Il quadro politico uscito dalle urne è fatto di luci (poche ) e ombre (molte).
Il fatto più positivo è la forte affermazione del Movimento 5 Stelle che ha sancito la fine della seconda Repubblica.
Come ho scritto nell'ultimo commento al post precedente " senza una forte affermazione di Grillo il nostro Paese non ha speranza di uscire dal guado".
Da questo punto di vista c'è da rallegrarsi perchè ora la riforma della politica verrà fatta e questa è la base per la rinascita del Paese. I Partiti tradizionali non possono eludere questa prova perchè, se le cose rimanessero come oggi, alla prossima elezione il Movimento 5 Stelle supererebbe il 50% dei consensi.
A fronte di questa positività sta però l'ingovernabilità che emerge dai risultati elettorali: pur avendo faticosamente conquistato il premio di maggioranza alla Camera e una risicata maggioranza relativa al Senato, il PD non è in grado di governare neppure con l'appoggio di Monti, che ha ottenuto un risultato inferiore alle attese e il cui peso nei futuri equilibri è assai limitato. La vittoria numerica della coalizione PD/SEL è in realtà una sconfitta politica anche per la formidabile rimonta della coalizione PDL/LEGA che è arrivata a un soffio dalla precedente ed ha conquistato il premio di maggioranza nelle regioni più consistenti e, in particolare, in tutto il nord.
Questa situazione ha innervosito fortemente i mercati finanziari che hanno reagito negativamente sia in termini di caduta delle quotazioni nelle maggiori piazze mondiali , sia nella risalita dello spread fra i titoli italiani e i bund tedeschi. Forte perplessità trapela anche dalle cancellerie europee, pur in assenza di commenti ufficiali.
A questo punto il rischio è che l'Italia non riesca a collocare l'enorme debito pubblico in scadenza nei prossimi mesi o possa farlo a tassi d'interesse insostenibili, e che ciò richieda un sostanziale "commissariamento" del nostro Paese, con ricadute pesantissime sui già martoriati contribuenti italiani, sui livelli di occupazione e sulla tenuta del nostro sistema produttivo.
L'unica via d'uscita è che le forze politiche mettano in seconda fila gli interessi di parte e le ingiurie della campagna elettorale e si adoperino per un governo di unità nazionale che possa, non solo riformare la legge elettorale e i privilegi della casta, ma avviare un negoziato con l'Europa, sulla falsariga di quanto fatto dalla Francia, per ottenere alcuni spazi di manovra atti a fare mirate azioni di rilancio dell'economia e un contenimento della pressione fiscale, senza venir meno alla sostanziale disciplina di bilancio.
E' un percorso difficile che metterà alla prova la disponibilità dichiarata da vari esponenti politici, nei commenti sul voto, a farsi carico dei problemi del Paese in una situazione davvero grave, che rischia di travolgerci.
Non è più il momento dei tatticismi e delle vuote promesse, ma quello di una vera assunzione di responsabilità.
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martedì 26 febbraio 2013
lunedì 18 febbraio 2013
Diamo la pagella ai partiti
Nel post precedente ho indicato le principali attese che, a mio avviso, i cittadini hanno nei confronti delle forze politiche. Tali attese possono essere prese in considerazione come criteri in base ai quali valutare le proposte elettorali fatte dalle stesse.
Per la valutazione propongo un metodo semplice, che consente di trasformare i giudizi qualitativi in valori numerici e, quindi, di “pesare” le proposte presentate.
Il metodo consiste nell’attribuire, per ciascun criterio, una votazione da 1 ( valore minimo) a 10 ( valore massimo), con riferimento alle principali forze in competizione, in funzione del grado di soddisfacimento che si ritiene possa essere dato alle attese dei cittadini. Per fare ciò bisogna attribuire il voto 10 alla forza che meglio di tutte risponde ad un determinato criterio, attribuendo poi, in una scala discendente, il punteggio alle altre forze, evitando valutazioni di “pari merito”: deve, cioè esistere sempre una differenza di valutazione fra una forza politica e le altre.
