Un elevato debito pubblico è sia conseguenza che causa di un periodo di stagnazione economica. E' conseguenza in quanto, se l'economia rallenta o si contrae, gli Stati intervengono con stimoli monetari e fiscali per riattivare lo sviluppo e tali stimoli vengono finanziati col debito. E' causa perchè, se il debito raggiunge un rapporto col PIL intorno o sopra il 90%, diventa una "palla al piede" dei Governi, i cui margini di manovra si riducono sensibilmente.
SI produce quindi un circolo vizioso che è stato chiamato "sindrome giapponese" dato che il Paese del sol levante è quello che più lungamente e con scarsi risultati ha cercato di alzare il tasso di sviluppo tramite il debito pubblico, che ha raggiunto il 225% del PIL.
E' mia opinione ( già espressa in un commento al post del 10 agosto "Il treno della realtà è arrivato"), che l'esperienza giapponese degli ultimi 20 anni (basso tasso di crescita, alto debito, ripetuti ridimensionamenti dei mercati azionari, via via che questi ultimi prendono consapevolezza della debolezza dell'economia) sia un plausibile indicatore di cosa potrebbe accadere agli altri paesi sviluppati negli anni, e forse nei lustri, a venire dato che la maggioranza di essi ha raggiunto o superato la soglia del 90% nel rapporto debito/PIL.
La mia opinione trova conforto in quanto ha detto, alcuni giorni fa, il governatore della Banca Nazionale austriaca Ewald Nowotny " Ho il timore di un effetto giapponese: fase di crescita più bassa nel lungo periodo".
La ragione di questo timore è che i tentativi pubblici per rilanciare lo sviluppo si sono dimostrati non risolutivi per il semplice motivo che "il cavallo non beve", dove il cavallo è il settore privato dell'economia. Si è visto infatti che anche gli sforzi immensi messi in atto dagli USA dal 2008 ad oggi, con un'iniezione di denato pubblico mai vista in precedenza (c.d.: quantitative easing 1 e 2), hanno prodotto solo una temporanea ripresa. Venendo meno questo supporto, difficilmente ripetibile anche per l'assoluta contrarietà dei repubblicani, il tasso di crescita ha bruscamente rallentato e i mercati sono andati a picco.
Un'interessante osservazione e conferma al riguardo è venuta da Richard Koo, Capo Economista di Nomura, la maggiore banca d'affari giapponese, in una intervista televisiva del 14 agosto alla rete CNBC. Ha detto che dal punto di vista giapponese si nota come tutti gli stati del mondo stiano ripetendo gli errori compiuti a suo tempo dal Giappone, seguendo la stessa strada di stimolo al settore privato fatto di: abbassamento dei tassi d'interesse, aumento della liquidità, iniezione di capitali, stimoli fiscali.Tutto ciò mentre le aziende sono alle prese con un processo di riduzione dell'effetto leva (deleveraging) e quindi di riduzione dei debiti per risanare i conti aziendali. In questo contesto lo sviluppo non può comunque essere elevato.
Se poi anche gli Stati iniziano, come sta avvenendo un pò ovunque nel mondo, un loro processo di deleveraging, il risultato sarà una riduzione dello sviluppo, come è appunto avvenuto in Giappone.
Koo non ha detto cosa si potrebbe fare in alternativa per evitare che la sindrome giapponese si estenda al resto del mondo. Si può ipotizzare un'azione di spesa pubblica per investimenti infrastrutturali atta a creare un volano anche per il settore privato, che peraltro non può essere fatta in deficit , come era avvenuto dopo la grande crisi del 1929, perchè oggi ciò produrrebbe il declassamento del debito sovrano e il rischio bancarotta dello Stato. Una politica di austerità con una riduzione forte della spesa pubblica corrente sembra quindi inevitabile, se si vogliono trovare risorse per gli investimenti necessari a far ripartire davvero l'economia. Ciò avvierebbe un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica fatto di: risparmio/investimenti/nuova occupazione/redditi/consumi.
Il caso specifico del nostro Paese, oggetto di un forte e mirato attacco speculativo, è ancora più complesso perchè si deve dare una risposta veloce ed efficace per fermare tale attacco e superare la crisi di fiducia che si è creata a causa del troppo ritardo nel porre mano ai nostri problemi . La delicata manovra economica in fase di perfezionamento deve contemperare rigore, sviluppo ed equità. Il solo rigore senza sviluppo non convincerebbe i mercati, che affosserebbero il nostro debito pubblico; il rigore senza equità porterebbe a una rivolta sociale. A questa non facile sintesi devono concorrere, con diverse sensibilità ma con la condivisa volontà di fare il bene comune, tutte le forze parlamentari, data l'estrema gravità della crisi.
Vedremo, nei prossimi giorni con il dibattito al Parlamento, se i nostri leader politici sapranno comportarsi da statisti o se scivoleranno ancora in una "difesa del particulare" che potrebbe, questa volta, rivelarsi letale per l'Italia ed anche per loro.
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venerdì 26 agosto 2011
venerdì 19 agosto 2011
Lettera di un "pagatore fiscale" sulla manovra
Ospito con piacere la seguente lettera che mi è stata inviata da un amico, lettore del blog e che è stata pubblicata, con qualche taglio, su "Il Corriere della Sera" del 17 agosto.
Mette bene in evidenza, e con amara ironia, il disagio che prova un membro della classe media, con lavoro dipendente, che viene tartassato dalla manovra, mentre altre categorie, che guadagnano molto e dichiarano poco, evitano qualsiasi prelievo.
Come è stata rimarcato da molti commentatori, una manovra " lacrime e sangue" è giustificabile e accettabile solo se l'onere della stessa viene effettivamente rapportato alla capacità contributiva. Dato il diffuso fenomeno dell'evasione e dell'elusione fiscale, rischiano invece di pagare sempre " i soliti noti" cioè coloro che non possono occultare i loro redditi.
E' necessario che le correzioni oggi allo studio tengano conto non solo dei redditi dichiarati, spesso risibili, ma anche di altri indicatori di ricchezza che spesso esistono e "fanno a pugni" con quanto fiscalmente dichiarato.
^^^^^
Il giorno 16/ago/2011, alle ore 16,36, "Zorzi Andrea" ha scritto a Ferruccio De Bortoli:
Caro Direttore,
la recente manovra del Governo costerà alla mia famiglia 21mila euro di contributo di solidarietà in tre anni.
Dovrei essere abituato, ma Le confesso che stavolta ho provato la stessa sensazione di quando mi entrarono i ladri in casa.Noi lavoratori dipendenti "pagatori fiscali" abbiamo tre problemi.
Primo: ci sentiamo in colpa perchè ci fanno sentire ricchi quando invece siamo più poveri di tutti i carrozzieri, barbieri e baristi che conosciamo.
Secondo: ci sentiamo in colpa perchè ogni mese abbiamo lo stipendio sicuro, mentre i coraggiosi evasori-autonomi rischiano in proprio.
