione clandestina.
Anche Salvini è oggetto di facili etichette quali: “è un becero razzista e un populista”, ma anche qui la realtà è più complessa. C’è una parte dell’Italia che si domanda legittimamente come si possa affrontare una problema drammatico come quello dell’immigrazione tenendo anche conto degli interessi nazionali e dell’impatto che certe scelte hanno sulla convivenza civile e sul rispetto dei nostri valori. Denegare questa esigenza solo perché Salvini la esprime in modo un po’ brutale e poco elegante, significa mettere la testa sotto la sabbia. Se i grandi partiti non saranno capaci di tener conto delle conseguenze negative di una politica di indiscriminata apertura, è facile prevedere che il consenso alla Lega, di cui la  recente e potente manifestazione di piazza è il primo forte segnale, potrebbe fortemente ampliarsi, soprattutto ora che sta emergendo l’intenzione di trasformare questa forza da movimento padano con vocazioni più o meno secessioniste, in “ movimento di difesa nazionale ” sul modello francese  del partito di Marine Le Pen.

sabato 27 settembre 2014

Una priorità nella riforma della giustizia




Il violento attacco del Sindaco di Napoli ai Magistrati che lo hanno condannato per abuso d’ufficio, oltre ad essere un esempio estremo e paradossale, ed anche un po’ ridicolo, di incapacità di assumersi le proprie responsabilità, essendone autore un ex magistrato, è anche  un forte indicatore dell’esigenza che, nella riforma della giustizia di cui si va discutendo, un posto di primo piano venga dato all’esigenza di troncare il  perverso intreccio politica-magistratura che ha fortemente inquinato la vita pubblica del nostro Paese.
Come è ben noto,  tanti magistrati, protagonisti di casi giudiziari clamorosi, hanno utilizzato in modo apparentemente strumentale la notorietà così acquisita, per aspirare a  e spesso realizzare una carriera politica di rilievo. De Magistris è uno di essi. Nessuno discute il diritto dei magistrati, come di tutti i cittadini, a proporsi come attori politici ma a loro compete l’obbligo, nel ruolo inquirente o giudicante, non solo di essere ma anche di apparire imparziali, cosa che non avviene se si crea anche solo il sospetto che le loro attività siano volte non a perseguire fini di giustizia, ma un tornaconto personale.
Il capostipite di questa tragico filone  è stato a suo tempo il Procuratore di Milano Saverio Borrelli,  capo del pool Mani Pulite,noto non solo per aver mandato un improvvido  avviso di garanzia all’allora Presidente del Consiglio mentre questi stava presiedendo un summit internazionale sul contrasto alla criminalità, ma anche per aver connotato politicamente la sua attività inquirente con la famosa frase “resistere, resistere, resistere” con cui prendeva posizione contro la politica. Le sue ambizioni,  malcelate e peraltro mai tradottesi in concreto, trasparivano chiaramente nell’intervista da lui concessa al Corriere della Sera nel 1994 in cui, fra l’altro, affermava “ Dovrebbe accadere un cataclisma per cui resta in piedi solo il Presidente della Repubblica che chiama a raccolta gli uomini di legge….A un appello del genere si potrebbe rispondere”.
Senza attendere la chiamata del Presidente, poco dopo quell’intervista Antonio di Pietro lasciò, in modo plateale,  la toga per gettarsi nell’arena politica, dalla quale è stato recentemente emarginato per vicende messe in evidenza da una trasmissione di Report che testimoniava una gestione molto singolare del Partito da lui presieduto e delle sue finanze.
Un altro caso di tentativo di monetizzare politicamente la fama raggiunta come inquirente è quello recente di Antonio Ingroia,  PM dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia, al quale si era legato anche De Magistris, con il lancio della lista Rivoluzione Civile che è andata incontro ad un flop, non raggiungendo il quorum per avere eletti in Parlamento. De Magistris si è poi candidato con successo a Sindaco di Napoli sventolando la bandiera della trasparenza e della legalità, che ora ha ammainato con l’incredibile attacco di cui sopra.
Si potrebbe continuare, ma credo che gli esempi fatti bastino a confermare la necessità che vengano previsti dalla legge dei precisi confini all’esercizio dell’elettorato passivo da parte di magistrati per porre fine ad una deriva assai grave che getta discredito sulla Giustizia e mette a repentaglio il buon funzionamento delle Istituzioni e del sistema economico , i cui esponenti possono diventare oggetto di inchieste che ne rovinano la carriera e, a volte la vita , e che in vari casi finiscono nel nulla. Non si possono dimenticare al riguardo i  ripetuti suicidi di politici e imprenditori coinvolti nelle inchieste, spesso assai brutali, condotte dal predetto pool Mani Pulite.
Una proposta al riguardo è quella che debba passare un tempo di alcuni anni fra l’abbandono della Magistrature e l’entrata in politica, principio che dovrebbe valere anche nell’eventuale percorso di ritorno per chi concludesse quest’ultima esperienza e intendesse riprendere la carriera giudiziaria. Mi auguro che il tema venga inserito nella discussione che il Parlamento si appresta a fare per migliorare la credibilità e l’efficienza dell’apparato giudiziario.