Non potendo costruire, per limiti del sistema di scrittura nel blog, una tabella a doppia entrata in cui porre su un asse i criteri, sull’altro le forze politiche e nelle caselle di incrocio i punteggi, procedo prima dando i punteggi a ciascuna forza per ciascun criterio e poi sommando tutti i punteggi ottenuti per arrivare alla valutazione complessiva.
Preciso che, pur avendo indicato nel post precedente una scala di priorità delle attese dei cittadini, non ritengo opportuno attribuire un diverso peso a ciascun criterio perché sarebbe difficile non produrre impreviste distorsioni nel giudizio finale. Quindi, per definizione, ciascun criterio ha lo stesso valore.
Di seguito esprimo le mie personalissime valutazioni; va da sé che ciascun lettore può ripetere l’esercizio dando i propri giudizi ed, eventualmente, cambiando anche i criteri.
Le forze politiche prese in considerazione sono:
- Coalizione PD/SEL; in sigla: PD/SEL
- Coalizione per Monti; in sigla: Monti
- Coalizione PDL/Lega; in sigla: PDL/LEGA
- Movimento 5 Stelle; in sigla: Grillo
- Fare per fermare il declino; in sigla: Giannino
CRITERI
- Tagliare i costi della politica: Grillo (10), Monti (8), Giannino ( 7), PD/SEL (5), PDL/LEGA ( 4)
- Eliminare la commistione fra politica e affari: Grillo (10), Monti (8), Giannino ( 7), PD/SEL (4), PDL/LEGA (3)
- Reperire le risorse per rilanciare le imprese, il lavoro e i consumi:Giannino (10), Monti (9), PD/SEL (8), PDL/LEGA (5), Grillo (3)
- Tutelare le fasce deboli: PD/SEL (10), Grillo (8), Monti (6), Giannino (5), PDL/LEGA ( 3)
- Riformare la legge elettorale: Monti (10), Grillo (9), Giannino (8), PD/SEL (4),PDL/LEGA: (3)
- Semplificare la macchina burocratica e liberalizzare: Monti (10), Giannino (9), PD/SEL (6), PDL/LEGA (5), Grillo (4)
- Riformare la giustizia: Monti (10),Giannino (9), PD/SEL (5), PDL/LEGA (4), Grillo (3)
GIUDIZI
- PD/SEL: 5+4+8+10+4+ 6+5 = 42; voto medio: 6,00
- PDL/LEGA: 4+3+5+3+3+5+4= 27 “ “ 3,86
- Monti: 8+8+9+6+10+10+10 = 61 “ “ 8, 57
- Grillo: 10+10+3+8+9+4+3= 47 “ “ 6,71
- Giannino:7+7+10+5+8+9+9= 55 “ “ 7,86
Va notato che, nei miei giudizi, le coalizioni formate esclusivamente da partiti tradizionali sono penalizzate dal fatto che hanno disatteso completamente alcune aspettative dei cittadini, sia negli anni in cui i maggiori partiti sono stati al governo sia nell’anno del governo tecnico, in cui i partiti avrebbero dovuto dedicarsi alle riforme, ma non lo hanno fatto. Il partito di Giannino è, invece, premiato per il fatto di avere il programma di gran lunga più analitico, con indicazione di obiettivi misurabili e col dettaglio delle modalità per conseguirli; il tutto è da verificare, ovviamente, alla prova dei fatti.
Gli alti punteggi attribuiti alla coalizione per Monti deriva dal fatto che, pur essendovi al suo interno partiti tradizionali che potrebbero opporre alcune resistenze all’azione riformatrice, la leadership di Monti è indiscussa e capace, a mio avviso, di superare tali eventuali difficoltà.