Ma noi "pagatori fiscali" abbiamo anche dei vantaggi competitivi. Siamo gli unici che possono dire ad alta voce quanto guadagnano, gli unici che possono chiedere trasparenza alla politica e all'economia senza provare vergogna, perchè paghiamo più di tutti per le scuole dei bambini (anche degli altri), gli ospedali, le strade, le missioni di pace. Dal punto di vista delle entrate pubbliche siamo, senza moralismo, gli italiani migliori. Dico senza moralismo perchè anche noi se potessimo evadere lo faremmo. Ebbene sì: siamo anche sinceri.
Ma qual'è il nostro terzo problema, il più grave di tutti? Non abbiamo rappresentanza politica.
E' pazzesco, visto che paghiamo più di tutti, ma è così. La Lega fingendo di occuparsi di federalismi vari e ministeri brianzoli in realtà, da sempre, rappresenta e difende a tempo pieno gli evasori fiscali, anche grazie all'amico Tremonti che lo fa di mestiere da prima di entrare in politica.
E vabbè, si sa. Prima lo faceva la DC, ora l'hanno sostituita loro. Il resto della destra è pieno di "pagatori fiscali" ma putroppo ha bisogno della Lega e si deve adeguare. E ri-vabbè.
Quella che è incredibile è la sinistra. Non una parola sugli evasori fiscali intesi come ladri che ogni giorno rubano denaro alle nostre famiglie di "pagatori fiscali". Ha mai sentito la sinistra parlare in questo modo? Mai. Invece avrà certamente sentito grandi complimenti e attenzione per gli imprenditori, gli artigiani e i commercianti. Mai un grazie per i di loro dipendenti, poveri, unici e soli contribuenti completi.
Un'incredibile sinistra che, sul tema del fisco, si affida alle analisi degli artigiani di Mestre. Artigiani? Ma per piacere, li conosciamo, sono gli stessi che ci fanno i lavori in casa senza ricevuta fiscale: è come cercare il concetto di lealtà in un trattato dei Giuda Iscariota! Tutto ciò ha una conseguenza terribile, direi macroeconomica. L'Italia è l'unico paese europeo dove non solo questa ma qualsiasi manovra economica si fonda su dati di partenza bugiardi.
Quando sento dire che "chi ha di più deve dare di più" in Italia mi vengono i brividi perchè penso: rieccoli. devo pagare un'altra volta, mentre il mio amico che fa il piastrellista potrà invitarmi anche quest'anno a festeggiare l'acquisto del suo quattordicesimo appartamento: Si è imposto di comprarne uno all'anno da quando ha messo su la ditta e per questo suo eroico impegno, assolto puntualmente in contanti, dobbiamo brindare: all'appartamento e al fatto che i suoi figli siano stati esentati dal pagare le tasse universitarie. E' giusto, sono poveri.
Caro Direttore, Le chiedo una Sua opinione: e se i "pagatori fiscali" facessero un loro partito?
Semplice,snello, con base sociale certa e obiettivi facilmente delineabili? Come La vede?
Con stima.
mercoledì 10 agosto 2011
Il treno della realtà è arrivato
Nel post del 18 luglio "La sfida globale e i costi della politica" scrivevo:
..." Il nostro Paese, e non solo il nostro, deve affrontare tempi molto duri.
Per dirla chiaramente, gran parte dei Paesi sviluppati (USA e Gran Bretagna in testa, ma anche Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Italia ecc.) hanno vissuto negli ultimi 20/30 anni costantemente al di sopra dei propri mezzi, accumulando debiti pubblici e privati spesso insostenibili e accollando alle future generazioni l'onere derivante da un tenore di vita troppo alto di quelle attuali..... ma anche qui i nodi stanno venendo al pettine.".... .
Questa previsione è stata fin troppo rapidamente confermata da due eventi quasi contemporanei, avvenuti fra il 5 e il 6 agosto: il declassamento degli USA, che hanno perso la tripla A nella valutazione data da Standard & Poors sul loro debito pubblico e il sostanziale "commissariamento" dell' Italia da parte della Banca Centrale Europea, che ha imposto un diktat preciso su tempi e modi per accelerare il risanamento dei conti pubblici e la riduzione del debito, come condizione per l'acquisto - da parte della stessa banca - dei titoli di stato italiani, onde salvare il nostro Paese dalla bancarotta.
Questo brusco risveglio ha fatto cambiare anche la percezione della maggioranza sulla gravità della situazione. Se ancora ai primi di agosto il premier, nell'intervento al Parlamento e poi nell'incontro con le parti sociali, ostentava un improprio ottimismo sulla solidità del Paese (qualcuno, fra le parti sociali, lo ha definito "surreale"), dopo la lettera della Bce il capo della Lega ha detto testualmente "Per tanto tempo il Paese ha speso più di quanto poteva e un bel giorno la realtà ha preso il treno ed è venuta a trovarci".
Come ha scritto Mario Monti nell'editoriale del Corriere della Sera del 7 agosto "Il podestà straniero": "Il governo e la maggioranza, dopo aver rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese.....hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un "governo tecnico". Le forme restano salve....ma le decisioni principali sono state prese da un "governo tecnico sovranazionale"....con sedi sparse fra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York".
Ora si tratta di vedere come interagiranno maggioranza, opposizione e parti sociali nella messa a punto della nuova manovra e come reagiranno i cittadini alla stessa: se i primi sapranno superare le logiche di parte e lavorare realmente per il bene comune, il supporto internazionale proseguirà; altrimenti la Bce, che si è molto esposta, in termini finanziari e di credibilità, "staccherà la spina" sancendo il fallimento italiano.
In altre circostanze (la gravissima crisi del 1992, con l'attacco speculativo alla lira, la sfida del 1997 per l'ingresso dell' Italia nell'euro ) le Istituzioni del nostro Paese hanno dimostrato di saper trovare - a fronte di rischi potenzialmente letali - le forze e le risorse per superare le difficoltà.
Si può quindi sperare che, pur attraverso patimenti e contrasti, ciò possa avvenire anche in questa occasione.
C'è però una differenza di fondo rispetto alle precedenti esperienze ed è costituita dall'atteggiamento dei cittadini. Nella crisi attuale non si tratta solo di chiedere ai cittadini grossi sacrifici economici, ma anche quella di avviare un forte "cambiamento culturale". E' necessario, infatti, rivedere profondamente gli stili di vita e i modelli di consumo diffusi, che si ispirano ad un'opulenza che in passato è stata più immaginata che reale: sotto il martellante bombardamento della pubblicità commerciale e del "marketing ideologico", che proponeva un cittadino anzitutto "consumatore" , si è sviluppata una società dove il superfluo è diventato essenziale e dove tutti considerano normale per una famiglia possedere più auto, più televisori, almeno un cellulare a testa e così via.
Dove non bastano i redditi, si procede con i debiti e dove non bastano neppure questi si produce una frustrazione diffusa e si parla, in molti casi impropriamente, di impoverimento.