sabato 6 settembre 2014

Tagliare le spese non basta, ma si deve



E’ vero che di sola austerità si muore, ma ciò  che i politici ,e gli italiani che li hanno eletti, fingono spesso di non capire è che se non si fanno davvero le riforme, soprattutto quelle economiche, il nostro Paese sarà, prima o poi, sbranato dai mercati finanziari che attualmente sono molto tranquilli (basta vedere l’andamento dello spread) ma  che potrebbero darci un brusco risveglio se si convincessero che ancora una volta non stiamo facendo sul serio.
Il  governo  Renzi è partito con le migliori intenzioni e con grande dinamismo: ha avviato con rapidità numerose iniziative, dalle revisioni  istituzionali, al jobs act, alle riforme della giustizia e della Pubblica Amministrazione,  all’erogazione degli i 80 euro  ai lavoratori meno abbienti ma, a parte quest’ultimo provvedimento, sembra intenzionato ad agire  soprattutto sulle riforme “a costo zero” che, pur essendo utili, non risolvono la questione di fondo , cioè l’incapacità di ridurre il mostruoso debito pubblico che ci opprime.  Questa riduzione non si può fare solo con misure straordinarie, come la vendita delle aziende e degli immobili pubblici, ma richiede un sostanziale aumento dell’avanzo primario nel bilancio dello Stato e ciò non può avvenire se non affrontando i tre più grandi capitoli di spesa: la sanità,le pensioni, il costo dei dipendenti pubblici.
 Luca Ricolfi, in un recente editoriale su “La Stampa” ha evidenziato chiaramente  il bivio di fronte a cui si trova ogni leader politico quando arriva al governo.  Fare le riforme, passare  forse alla storia e perdere sicuramente le elezioni.  Oppure limitarsi agli annunci, ai rinvii, agli accomodamenti e sopravvivere per un lasso di tempo. Come ha osservato, sempre su “La Stampa” Massimo Gramellini, citando le precedenti considerazioni del collega, “ una cosa è pacifica: se le riforme tolgono consenso significa che in realtà i cittadini non le vogliono. Accusano i politici di essere conservatori, ma i primi a non desiderare un cambiamento sono  loro.   E anche loro nella pratica quotidiana tengono un comportamento opposto a quello ostentato nelle dichiarazioni pubbliche. A parole reclamano tagli alla macchina statale,agli enti locali, alle burocrazie, alle corporazioni, Nei fatti ogni volta che qualcuno si azzarda a realizzare in minima parte uno di questi applauditissimi propositi viene sommerso dalle proteste di chi si ritiene ingiustamente colpito”.
Un segnale positivo sulle intenzioni del Premier nel gestire questa difficile situazione  è la risposta a muso duro da lui data alle bellicose intenzioni di sciopero espresse dai sindacati di polizia  (“chi pensa di poter esercitare un ricatto, ha sbagliato indirizzo”). Renzi, a mio avviso, ha l’ambizione di lasciare un segno forte nell’evoluzione del Paese ma, essendo un politico assai attento al consenso, non sempre fa seguire alle intenzioni i fatti. Se non accetterà di rischiare una parte anche consistente della sua indubbia popolarità, difficilmente   potrà davvero incidere sulle contraddizioni italiane. Limitarsi ad attendere che  una sempre auspicata ma ancora lontana ripresa economica tolga le castagne dal fuoco del Governo risulterebbe esiziale, anche perché, se non ci saranno progressi sostanziali sul piano delle riforme, l’Europa non ci concederà mai la flessibilità di bilancio che il Governo ha ripetutamente richiesto.
Dei tre temi di fondo che ho citato come cruciali ( sanità, pensioni, dipendenti pubblici) andrebbe affrontato prioritariamente il primo perché sono ben noti gli sprechi nel settore sanitario e le corruttele che li alimentano ed elevati  possono essere i risparmi ottenibili senza sostanziali riduzioni nei servizi erogati ai cittadini. Una positiva azione in quest’ambito darebbe la forza di affrontare anche gli altri temi, ancor più spinosi ma ineludibili. Se nulla verrà fatto ci penserà, prima o poi, la Troika (Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea, Banca Centrale Europea), che ha agito con fermezza in altri Paesi, messi inizialmente peggio di noi ma ora avviati, con le riforme, ad un effettivo recupero di competitività. Il prezzo da pagare, però, sarà più duro.