Ora lascio la parola ia lettori per commenti e personali valutazioni.
sabato 2 febbraio 2013
Memento per i partiti
E’ fisiologico che, nella prima fase della campagna elettorale i partiti si pongano soprattutto problemi di “posizionamento”: come tutti gli animali, anche l’uomo ha un’atavica tendenza a “marcare il territorio”, tendenza che, in politica, significa delimitare il proprio bacino elettorale in modo tale da formulare un ‘ ”offerta politica” appetibile per gli abitanti di quello spazio.
E’ meno accettabile che la campagna sia attuata più a forza di slogan e di vuote promesse che attraverso articolate e sostenibili proposte sui contenuti; ciò sta creando una forte irritazione negli elettori e non stimola al voto gli indecisi e coloro che hanno sviluppato un forte scetticismo verso la politica.
Anche i toni costantemente sopra le righe non aiutano ed anzi contribuiscono ad aumentare il disagio. Un esempio in questo senso è la richiesta di dimissioni di Bersani, a seguito della vicenda Montepaschi , fatta da Beppe Grillo e frutto della sua nota verve polemica. Il PD non può certo chiamarsi fuori dalle responsabilità derivanti dal fatto che la Fondazione Montepaschi, azionista di controllo della banca, è espressione delle istituzioni locali, a loro volta controllate dal predetto partito. L’argomentazione di Bersani “il partito è una cosa, la banca un’altra” è, come ho scritto in un commento al post precedente, “una foglia di fico”. Anche la sua rabbiosa reazione “non si azzardassero …..altrimenti li sbraniamo” non è una risposta adeguata ai quesiti che gli vanno legittimamente posti: cosa sapeva il Partito, a livello centrale, delle anomale commistioni e rotazioni fra incarichi politico- istituzionali e incarichi manageriali nella Fondazione e nella banca? Cosa intende fare per porre fine alla relazione incestuosa fra politica locale e affari e per evitare il ripetersi di queste pesantissime anomalie ?
Questo a prescindere dalle indagini che la magistratura sta conducendo: quale che sia l’esito delle stesse, il tema politico della questione è quello del controllo da parte degli organi del partito sui comportamenti dei suoi membri e la capacità di sanzionare quelli inadeguati, anche se non avessero rilevanza penale. Chiedere le dimissioni del segretario del PD, senza porre le giuste domande, significa buttare fumo negli occhi e lasciare le cose come stanno.
Ora, comunque, è il momento di ricordare quali sono alcune fra le principali attese che i cittadini hanno nei confronti delle forze politiche in termini di contenuto, alle quali i partiti dovrebbero dare qualche significativa e credibile risposta prima della tornata elettorale. Naturalmente quelle che esporrò sono una mia sintesi di elementi raccolti attraverso il dibattito nel blog e da altre fonti, sulla quale si può, ovviamente, dissentire. Ma su questo lascio la parola ai lettori:
1 – Tagliare i costi della politica: è l’aspetto da cui deve partire la riduzione delle spese pubbliche e si concretizza in questi punti: riduzione dei membri delle assemblee elettive e dei loro emolumenti e privilegi, eliminazione o accorpamento delle province, drastica riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti, controllo da parte dello Stato delle spese delle Regioni e altri enti locali.
2 – Eliminare la commistione fra politica e affari: la vicenda Montepaschi deve essere lo stimolo a varare finalmente la legge sul funzionamento dei partiti, prevista dalla Costituzione ma mai attuata, in cui prevedere, fra l’altro, il divieto d’ingerenza dei partiti nelle nomine di amministratori pubblici e privati, con pesanti sanzioni penali e civili per chi non lo rispetta.
3 – Reperire le risorse per rilanciare le imprese, il lavoro e i consumi : non potendo ricorrere ad ulteriori imposte, pena la rivoluzione del popolo, né ad ulteriore debito, pena la dura sanzione dei mercati, è giocoforza tagliare le spese improduttive e recuperare le imposte evase. I partiti dicano quali e come.