Le ribellioni che si stanno verificando in Inghilterra , che sembrano guidate dall'impulso a "volere tutto e subito", e portano a saccheggiare soprattutto gli esercizi commerciali che vendono i beni più "griffati", sono un segnale allarmante di dove può portare l'"ideologia del consumo" oggi prevalente.
Siamo di fronte ad una situazione in cui i cittadini non potranno più scaricare comodamente sui politici le colpe di quanto è successo e sucederà, ma devono fare un serio esame di coscienza, domandandosi se le loro aspirazioni sono congruenti con le loro possibilità. Se la risposta è nagativa hanno solo due possibilità: o rinunciare a parte del superfluo, di cui molti sembrano non poter fare a meno, oppure "rimboccarsi le maniche" e cercare di produrre di più: ciò potrebbe portare a superare alcuni problemi cronici del nostro Paese (assenteismo diffuso, abbandono dei lavori manuali, di cui pure c'è molto bisogno, scarsa disponibilità a rischiare, anche nei giovani).
Non voglio entrare, in questo post, nei problemi specifici degli Stati Uniti, ma solo dire che non sono messi meglio dell'Italia ( la reazione di Obama al declassamento è stata "noi siamo gli Stati Uniti e saremo sempre un paese da tripla A", il che ha prodotto il crollo delle borse USA) e che se insistono nel voler ripristinare i modelli di iperconsumo di cui sono autori ed esportatori, si troveranno a mal partito per gli effetti che questi produrranno su deficit e debito. La Cina, che è il loro maggior creditore ha chiesto agli USA, con toni analoghi a quelli usati dalla Bce nei nostri confronti, di "mettere i conti in ordine". Ma anche nel loro caso ci vorranno non solo sacrifici ma pure un netto cambiamento culturale. Come ha detto l'economista Jeremy Rifkin nell'intervista a La Stampa del 9 agosto parlando della globalizzazione "noi occidentali l'abbiamo interpretata come un'opportunità di consumo invece che di produzione...... bisogna cambiare paradigma di sviluppo, a partire dalle abitudini energetiche".
..." Il nostro Paese, e non solo il nostro, deve affrontare tempi molto duri.
Per dirla chiaramente, gran parte dei Paesi sviluppati (USA e Gran Bretagna in testa, ma anche Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Italia ecc.) hanno vissuto negli ultimi 20/30 anni costantemente al di sopra dei propri mezzi, accumulando debiti pubblici e privati spesso insostenibili e accollando alle future generazioni l'onere derivante da un tenore di vita troppo alto di quelle attuali..... ma anche qui i nodi stanno venendo al pettine.".... .
Questa previsione è stata fin troppo rapidamente confermata da due eventi quasi contemporanei, avvenuti fra il 5 e il 6 agosto: il declassamento degli USA, che hanno perso la tripla A nella valutazione data da Standard & Poors sul loro debito pubblico e il sostanziale "commissariamento" dell' Italia da parte della Banca Centrale Europea, che ha imposto un diktat preciso su tempi e modi per accelerare il risanamento dei conti pubblici e la riduzione del debito, come condizione per l'acquisto - da parte della stessa banca - dei titoli di stato italiani, onde salvare il nostro Paese dalla bancarotta.
Questo brusco risveglio ha fatto cambiare anche la percezione della maggioranza sulla gravità della situazione. Se ancora ai primi di agosto il premier, nell'intervento al Parlamento e poi nell'incontro con le parti sociali, ostentava un improprio ottimismo sulla solidità del Paese (qualcuno, fra le parti sociali, lo ha definito "surreale"), dopo la lettera della Bce il capo della Lega ha detto testualmente "Per tanto tempo il Paese ha speso più di quanto poteva e un bel giorno la realtà ha preso il treno ed è venuta a trovarci".
Come ha scritto Mario Monti nell'editoriale del Corriere della Sera del 7 agosto "Il podestà straniero": "Il governo e la maggioranza, dopo aver rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese.....hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un "governo tecnico". Le forme restano salve....ma le decisioni principali sono state prese da un "governo tecnico sovranazionale"....con sedi sparse fra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York".
Ora si tratta di vedere come interagiranno maggioranza, opposizione e parti sociali nella messa a punto della nuova manovra e come reagiranno i cittadini alla stessa: se i primi sapranno superare le logiche di parte e lavorare realmente per il bene comune, il supporto internazionale proseguirà; altrimenti la Bce, che si è molto esposta, in termini finanziari e di credibilità, "staccherà la spina" sancendo il fallimento italiano.
In altre circostanze (la gravissima crisi del 1992, con l'attacco speculativo alla lira, la sfida del 1997 per l'ingresso dell' Italia nell'euro ) le Istituzioni del nostro Paese hanno dimostrato di saper trovare - a fronte di rischi potenzialmente letali - le forze e le risorse per superare le difficoltà.
Si può quindi sperare che, pur attraverso patimenti e contrasti, ciò possa avvenire anche in questa occasione.
C'è però una differenza di fondo rispetto alle precedenti esperienze ed è costituita dall'atteggiamento dei cittadini. Nella crisi attuale non si tratta solo di chiedere ai cittadini grossi sacrifici economici, ma anche quella di avviare un forte "cambiamento culturale". E' necessario, infatti, rivedere profondamente gli stili di vita e i modelli di consumo diffusi, che si ispirano ad un'opulenza che in passato è stata più immaginata che reale: sotto il martellante bombardamento della pubblicità commerciale e del "marketing ideologico", che proponeva un cittadino anzitutto "consumatore" , si è sviluppata una società dove il superfluo è diventato essenziale e dove tutti considerano normale per una famiglia possedere più auto, più televisori, almeno un cellulare a testa e così via.
Dove non bastano i redditi, si procede con i debiti e dove non bastano neppure questi si produce una frustrazione diffusa e si parla, in molti casi impropriamente, di impoverimento.
Le ribellioni che si stanno verificando in Inghilterra , che sembrano guidate dall'impulso a "volere tutto e subito", e portano a saccheggiare soprattutto gli esercizi commerciali che vendono i beni più "griffati", sono un segnale allarmante di dove può portare l'"ideologia del consumo" oggi prevalente.
Siamo di fronte ad una situazione in cui i cittadini non potranno più scaricare comodamente sui politici le colpe di quanto è successo e sucederà, ma devono fare un serio esame di coscienza, domandandosi se le loro aspirazioni sono congruenti con le loro possibilità. Se la risposta è nagativa hanno solo due possibilità: o rinunciare a parte del superfluo, di cui molti sembrano non poter fare a meno, oppure "rimboccarsi le maniche" e cercare di produrre di più: ciò potrebbe portare a superare alcuni problemi cronici del nostro Paese (assenteismo diffuso, abbandono dei lavori manuali, di cui pure c'è molto bisogno, scarsa disponibilità a rischiare, anche nei giovani).