domenica 10 agosto 2014

Pro e contro della Riforma del Senato




Bisogna dare atto a Renzi (che Marco Travaglio chiama, non senza ragione,  “lo spregiudicato” e vede in coppia con Berlusconi, da lui detto “Il pregiudicato”) che la sua temerarietà sta pagando.
L’  “accordo del Nazareno” da lui fatto con l’ex Cavaliere, che ha ridato centralità politica al suo interlocutore, è visto da molti come un vero e proprio “patto col diavolo” ed ha fatto infuriare  coloro che vedono nel ventennio berlusconiano la causa principale del forte degrado politico, economico e civile del Paese. Eppure, guardando alla furibonda battaglia in Senato per la riforma di questa istituzione e all’esito della stessa bisogna riconoscere che Renzi, su questo punto,  aveva visto giusto: senza l’accordo col capo di Forza Italia le riforme nel nostro Paese non sono possibili, piaccia o no. Quindi ha fatto bene a percorrere questa strada,che è molto scivolosa non solo per la carica di ostilità che la stessa gli procura in un arco assai trasversale di forze politiche, ma anche per l’inaffidabilità  direi “programmatica”del suo interlocutore, che è noto per fare dell’incoerenza una delle sue armi di “disorientamento di massa” e che cambia opinione, volendo, un giorno sì ed uno no e anche più volte al giorno per lasciarsi le mani libere e giocare la partita nel modo a lui preferibile. Dando per scontato il grosso rischio che ciò comporta per Renzi, non si può negare, peraltro, che il cambiamento impresso dal leader di Forza Italia  (contribuire alle riforme, porsi come un’opposizione responsabile, proporsi di contribuire anche alle necessarie riforme economiche) potrebbe essere un frutto non passeggero del clima di “legittimazione dell’avversario” che Renzi ha avviato e Berlusconi ha ricambiato, da cui solo può derivare una prospettiva di alternanza fra forze politiche diverse ma che si riconoscono in un comune quadro di riferimento istituzionale. E’ una prospettiva che, con il PD in mano agli ex-comunisti, era impossibile, mentre ora è diventata plausibile.
Da qualcuno, però, questa legittimazione reciproca  è vista come un grandissimo imbroglio che nasconde l’affermazione di un pericoloso “pensiero unico”. Scrive  al proposito Marco Travaglio su “Il Fatto Quotidiano” del 9 agosto: “ Non è più neanche questione di inciuci e di larghe intese. E’ più e peggio: idem sentire, comunanza d’intenti e spesso d’interessi (altro che conflitto), pensiero e linguaggio. Due cuori (si fa per dire), una capanna. Il Renzi dell’”andate in vacanza belli allegri”, dell’opposizione che non lo lascia lavorare, della stampa nemica che non decanta i suoi trionfi, dell’Europa cinica e bara, dei gufi e sciacalli che parlano male dell’Italia, è la fotocopia 2.0 del Caimano modello  Cannes 2001, quello dei ristoranti pieni e degli aerei imprenotabili”.
Non nego che la critica di Travaglio abbia un certo fondamento anche per l’eccesso di entusiasmo dell’ex Cavaliere per il  Premier, solo recentemente attutito per ragioni di  prudenza  da un asserita opposizione di Forza Italia alla politica economica del Governo e per l’’altrettanto eccessiva profusione di baci e abbracci scambiati al termine della votazione in Senato fra gli esponenti delle due forze politiche, che vanno al di là di una normale soddisfazione per una battaglia vinta insieme.  Tuttavia ritengo che il giudizio vada dato sui fatti e non sulle sensazioni, che pure sono utili per cogliere rischi e problemi potenziali., sui quali è doveroso vigilare. Perciò espongo quelli che sono, a mio avviso, i pro e i contro della situazione, iniziando con le conseguenze apprezzabili della riforma del Senato:
- Il superamento del bicameralismo perfetto consentirà di accelerare i processi legislativi e soprattutto di evitare gli insabbiamenti che si sono sempre verificati nei passaggi da una camera all’altra. Dimostra inoltre la capacità della politica di autoriformarsi, anche se su questo piano bisogna fare di più.
- la forza della maggioranza riformatrice  consentirà di approvare, dopo una battaglia in Parlamento che non sarà indolore, una legge elettorale favorevole alla governabilità, di cui il Paese ha assoluto bisogno. I rischi di una deriva autoritaria derivante da un  cospicuo premio di maggioranza  denunciata da molti oppositori, sono il facile alibi con cui gli stessi cercando di nascondere il loro disegno di perpetuare il potere di veto delle minoranze, che ci ha portato all’attuale crisi.
- la dialettica emersa nei partiti   indica una crescita democratica: nel PD l’opposizione ha saputo esprimersi con forza ma senza le tentazioni suicide così frequenti in passato, in Forza Italia si è visto per la prima volta un dissenso autentico, che tradizionalmente era molto  mal visto e represso.
Detto degli aspetti positivi, vediamo le principali  conseguenze negative della riforma del Senato
-  l’elezione del Presidente della Repubblica e di altri organi di garanzia  potrà essere largamente determinata dal partito vincitore delle elezioni, in virtù dell’assoluta prevalenza  numerica dei deputati rispetto ai senatori  e agli effetti del premio di maggioranza. L’aver aumentato il numero di votazioni in cui è necessaria una maggioranza qualificata non ha risolto il problema. Se questo aspetto non venisse corretto, l’accusa di una deriva autoritaria troverebbe fondamento.
- l’immunità concessa ai senatori  anche per le attività svolte come consiglieri regionali e sindaci è contraria al principio  di equità verso gli altri rappresentanti delle istituzioni locali,  che non godranno di questo privilegio,  e a quello di prudenza, visti i pessimi precedenti dei consiglieri regionali di tutta Italia nell’uso delle risorse pubbliche.
Non ritengo invece negativa l’elezione indiretta dei Senatori, che è presente nella costituzione di molti Paesi europei ed extraeuropei; anche se io avrei preferito un Senato eletto direttamente  dai cittadini, la scelta fatta è rispettabile.
E’ auspicabile che, avendo dimostrato ai propri alleati ed agli avversari  di avere la forza per portare avanti il proprio programma, Renzi adotti  ora un approccio più aperto all’ascolto, per rendere possibile un cambiamento realmente condiviso e non solo subito.
Anche perché vi è il tema delle riforme economiche che premono a fronte della riduzione del PIL: su questo si è espresso recentemente  il Presidente della BCE Draghi, evidenziando la necessità di  affrontare tre temi:  la produttività, la competitività e la crescita e affermando che le pur necessarie riforme istituzionali non devono pregiudicare i tempi di approvazione di quelle economiche., sulle quali soprattutto ci giudicheranno i nostri interlocutori europei. E’ questo un difficile compito che non potrà essere affrontato con la logica del “muro contro muro” che abbiamo visto nella battaglia sul Senato.