4 - Tutelare le fasce deboli: la crisi ha inciso troppo duramente su chi non ha un lavoro, su chi lo ha perso e su chi è esodato. Pur nei limiti delle risorse pubbliche, questo tema non può essere eluso. Particolare attenzione va data alla drammatica situazione dei giovani.
5 – Riformare la legge elettorale : gli elettori sono stati espropriati, con il “porcellum”, del basilare diritto di scegliere i propri rappresentanti, e un Parlamento di nominati che non sapesse dar vita a questa riforma, dovrebbe essere sciolto per manifesta inadeguatezza
6 – Semplificare la macchina burocratica e liberalizzare: fare impresa, attrarre investitori esteri e realizzare investimenti pubblici e privati è difficile perché troppo lunghi e costosi sono gli adempimenti burocratici e troppo forti le resistenze corporative ad una maggiore efficienza dello Stato, degli enti locali, delle professioni.
7 – Riformare la giustizia: la lentezza della giustizia, dovuta anche alla numerosità dei gradi di giudizio, è un’altra causa della scarsa competitività del Sistema Italia, alla quale va posto rimedio.
Come si può notare, molti dei punti predetti sono a costo zero ed, anzi, tali da far recuperare risorse economiche o di contesto capaci di favorire il buon funzionamento dell’economia e della società.
Ovviamente ciascuno schieramento politico potrà dare un peso diverso alle componenti segnalate ma nessun programma politico risolverà, a mio avviso, la crisi italiana se non conterrà un ragionevole mix delle stesse.
Un’ultima considerazione: ho detto in precedenza che nuove manovre sul lato della tassazione sono improponibili, visto il grado estremo di pressione fiscale esistente nel nostro Paese, ma, nella malaugurata ipotesi che ciò dovesse avvenire in futuro ed essendo stati tartassati finora i ceti medi e bassi, sarebbe opportuno che venissero colpiti i più abbienti. Cito al riguardo il pensiero di un illustre personaggio, al di sopra di ogni sospetto, che ho tratto dalla interessante newsletter online “Contrappunti” redatta da Massimo Ferrario:
PATRIMONIALE, i liberali (quelli seri, di una volta) (1.328)
Le ragioni le quali possono consigliare una imposta patrimoniale non sono di giustizia tributaria. Sono
ragioni politiche e psicologiche. Si vuole creare un ambiente di sacrificio nelle classi proprietarie e risparmiatrici,
sicché le classi non proprietarie rimangano convinte che ai tributi sui consumi da esse prevalentemente
pagati si contrappongono imposte sui patrimoni pagate dai ricchi? Si crede che all’uopo
giovi più una imposta straordinaria pagata una volta tanto che un aumento alla imposta annua sul reddito?...
Se questi scopi un governo crede seriamente di poter raggiungere; se esso è sicuro di riuscire a
rimettere poi altrimenti il bilancio in pareggio così da potere realmente consacrare tutto il provento dell’imposta
patrimoniale allo scopo di ridurre il debito pubblico a cifra meno formidabile, esso è giustificato
nello stabilire il tributo. ( Luigi EINAUDI, 1874-1961, giornalista, economista, politico, 2^ presidente della Repubblicanel periodo 1948-1955, da Cronache economiche e politiche di un trentennio, 1919-20, Einaudi, citato in ‘Sillabario’, ‘la Repubblica’,
‘R2 Diario’, 10 gennaio 2013).
venerdì 25 gennaio 2013
Mettere il Regno Unito fuori dall'Europa ?
In un interessante pezzo sul Corriere del 22 gennaio gli economisti Alesina e Giavazzi stroncano giustamente l’articolo intitolato “Perché Monti non è l’uomo giusto per dirigere l’Italia”scritto da Walter Munchau per il Financial Times. Riporto un estratto di quanto scritto dai due economisti:
“Si sta diffondendo una sciocchezza, cioè un’opinione che non ha riscontri nell’evidenza empirica. Il rigore dei conti pubblici sarebbe la ragione per cui la recessione si prolunga e la disoccupazione non scende: Lo ripete da alcuni mesi Stefano Fassina, responsabile economico del PD……; gli fa eco Silvio Berlusconi…..; ne fa cenno persino il Fondo monetario internazionale….; lo scrive Walter Munchau sul Financial Times.