Non voglio entrare, in questo post, nei problemi specifici degli Stati Uniti, ma solo dire che non sono messi meglio dell'Italia ( la reazione di Obama al declassamento è stata "noi siamo gli Stati Uniti e saremo sempre un paese da tripla A", il che ha prodotto il crollo delle borse USA) e che se insistono nel voler ripristinare i modelli di iperconsumo di cui sono autori ed esportatori, si troveranno a mal partito per gli effetti che questi produrranno su deficit e debito. La Cina, che è il loro maggior creditore ha chiesto agli USA, con toni analoghi a quelli usati dalla Bce nei nostri confronti, di "mettere i conti in ordine". Ma anche nel loro caso ci vorranno non solo sacrifici ma pure un netto cambiamento culturale. Come ha detto l'economista Jeremy Rifkin nell'intervista a La Stampa del 9 agosto parlando della globalizzazione "noi occidentali l'abbiamo interpretata come un'opportunità di consumo invece che di produzione...... bisogna cambiare paradigma di sviluppo, a partire dalle abitudini energetiche".
lunedì 1 agosto 2011
Il processo lungo avrà vita breve
Fra i tanti provvedimenti ad personam che l'attuale maggioranza ha approvato o cercato di far approvare, quello sul processo lungo è certamente il più smaccato perchè produrrebbe il risultato di un allungamento indefinito dei processi con gravi conseguenze sul funzionamento della giustizia, a fronte dell'esigenza, riconosciuta peraltro anche dalla maggioranza, di un loro accorciamento. Il fatto che si insista in questa direzione malgrado i risultati del refendum sul legittimo impedimento, che ha mostrato l'assoluta contrarietà degli italiani a provvedimenti di questo tipo, mostra la distanza abissale che si è creata fra il sentire comune dei cittadini e l'interesse personale di chi ci governa e conferma quanto ho affermato nel post del 16 giugno ("Referendum: vinta una battaglia, non la guerra") che si sarebbe tentato di aggirare la volontà popolare e che sarebbe stata, quindi, necessaria un forte viglanza a questo riguardo.
Nel caso specifico del processo lungo c'è peraltro da chiedersi se sia maggiore l'impudenza o l'insipienza di chi l'ha proposto. Per quanto la prima sia grande, dato che si afferma l'esatto opposto della verità facendo anche finta di crederci, a mio avviso è maggiore la seconda, per vari motivi:
- anzitutto, usare la tecnica del sotterfugio (inserire un piccolo emendamento nel mare magnum della finanziaria o introdurre una norma ad personam in un provvedimento legislativo che ha tutt'altro oggetto) sperando che funzioni, è puerile.
- l'iter parlamentare è tortuoso e assai incerto, come ha ben evidenziato il sottosegretario Rosso del PDL che ha dichiarato quanto segue: " La posizione che passa oggi al Senato riguarda solo il Senato. Ci sarà ancora una fase di approfondimento alla Camera. Ho visto una cosa in questi anni, che le leggi ad personam partono in un modo, evolvono in un altro e non finiscono quasi mai" citando al riguardo la norma sulla "prescrizione breve" che, approvata alla Camera, si è arenata nei meandri del Senato. Tra l'altro va detto che, a causa di un grossolano errore tecnico ( sono state confuse due norme del codice di procedura penale) il testo sul "processo lungo" appena approvato dovrà non solo passare al vaglio della Camera, dovè potrà subire modifiche, ma anche tornare al Senato. I tempi saranno certamente lunghi e l'esito non è affatto scontato.
- la Lega, dopo il voto su Papa, non ha potuto tirare ulteriormente la corda nei rapporti con il PDL e quindi in questa occasione ha abbozzato, anche perchè è stata posta la fiducia e quindi il voto palese. Ma questo partito, soprattutto nella componente che fa capo a Maroni, è ben consapevole che, se continua a legare il proprio destino ai problemi personali del premier, finirà per andare a fondo con lui. Chi conta ancora sulla facile acquiescenza della Lega è, a mio avviso, destinato ad essere deluso.
Credo che, se Berlusconi vuole avere qualche probabilità di superare il lento tramonto che sembra trascinarlo al definitivo declino, debba anzitutto liberarsi dei pessimi consiglieri di cui si è circondato, che gli hanno suggerito una strategia suicida di difesa dai processi, basata sulle insopportabili leggi ad personam, che sono fra le cause principali della sua perdita di credibilità nei confronti dell' elettorato, anche quello di centrodestra.
Se si guardano i numerosi commenti fatti dai lettori dei quotidiani online riguardo al processo lungo si ha una conferma della forte insofferenza dei cittadini verso questa iniziativa, che viene ritenuta un'offesa all'intelligenza delle persone o, come è stato detto in termini più coloriti, "un'autentica presa per i fondelli", che si ritorcerà contro chi cerca di metterla in atto.
Io sono convinto comunque, per quanto detto in precedenza, che l'attuale provvedimento sul processo lungo non supererà l'iter parlamentare.
Nel caso specifico del processo lungo c'è peraltro da chiedersi se sia maggiore l'impudenza o l'insipienza di chi l'ha proposto. Per quanto la prima sia grande, dato che si afferma l'esatto opposto della verità facendo anche finta di crederci, a mio avviso è maggiore la seconda, per vari motivi:
- anzitutto, usare la tecnica del sotterfugio (inserire un piccolo emendamento nel mare magnum della finanziaria o introdurre una norma ad personam in un provvedimento legislativo che ha tutt'altro oggetto) sperando che funzioni, è puerile.
- l'iter parlamentare è tortuoso e assai incerto, come ha ben evidenziato il sottosegretario Rosso del PDL che ha dichiarato quanto segue: " La posizione che passa oggi al Senato riguarda solo il Senato. Ci sarà ancora una fase di approfondimento alla Camera. Ho visto una cosa in questi anni, che le leggi ad personam partono in un modo, evolvono in un altro e non finiscono quasi mai" citando al riguardo la norma sulla "prescrizione breve" che, approvata alla Camera, si è arenata nei meandri del Senato. Tra l'altro va detto che, a causa di un grossolano errore tecnico ( sono state confuse due norme del codice di procedura penale) il testo sul "processo lungo" appena approvato dovrà non solo passare al vaglio della Camera, dovè potrà subire modifiche, ma anche tornare al Senato. I tempi saranno certamente lunghi e l'esito non è affatto scontato.
- la Lega, dopo il voto su Papa, non ha potuto tirare ulteriormente la corda nei rapporti con il PDL e quindi in questa occasione ha abbozzato, anche perchè è stata posta la fiducia e quindi il voto palese. Ma questo partito, soprattutto nella componente che fa capo a Maroni, è ben consapevole che, se continua a legare il proprio destino ai problemi personali del premier, finirà per andare a fondo con lui. Chi conta ancora sulla facile acquiescenza della Lega è, a mio avviso, destinato ad essere deluso.
Credo che, se Berlusconi vuole avere qualche probabilità di superare il lento tramonto che sembra trascinarlo al definitivo declino, debba anzitutto liberarsi dei pessimi consiglieri di cui si è circondato, che gli hanno suggerito una strategia suicida di difesa dai processi, basata sulle insopportabili leggi ad personam, che sono fra le cause principali della sua perdita di credibilità nei confronti dell' elettorato, anche quello di centrodestra.
Se si guardano i numerosi commenti fatti dai lettori dei quotidiani online riguardo al processo lungo si ha una conferma della forte insofferenza dei cittadini verso questa iniziativa, che viene ritenuta un'offesa all'intelligenza delle persone o, come è stato detto in termini più coloriti, "un'autentica presa per i fondelli", che si ritorcerà contro chi cerca di metterla in atto.
Io sono convinto comunque, per quanto detto in precedenza, che l'attuale provvedimento sul processo lungo non supererà l'iter parlamentare.
lunedì 25 luglio 2011
Verso un governo di transizione ?
Lo stupefatto silenzio con cui è stato accolto a Montecitorio il risultato della votazione sull'arresto di Alfonso Papa è non soltanto testimonianza della sorpresa per un risultato che pochi si aspettavano ma è anche il segnale di un mutamento profondo del quadro politico nazionale.
Tale votazione ha infatto messo in evidenza quanto segue:
- il cambiamento della leadership all'interno della Lega: Maroni ormai controlla la maggioranza dei deputati padani e, soprattutto, ha dimostrato al popolo leghista di averlo ascoltato, di comprendere il suo disagio e di voler rompere con l'acquiescenza verso le posizioni del premier che aveva fatto della Lega un "partito romano", capace di ingoiare tutto pur di mantenere il potere. Basta pensare quanto deve essere dispiaciuto ai leghisti il voto con cui, avallando il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato, la Lega ha fatto finta di credere all'insostenibile ipotesi che Ruby fosse la nipote di Mubarak.
La lealtà è una cosa, coprirsi di ridicolo per salvare Berlusconi è un'altra.
- l'impotenza del premier a fronte del logoramento della coalizione e suo personale, che è espressa non solo dal contrasto fra la sua reazione a caldo dopo il voto (ha esclamato "vergogna!" dopo l'esito della votazione) e le parole concilianti verso Bossi, Maroni e Calderoli a qualche giorno di distanza, ma anche dall'eloquente immagine che lo ritrae rabbuiato e con gli occhi rivolti al cielo subito dopo la comunicazione del risultato. Anche la successiva protesta del premier per il "mancato rispetto dei patti" è stata subito bilanciata da numerose dichiarazioni sulla solidità del rapporto con Bossi, che testimonia la sua debolezza rispetto ad un alleato che tende sempre più a smarcarsi dalle sue scelte: sarà interessante vedere, al riguardo, come si comporterà la Lega il 27 prossimo quando sarà affrontato in Parlamento il tema del "processo lungo" che interessa al premier soprattutto in relazione alla vicenda Ruby.
- la conferma della possibilità di una convergenza fra forze di destra, di centro e di sinistra per affrontare un'emergenza nazionale. Tale convergenza si è manifestata anzitutto nell'approvazione della manovra finanziaria e si è ripetuta in occasione del voto su Papa. Per quanto i due eventi siano molti diversi fra loro, sono accomunati dall'eccezionalità della situazione da affrontare: nel primo caso il rischio della bancarotta dello Stato, nel secondo il rischio di una rivolta popolare contro i privilegi della casta, compresa l'impunità. La rivolta se non nelle piazze (la Serracchiani del PD ha detto che, senza cambiamenti ,"ci cercheranno con i forconi") ci sarebbe certamente nelle urne, con esiti potenziali davvero imprevedibili, vista l'ormai conclamata volontà degli elettori di non farsi più ingabbiare da appartenenze ideologiche e di mettere fine a scelte contrarie al buon senso e al sentire comune.
A fronte di questi mutamenti sta l'insistenza con cui il Capo dello Stato, ormai arbitro discreto della situazione politica, esprime apprezzamento per lo spirito di "coesione nazionale" mostrato dai partiti in occasione della manovra finanziaria e segnala l'esigenza di ulteriori prove di coesione in futuro. Non c'è dubbio che, in questa affermazione, vi sia la preoccupazione per l'evoluzione del contesto economico e dell'atteggiamento dei mercati verso il nostro Paese. Tuttavia è possibile scorgervi anche la preoccupazione per l'evoluzione del quadro politico che potrebbe richiedere un qualche tipo di "governo di unità nazionale" qualora la crisi in atto dovesse precipitare e in attesa di future consultazioni elettorali.
Per quanto vi sia, da parte di alcune forze politiche, la richiesta formale di elezioni anticipate, la loro realizzazione sembra improbabile perchè l'esito delle stesse è altamente incerto e temuto sia dal centrodestra che percepisce, anche dai sondaggi, la forte caduta di consenso nel Paese, sia dal centrosinistra che non è ancora pronto a presentare un programma ed una leadership condivisi.
L'ipotesi di un governo di coesione nazionale potrebbe essere favorita dagli sviluppi delle inchieste giudiziarie in corso qualora esse dovessero investire direttamente importanti membri del governo.
Nel caso in cui il Capo dello Stato debba intervenire per consentire una nuova compagine governativa, vedo due possibilità:
- un governo tecnico sul modello di quello di Ciampi in occasione della crisi degli anni novanta. Tale governo potrebbe essere sostenuto da un amplissimo arco di forze politiche di destra, centro e sinistra. Il candidato più qualificato sarebbe, a mio avviso, Mario Monti per la sua indiscutibile autorevolezza, anche internazionale, e competenza.
- un governo politico espressione di forze eterogenee ma situate in un arco più limitato rispetto all'ipotesi precedente (ad esempio: PDL, Lega, Terzo Polo, IDV, data la svolta moderata di Di Pietro). Il Terzo Polo ha mostrato disponibilità al riguardo. Di Pietro, che ha fiuto, non credo perderebbe l'occasione di ribaltare comunque lo stagnante assetto politico attuale. Il candidato più probabile sarebbe Maroni, che gode di un'ampia rete di consensi sia nella maggioranza che nell'opposizione. Il suo schermirsi a fronte dell'ipotesi di una sua candidatura a premier rientra nel gioco delle parti, ma non preclude affatto tale ipotesi. Escluderei invece la partecipazione del PD, proposta da Fini in una recente intervista a La Repubblica, perchè sarebbe troppo oneroso da un punto di vista elettorale per questo partito partecipare ad un governo guidato da un esponente di quello attuale. dopo la contrapposizione frontale che vi è stata. D'altronde la proposta di Fini è stata respinta al mittente per bocca di Enrico Letta.
La scelta fra le due ipotesi dipenderebbe non solo dalla dinamica fra le forze politiche, ma anche dall'andamento dei mercati: se l'aggressione all'Italia riprendesse in modo virulento, sarebbe preferbile la prima per le maggiori garanzie che darebbe al mondo finanziario.