Senza austerità, in Italia come in altri Paese europei, non vi sarebbe stata più crescita ma spread alle stelle, una probabile ristrutturazione del debito, scricchiolii nei bilanci delle banche; insomma il rischio di un altro 2008…... Se il governo Monti avesse perseguito l’austerità…tagliando la spesa, la recessione sarebbe stata molto meno grave. Ma tra questo e dire che l’Italia non avrebbe dovuto fare nulla, magri spendere un po’ di più quando lo spread sfiorava i 600 punti e il debito era diventato insostenibile, è da irresponsabili”. (grassetto mio)
Sottoscrivo queste parole al 100%:
Se si comprendono i motivi elettorali che inducono esponenti politici a sostenere la tesi predetta, ci si può domandare perché lo facciano Il Fondo Monetario Internazionale e il Financial Times. Sul primo punto ha risposto lo stesso Alesina alcuni giorni orsono nel corso della trasmissione radiofonica RAI “Radio anch’io”, in cui si è confrontato con un economista del Fondo Monetario , evidenziando le contraddizioni di questo organismo che, nelle sue ricerche, conferma la linea dell’austerità, ma poi, nelle dichiarazioni ufficiali , per ragioni politiche, la contraddice ( probabilmente per non urtare troppo la grande finanza e gli stati che ne sono fortemente condizionati, aggiungo io).
Sull’atteggiamento del Financial Times credo giochi molto la posizione ambigua della Gran Bretagna nei confronti dell’Europa , come risulta dall’orientamento recentemente espresso dal Premier David Cameron che, da un lato, ha confermato la vocazione europeista ma, dall’altro, ha minacciato di bloccare il trattato europeo, avvalendosi del diritto di veto, se l’Unione non verrà incontro alle esigenze del Regno Unito, che sono parzialmente contrarie a quelle degli altri paesi, i quali mirano ad una maggiore integrazione economica e, in prospettiva di lungo termine, politica. Cameron ha escluso di voler uscire dall’Europa, dicendo testualmente: “ se fossimo fuori dall’Unione noi potremmo continuare i nostri scambi con i paesi membri, ma non avremmo più voce in capitolo sulle regole di questo mercato”.
Ed è noto che quello che non piace ai britannici sono soprattutto i controlli sulla finanza, che ha a Londra il suo epicentro ed è il settore economico più importante del Regno Unito. Qualora in Italia fosse Premier Monti, forte del suo passato ruolo di commissario europeo e della sua credibilità internazionale, tali controlli potrebbero essere rinforzati dall’Unione, insieme ad altre misure non gradite alla grande finanza. Su questo versante, in questi giorni è stata approvata dall’Unione Europea la “cooperazione rafforzata” che consente a 11 Paesi di introdurre la tassa sulle transazioni finanziarie (c.d.: Tobin Tax ) senza attendere l’adesione degli altri. Anche se questa misura è da alcuni contestata perché ritenuta di dubbia efficacia, è comunque un indicatore della volontà europea di governare la tematica.
Come ha scritto Franco Venturini nell’editoriale del 24 gennaio sul Corriere “il vero e decisivo oggetto del contendere” è “ che l’Eurozona, guidata dalla Germania, vuole più integrazione, mentre la Gran Bretagna ne vuole di meno” come dimostra la richiesta del ritorno di poteri da Bruxelles a Londra fatta da Cameron e la sua intenzione di sottoporre tale richiesta a ratifica popolare entro il 2017.