Entrambi i governi avrebbero un compito primario: la revisione della Legge elettorale, per ridare agli elettori la possibilità di eleggere i loro rappresentanti e correggere altre storture del "porcellum", cioè l'attuale Legge Calderoli, così chiamata dal politologo Sartori perchè lo stesso Calderoli l'ha definita "una porcata".
Tale votazione ha infatto messo in evidenza quanto segue:
- il cambiamento della leadership all'interno della Lega: Maroni ormai controlla la maggioranza dei deputati padani e, soprattutto, ha dimostrato al popolo leghista di averlo ascoltato, di comprendere il suo disagio e di voler rompere con l'acquiescenza verso le posizioni del premier che aveva fatto della Lega un "partito romano", capace di ingoiare tutto pur di mantenere il potere. Basta pensare quanto deve essere dispiaciuto ai leghisti il voto con cui, avallando il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato, la Lega ha fatto finta di credere all'insostenibile ipotesi che Ruby fosse la nipote di Mubarak.
La lealtà è una cosa, coprirsi di ridicolo per salvare Berlusconi è un'altra.
- l'impotenza del premier a fronte del logoramento della coalizione e suo personale, che è espressa non solo dal contrasto fra la sua reazione a caldo dopo il voto (ha esclamato "vergogna!" dopo l'esito della votazione) e le parole concilianti verso Bossi, Maroni e Calderoli a qualche giorno di distanza, ma anche dall'eloquente immagine che lo ritrae rabbuiato e con gli occhi rivolti al cielo subito dopo la comunicazione del risultato. Anche la successiva protesta del premier per il "mancato rispetto dei patti" è stata subito bilanciata da numerose dichiarazioni sulla solidità del rapporto con Bossi, che testimonia la sua debolezza rispetto ad un alleato che tende sempre più a smarcarsi dalle sue scelte: sarà interessante vedere, al riguardo, come si comporterà la Lega il 27 prossimo quando sarà affrontato in Parlamento il tema del "processo lungo" che interessa al premier soprattutto in relazione alla vicenda Ruby.
- la conferma della possibilità di una convergenza fra forze di destra, di centro e di sinistra per affrontare un'emergenza nazionale. Tale convergenza si è manifestata anzitutto nell'approvazione della manovra finanziaria e si è ripetuta in occasione del voto su Papa. Per quanto i due eventi siano molti diversi fra loro, sono accomunati dall'eccezionalità della situazione da affrontare: nel primo caso il rischio della bancarotta dello Stato, nel secondo il rischio di una rivolta popolare contro i privilegi della casta, compresa l'impunità. La rivolta se non nelle piazze (la Serracchiani del PD ha detto che, senza cambiamenti ,"ci cercheranno con i forconi") ci sarebbe certamente nelle urne, con esiti potenziali davvero imprevedibili, vista l'ormai conclamata volontà degli elettori di non farsi più ingabbiare da appartenenze ideologiche e di mettere fine a scelte contrarie al buon senso e al sentire comune.
A fronte di questi mutamenti sta l'insistenza con cui il Capo dello Stato, ormai arbitro discreto della situazione politica, esprime apprezzamento per lo spirito di "coesione nazionale" mostrato dai partiti in occasione della manovra finanziaria e segnala l'esigenza di ulteriori prove di coesione in futuro. Non c'è dubbio che, in questa affermazione, vi sia la preoccupazione per l'evoluzione del contesto economico e dell'atteggiamento dei mercati verso il nostro Paese. Tuttavia è possibile scorgervi anche la preoccupazione per l'evoluzione del quadro politico che potrebbe richiedere un qualche tipo di "governo di unità nazionale" qualora la crisi in atto dovesse precipitare e in attesa di future consultazioni elettorali.
Per quanto vi sia, da parte di alcune forze politiche, la richiesta formale di elezioni anticipate, la loro realizzazione sembra improbabile perchè l'esito delle stesse è altamente incerto e temuto sia dal centrodestra che percepisce, anche dai sondaggi, la forte caduta di consenso nel Paese, sia dal centrosinistra che non è ancora pronto a presentare un programma ed una leadership condivisi.
L'ipotesi di un governo di coesione nazionale potrebbe essere favorita dagli sviluppi delle inchieste giudiziarie in corso qualora esse dovessero investire direttamente importanti membri del governo.
Nel caso in cui il Capo dello Stato debba intervenire per consentire una nuova compagine governativa, vedo due possibilità:
- un governo tecnico sul modello di quello di Ciampi in occasione della crisi degli anni novanta. Tale governo potrebbe essere sostenuto da un amplissimo arco di forze politiche di destra, centro e sinistra. Il candidato più qualificato sarebbe, a mio avviso, Mario Monti per la sua indiscutibile autorevolezza, anche internazionale, e competenza.
- un governo politico espressione di forze eterogenee ma situate in un arco più limitato rispetto all'ipotesi precedente (ad esempio: PDL, Lega, Terzo Polo, IDV, data la svolta moderata di Di Pietro). Il Terzo Polo ha mostrato disponibilità al riguardo. Di Pietro, che ha fiuto, non credo perderebbe l'occasione di ribaltare comunque lo stagnante assetto politico attuale. Il candidato più probabile sarebbe Maroni, che gode di un'ampia rete di consensi sia nella maggioranza che nell'opposizione. Il suo schermirsi a fronte dell'ipotesi di una sua candidatura a premier rientra nel gioco delle parti, ma non preclude affatto tale ipotesi. Escluderei invece la partecipazione del PD, proposta da Fini in una recente intervista a La Repubblica, perchè sarebbe troppo oneroso da un punto di vista elettorale per questo partito partecipare ad un governo guidato da un esponente di quello attuale. dopo la contrapposizione frontale che vi è stata. D'altronde la proposta di Fini è stata respinta al mittente per bocca di Enrico Letta.
La scelta fra le due ipotesi dipenderebbe non solo dalla dinamica fra le forze politiche, ma anche dall'andamento dei mercati: se l'aggressione all'Italia riprendesse in modo virulento, sarebbe preferbile la prima per le maggiori garanzie che darebbe al mondo finanziario.
Entrambi i governi avrebbero un compito primario: la revisione della Legge elettorale, per ridare agli elettori la possibilità di eleggere i loro rappresentanti e correggere altre storture del "porcellum", cioè l'attuale Legge Calderoli, così chiamata dal politologo Sartori perchè lo stesso Calderoli l'ha definita "una porcata".
lunedì 18 luglio 2011
La sfida globale e i costi della politica
Mi è stato chiesto perchè, nel mio ultimo post, non ho citato il fatto che, mentre i politici hanno accollato gravi sacrifici ai cittadini, hanno esentato se stessi da qualunque riduzione, rinviando a data da definire eventuali tagli ai costi della politica.
Il motivo è che citarli in quel contesto avrebbe significato sminuire fortemente il significato della "coesione nazionale" raggiunta in tale occasione.
Che è un grande risultato o, per citare il Presidente della Repubblica, "un miracolo", che potrebbe essere molto utile in futuro.
Come credo sia evidente dai miei post io sono critico sia verso il centrodestra, al quale sono più vicino per valori ma che ha disatteso molte promesse fatte agli elettori, sia verso il centrosinistra, che non riesce ad esprimere un programma alternativo e mantiene forti ambiguità ( si veda l'astensione del PD sulla proposta dell'IDV di abolire le provincie).
Tuttavia, come non credevo che sarebbe stato utile al centrosinistra demonizzare tutto ciò che ha fatto il Governo solo per l'odio verso Berlusconi ( infatti con questa strategia ha sempre perso le elezioni), ritengo sommamente sbagliato demonizzare tutto ciò che fa la politica solo perchè la "casta" difende i suoi privilegi.
Lo spirito di unità nazionale che ha consentito di approvare in tempi record la manovra finanziaria è cosa di grande rilevanza, anche se la "casta" ha mostrato uno sgradevole spirito corporativo, ed è un valore da coltivare perchè il nostro Paese, e non solo il nostro, deve affrontare tempi molto duri.
Per dirla chiaramente, gran parte dei paesi sviluppati (Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, poi Grecia, Portogallo Spagna, Irlanda, Italia, ecc.) hanno vissuto negli ultimi 20/30 anni costantemente al di sopra dei propri mezzi, accumulando debiti pubblici e privati spesso insostenibili e accollando alle future generazioni l'onere derivante da un tenore di vita troppo alto di quelle attuali.
Invece di impostare una politica di rigore che consentisse di correggere gli eccessi e riportare ad un equilibrio i conti pubblici e privati, si è preferito - negli ultimi due anni - inondare il sistema globale con ulteriori finanziamenti a pioggia (c.d. "quantitative easing") che non hanno risolto i problemi economici e dell'occupazione ed hanno gonfiato ulteriori bolle finanziarie. In sostanza si è cercato di curare un sistema drogato dai debiti offrendogli più droga.
Anche qui i nodi stanno venendo al pettine e lo dimostra l'aggressione che la finanza internazionale, in larga misura di origine USA, sta facendo verso i paesi ritenuti più deboli per scaricare su di essi l'immane costo del riaggiustamento economico che si dovrà fare a livello globale per evitare una gravissima recessione (stile 1929) e riprendere la via di uno sviluppo che, comunque, dovrà essere più moderato di quello passato.
E' in atto, quindi, una vera e propria guerra economica che si combatte con le armi della finanza e con i giudizi "pilotati" delle agenzie di rating, che sono il maggiore scandalo del terzo millennio.
Per non essere schiacciati è necessario dimostrare di saper fronteggiare l'aggressione, mettendo davvero in ordine i propri conti e sviluppando un'adeguata competitività. Ciò non potrà essere fatto in un contesto politico di forti contrapposizioni, che è caratteristico della realtà italiana, ma richiederà più volte il contributo congiunto di maggioranza e opposizione. E' questa la ragione che mi ha indotto a plaudire al comportamento responsabile dimostrato da entrambe.
E' ovvio, e da tutti sottolineato, che tale sforzo sarà tanto più credibile quanto più sarà accompagnato da un ridimensionamento del pletorico apparato politico- amministrativo del nostro Paese, non solo per il suo costo, che incide pesantemente sui conti pubblici, ma anche perchè chi chiede agli altri sacrifici deve dare l'esempio.
Per far uscire il dibattito su questo punto dal tono dell'invettiva, che è al momento prevalente, a quello della ricerca di soluzioni, è necessario chiedere ai partiti, in vista delle elezioni che si terranno nel 2012 o nel 2013, di fare proposte concrete su pochi punti precisi. Per parte nostra segnaliamo i seguenti:
- riduzione del numero dei parlamentari e degli altri componenti di assemblee elettive a livello territoriale
- effettiva equiparazione delle loro remunerazioni e delle altre prebende alle media europea
- riduzione o abolizione delle provincie. Sull'opportunità dell'abolizione si sono espressi in molti ma non è chiaro se tale provvedimento avrebbe solo aspetti positivi. In Parlamento la proposta dell'IDV è stata affossata anche con la determinante astensione del PD, che ha recentemente annunciato di voler presentare un progetto di legge per la riduzione di questi Enti. Un dibattito sul merito della questione andrebbe affrontato.
Sarebbe opportuno che su queste o altre richieste, fatte comunque in forma essenziale che non consenta "svicolamenti" nelle risposte, esercitassero un'azione di vigilanza sia i cittadini, soprattutto tramite la Rete, sia i mezzi d'informazione che, mentre hanno il pregio di sollevare in modo documentato i problemi, hanno talvolta il limite di non dare luogo in modo sistematico e comparativo alla verifica di quanto proposto dalle forze politiche.
Il motivo è che citarli in quel contesto avrebbe significato sminuire fortemente il significato della "coesione nazionale" raggiunta in tale occasione.
Che è un grande risultato o, per citare il Presidente della Repubblica, "un miracolo", che potrebbe essere molto utile in futuro.
Come credo sia evidente dai miei post io sono critico sia verso il centrodestra, al quale sono più vicino per valori ma che ha disatteso molte promesse fatte agli elettori, sia verso il centrosinistra, che non riesce ad esprimere un programma alternativo e mantiene forti ambiguità ( si veda l'astensione del PD sulla proposta dell'IDV di abolire le provincie).
Tuttavia, come non credevo che sarebbe stato utile al centrosinistra demonizzare tutto ciò che ha fatto il Governo solo per l'odio verso Berlusconi ( infatti con questa strategia ha sempre perso le elezioni), ritengo sommamente sbagliato demonizzare tutto ciò che fa la politica solo perchè la "casta" difende i suoi privilegi.
Lo spirito di unità nazionale che ha consentito di approvare in tempi record la manovra finanziaria è cosa di grande rilevanza, anche se la "casta" ha mostrato uno sgradevole spirito corporativo, ed è un valore da coltivare perchè il nostro Paese, e non solo il nostro, deve affrontare tempi molto duri.
Per dirla chiaramente, gran parte dei paesi sviluppati (Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, poi Grecia, Portogallo Spagna, Irlanda, Italia, ecc.) hanno vissuto negli ultimi 20/30 anni costantemente al di sopra dei propri mezzi, accumulando debiti pubblici e privati spesso insostenibili e accollando alle future generazioni l'onere derivante da un tenore di vita troppo alto di quelle attuali.
Invece di impostare una politica di rigore che consentisse di correggere gli eccessi e riportare ad un equilibrio i conti pubblici e privati, si è preferito - negli ultimi due anni - inondare il sistema globale con ulteriori finanziamenti a pioggia (c.d. "quantitative easing") che non hanno risolto i problemi economici e dell'occupazione ed hanno gonfiato ulteriori bolle finanziarie. In sostanza si è cercato di curare un sistema drogato dai debiti offrendogli più droga.