Lasciando da parte l’impropria critica a Monti di un giornalista, le considerazioni che precedono pongono un tema di ampio respiro che dovrebbe essere affrontato: ma conviene all’Europa un partner “ a mezzo servizio”, come il Regno Unito, che cerca di sfruttare i vantaggi del mercato unico, ma non accetta le regole comuni e, quindi, mette spesso i bastoni fra le ruote del processo d’integrazione europea? Bisogna aspettare, al riguardo, la pronuncia britannica o è meglio che l’Europa giochi d’anticipo?
Sarebbe opportuno che le nostre forze politiche si esprimessero su questo tema così rilevante per il futuro dell’Europa e del nostro Paese.
Un dibattito nel blog potrebbe dare un primo contributo in questa direzione.
sabato 19 gennaio 2013
C'era una volta..............
“C’era una volta un Bel Paese, in cui molta parte del popolo era piuttosto credulona. Essa si fece sedurre per venti lunghi anni da un pifferaio, il quale raccontava che quello era il paese di Bengodi, in cui molte cose erano gratis ed altre si potevano acquistare facilmente a debito, anche se non si aveva un reddito tale da rimborsarlo alla scadenza. Per convincere il popolo usava non solo le sue chiacchiere e il suo piffero magico, ma anche la pubblicità, che propinava continuamente sulle televisioni del Bel Paese. Quando qualcuno gli faceva osservare che forse c’era la crisi, lui diceva che non era possibile “perché i ristoranti sono pieni”. La gente gli credeva o, per convenienza, faceva finta di credergli.
Poi un giorno arrivò nel Paese un messaggero, di nome Mercato, che , in modo un po’ brusco, fece sapere alla cittadinanza che aveva fatto troppi debiti, che i creditori non si fidavano più e che bisognava cambiare strada, ascoltando i consigli di un nuovo maestro, il Signor Spread.
Il maestro impartì alcune importanti lezioni che avevano i seguenti titoli:
1 – Non ci sono pasti gratis
2 – Le bugie hanno le gambe corte
3 – L’austerità vi salverà
Le lezioni erano impegnative ma i cittadini si applicarono e le assimilarono bene, anche se con fatica. A quel punto decisero di cacciare il pifferaio che aveva raccontato tante frottole e di lui, per un po’, si sentì parlare poco; pare che si stesse occupando di un processo in cui era testimone una sua giovane amica che lui, in passato, aveva aiutato dicendo (era una delle sue fantasiose bugie) che fosse la nipote di un Capo di Stato.
Un anno dopo però, quando se ne erano quasi perse le tracce, il pifferaio tornò, irrompendo improvvisamente nella piazza più affollata del Paese, e mise in scena un pirotecnico spettacolo di cabaret, in cui si esibiva nei suoi numeri più spericolati ( “ho mantenuto tutte le promesse”, diceva, “ confermo che i ristoranti erano pieni”, ecc.) accompagnati da grandi sorrisi e ammiccamenti vari. Una scena che piacque molto fu quella in cui, prima di sedersi, puliva ben bene la seggiola in cui prima stava un suo acerrimo nemico. Successe, però, una cosa inaspettata: malgrado soffiasse poderosamente dentro al piffero, dallo strumento non usciva alcun suono; le sue parole arrivavano invece forti ma erano stonate, come quelle di un disco rotto che ripete sempre lo stesso ritornello. I cittadini lasciarono la piazza un po’ divertiti per gli ingegnosi trucchi del giocoliere e un po’ indispettiti per il fastidioso senso di “deja vu”che veniva dai suoi discorsi.
Circa un mese dopo arrivò in Italia una signora di nome Elezione che raccolse il voto dei cittadini e fece capire cos’era successo: il pifferaio sapeva bene di non poter più convincere il popolo perché il suo piffero era rotto e l’incantesimo era sparito, ma aveva voluto togliersi lo sfizio di mostrare che era ancora un bravo “showman”. Il Paese, che aveva capito la lezione del Signor Spread, si era divertito alle “gag” del pifferaio ma non aveva abboccato alle sue false promesse.
Inoltre in quei giorni era arrivato anche uno straniero, Mr. Fact Checker (Il controllore dei fatti) che, d’ora innanzi, avrebbe verificato puntualmente tutte le dichiarazioni dei leader confrontandole con le loro azioni successive e avrebbe pubblicato i risultati sui principali quotidiani, mettendo in evidenza le bugie e smascherando chi le raccontava.
In alcuni paesi nordici, dove Mr . Fact Checker lavorava da molto tempo, i pifferai – che pure da quei Paesi provenivano - erano totalmente scomparsi.
E questo felice destino si realizzò anche nel Bel Paese dove le persone avevano ormai gli occhi ben aperti e non credevano più alle facili illusioni”.
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Se la favoletta vi è piaciuta fatela circolare , segnalando a chi può essere interessato il link per accedere al blog.
sabato 12 gennaio 2013
Cosa dice Stefano Fassina
Dato che non condivido l'invito fatto da Monti a Bersani di “silenziare” l’ala sinistra del suo partito, mi sembra opportuno far conoscere ai miei lettori cosa pensa e dice Sfefano Fassina, Responsabile economico del PD, che di tale ala è l’esponente più rappresentativo.
Pubblico, pertanto un’intervista comparsa su La Stampa, e ripresa dalla newsletter online ”Zibaldone “ con l’ introduzione di Lorenzo Borla, autore della predetta newsletter.
Come si può vedere dal testo, la posizione di Fassina è tutt’altro che estremista ma non è
condivisibile, a mio avviso, perchè è basata su un approccio keynesiano, che consiste nell’aumentare la spesa pubblica per rilanciare l’economia. Come sanno i miei lettori abituali, io critico tale approccio non perché sia sbagliato, ma perché lo ritengo inapplicabile nelle attuali circostanze. La dottrina economica di John Maynard Keynes, il grande economista inglese del secolo scorso, è stata determinante per superare la terribile crisi finanziaria del 1929, ma allora il debito pubblico era una frazione del Pil. Oggi, con debiti pubblici che spesso lo superano e talvolta ne sono un multiplo, quella ricetta è destinata a produrre effetti disastrosi. Gli Stati Uniti, che la stanno applicando, con deficit annuale superiore al 10% del Pil e un debito pubblico che ormai lo ha sorpassato ( per non parlare del debito privato, che è drammaticamente alto), stanno mettendo le basi per una crisi sistemica mondiale di proporzioni mai viste. Tale crisi potrà essere prevenuta solo se gli Stati Uniti smetteranno di rinviare, stampando moneta, la soluzione dei loro gravi problemi, messi in evidenza dallo shock immobiliare e finanziario del 2008/2009, e accetteranno di fare sacrifici analoghi a quelli che stanno facendo i Paesi europei per riportare i conti in ordine e ridurre il debito pubblico e privato.
-.-.-.-.-
Il principale terreno di confronto fra destra e sinistra in questo momento è rappresentato dalle misure per uscire dalla crisi. Semplificando: rigore e austerità da una parte, sviluppo e crescita dall'altra. Ovvero, posizioni liberiste da una parte, posizioni keynesiane dall'altra. Cosa vuol dire? Come operi il liberismo di Monti lo abbiamo visto in azione. Adesso Monti nella sua agenda concede qualcosa, tagli alle tasse sul lavoro contro riduzione di spese, a saldi invariati. Invece, cosa vogliono i keynesiani? Piuttosto che dare una risposta generica, viene comoda una intervista a Stefano Fassina, capofila dei keynesiani del Pd, pubblicata su “La Stampa”.