Anche qui i nodi stanno venendo al pettine e lo dimostra l'aggressione che la finanza internazionale, in larga misura di origine USA, sta facendo verso i paesi ritenuti più deboli per scaricare su di essi l'immane costo del riaggiustamento economico che si dovrà fare a livello globale per evitare una gravissima recessione (stile 1929) e riprendere la via di uno sviluppo che, comunque, dovrà essere più moderato di quello passato.
E' in atto, quindi, una vera e propria guerra economica che si combatte con le armi della finanza e con i giudizi "pilotati" delle agenzie di rating, che sono il maggiore scandalo del terzo millennio.
Per non essere schiacciati è necessario dimostrare di saper fronteggiare l'aggressione, mettendo davvero in ordine i propri conti e sviluppando un'adeguata competitività. Ciò non potrà essere fatto in un contesto politico di forti contrapposizioni, che è caratteristico della realtà italiana, ma richiederà più volte il contributo congiunto di maggioranza e opposizione. E' questa la ragione che mi ha indotto a plaudire al comportamento responsabile dimostrato da entrambe.
E' ovvio, e da tutti sottolineato, che tale sforzo sarà tanto più credibile quanto più sarà accompagnato da un ridimensionamento del pletorico apparato politico- amministrativo del nostro Paese, non solo per il suo costo, che incide pesantemente sui conti pubblici, ma anche perchè chi chiede agli altri sacrifici deve dare l'esempio.
Per far uscire il dibattito su questo punto dal tono dell'invettiva, che è al momento prevalente, a quello della ricerca di soluzioni, è necessario chiedere ai partiti, in vista delle elezioni che si terranno nel 2012 o nel 2013, di fare proposte concrete su pochi punti precisi. Per parte nostra segnaliamo i seguenti:
- riduzione del numero dei parlamentari e degli altri componenti di assemblee elettive a livello territoriale
- effettiva equiparazione delle loro remunerazioni e delle altre prebende alle media europea
- riduzione o abolizione delle provincie. Sull'opportunità dell'abolizione si sono espressi in molti ma non è chiaro se tale provvedimento avrebbe solo aspetti positivi. In Parlamento la proposta dell'IDV è stata affossata anche con la determinante astensione del PD, che ha recentemente annunciato di voler presentare un progetto di legge per la riduzione di questi Enti. Un dibattito sul merito della questione andrebbe affrontato.
Sarebbe opportuno che su queste o altre richieste, fatte comunque in forma essenziale che non consenta "svicolamenti" nelle risposte, esercitassero un'azione di vigilanza sia i cittadini, soprattutto tramite la Rete, sia i mezzi d'informazione che, mentre hanno il pregio di sollevare in modo documentato i problemi, hanno talvolta il limite di non dare luogo in modo sistematico e comparativo alla verifica di quanto proposto dalle forze politiche.
giovedì 14 luglio 2011
Un plauso alla maggioranza e all' opposizione
Nel mio post del 7 luglio scrivevo, a proposito dell'elevatissimo e crescente debito pubblico italiano: "Ma ora i nodi sono venuti al pettine e la politica del rinvio non è più possibile, pena la bancarotta finanziaria del Paese". Il giorno successivo iniziava l'attacco dei mercati all'Italia causato da un approccio titubante al problema, frutto degli eccessivi contrasti esistenti nella maggioranza e fra questa e l'opposizione.
Di fronte alla minaccia mortale che veniva portata all'Italia ed anche grazie all' incisivo intervento di "moral suasion" del Capo dello Stato, le forze di governo e quelle di opposizione hanno saputo trovare, pur nelle differenti sensibilità e valutazioni, uno spirito di unità nazionale che ha consentito di correggere la manovra, accogliendo sensate richieste delle seconde, e di garantirne l'approvazione in tempi straordinariamente brevi, anche rispetto agli standard internazionali.
Ciò ha fatto dire a Mario Monti in un articolo pubblicato contemporaneamente sul Corriere della Sera e sul Financial Times del 14 c.m. "Ma certo si può dire che la reazione di cui ha dato prova l'Italia è stata davvero notevole. Tanto più in un Paese nel quale pochi avrebbero scommesso di vedere una reazione così, mentre molti hanno in effetti "scommesso", muovendo i loro fondi contro l'Italia, che questa reazione non ci sarebbe stata".
In questa occasione la classe politica, che viene frequentemente e giustamente criticata per vari motivi, ha dimostrato di essere all'altezza della situazione.
Anche il principale punto debole della manovra, cioè la sua iniquità dovuta ad un eccessivo onere sulle fasce deboli della popolazione, con riferimento alla rivalutazione delle pensioni e all'imposta sul deposito titoli, è stato corretto.
Come sempre l'Italia dà il meglio di se di fronte a situazioni di estrema difficoltà.
Anche se i mercati, con ogni probabilità, metteranno ancora alla prova la capacità di resistenza del nostro Paese, mi sento di poter dire che la prova sarà superata. Questo successo deve servire a costruire un nuovo agone politico in cui si evitino gli "inciuci" della bassa politica, ma si attuino le "sintesi" dell'alta politica, necessarie per tutelare davvero, e non solo in circostanze eccezionali, i comuni interessi nazionali.
Di fronte alla minaccia mortale che veniva portata all'Italia ed anche grazie all' incisivo intervento di "moral suasion" del Capo dello Stato, le forze di governo e quelle di opposizione hanno saputo trovare, pur nelle differenti sensibilità e valutazioni, uno spirito di unità nazionale che ha consentito di correggere la manovra, accogliendo sensate richieste delle seconde, e di garantirne l'approvazione in tempi straordinariamente brevi, anche rispetto agli standard internazionali.
Ciò ha fatto dire a Mario Monti in un articolo pubblicato contemporaneamente sul Corriere della Sera e sul Financial Times del 14 c.m. "Ma certo si può dire che la reazione di cui ha dato prova l'Italia è stata davvero notevole. Tanto più in un Paese nel quale pochi avrebbero scommesso di vedere una reazione così, mentre molti hanno in effetti "scommesso", muovendo i loro fondi contro l'Italia, che questa reazione non ci sarebbe stata".
In questa occasione la classe politica, che viene frequentemente e giustamente criticata per vari motivi, ha dimostrato di essere all'altezza della situazione.
Anche il principale punto debole della manovra, cioè la sua iniquità dovuta ad un eccessivo onere sulle fasce deboli della popolazione, con riferimento alla rivalutazione delle pensioni e all'imposta sul deposito titoli, è stato corretto.
Come sempre l'Italia dà il meglio di se di fronte a situazioni di estrema difficoltà.
Anche se i mercati, con ogni probabilità, metteranno ancora alla prova la capacità di resistenza del nostro Paese, mi sento di poter dire che la prova sarà superata. Questo successo deve servire a costruire un nuovo agone politico in cui si evitino gli "inciuci" della bassa politica, ma si attuino le "sintesi" dell'alta politica, necessarie per tutelare davvero, e non solo in circostanze eccezionali, i comuni interessi nazionali.
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