Stefano Fassina, il governatore della Banca d’Italia sostiene che bisogna mantenere la barra dritta sull'austerità. Lei come risponde? <Se toccherà a noi, rispetteremo tutti gli impegni sottoscritti dall’Italia, come abbiamo sempre fatto. Rispetteremo anche quelli sbagliati e irrealistici come il pareggio dei bilancio del 2013 preso dal governo Berlusconi; Ma viene da chiedere se l'austerità è un fine o un mezzo>. È un fine per alleggerire le finanze pubbliche e liberare risorse per la crescita, ovviamente nel lungo termine: <Io ho grande stima e riconoscenza per il lavoro della Banca d'Italia. Ma come ha messo in evidenza in modo inequivocabile il Fondo monetario, nei paesi europei dove è stata applicata, l’austerità ha aggravato i debiti pubblici. Purtroppo il moltiplicatore, sempre secondo il Fondo, che in questo caso lavora al contrario e produce effetti recessivi, è stato tre volte quello indicato dalla Banca d'Italia>.
Sta dicendo che la Banca d'Italia sbaglia le previsioni? <Veramente le stanno sbagliando tutti, la Commissione Ue, l’Ocse, e anche lo stesso Fondo monetario, che peraltro è l'unico che ha fatto un mea culpa. È difficile fare attualmente stime sugli effetti del risanamento> Quindi cosa propone? <Ritengo l'analisi di Visco ancora incompleta, non soltanto perché sottovaluta gli effetti negativi dell’austerità, ma anche perché trascura la necessità del sostengo alla domanda, come condizione necessaria per rianimare la crescita>. Visco veramente sostiene che bisogna riordinare la spesa pubblica e trovare lo spazio per ridurre il peso fiscale, per spingere la domanda. <La verità è che l'attuale politica economica impedisce una crescita in grado di riassorbire la disoccupazione. Noi del Pd ci impegneremo, insieme alle forze progressiste europee, per cambiare rotta e sostenere la domanda interna. La priorità oggi è la domanda. L'attuale quadro di politica macroeconomica inibisce una crescita in grado di riassorbire la disoccupazione>.
Il governatore suggerisce di rimuovere gli ostacoli per le imprese. <Questa azione sarebbe totalmente insufficiente, bisogna sostenere la domanda europea, pubblica e privata. Ampliando gli spazi per togliere le infrastrutture dal computo del deficit. E ridistribuendo il reddito verso il basso>. II Pd ogni tanto tira fuori la stona della patrimoniale. Non le sembra che gli italiani siano abbastanza tartassati dalle tasse? <Siamo stati sempre chiari sull'imposta patrimoniale: sarebbe limitata ai grandi patrimoni personali e finalizzata a ridurre le imposte sui redditi delle famiglie e delle imprese. La stessa Banca d'Italia, nel rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane di qualche giorno fa, ha certificato ancora una volta che da noi le ricchezze sono molto mal distribuite. Si tratta di ristabilire un po' di equità>.
sabato 5 gennaio 2013
Come migliorare l'agenda Monti
Nel rispondere a vari commenti relativi al post del 27 dicembre (“ Agenda Monti: occorre una lista unica “ ), ho sostanzialmente affermato che l’Agenda è largamente condivisibile ma che i buoni propositi che contiene non sono espressi con obiettivi semplici e verificabili, condizione necessaria affinchè gli elettori possano giudicare l’operato del futuro governo, qualora fosse presieduto da Monti.
Un analogo orientamento lo si trova nella parte conclusiva dell’editoriale di Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera del 31 dicembre, dove gli autori fanno un’affermazione che condivido “ ..,. l’agenda che Mario Monti propone agli italiani avrebbe dovuto indicare un obiettivo per la riduzione del rapporto fra spesa pubblica e Pil da attuarsi nella prossima legislatura”. Ci vorrebbe quindi un dato numerico preciso e un arco temporale in cui attuarlo, indicando poi i modi per conseguirlo.
Un esempio concreto di obiettivo ben formulato è il seguente, tratto dal programma del Movimento “Fermare il declino “(www.fermareildeclino.it) in cui si indicano anche le modalità per conseguirlo:
“Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione).
Circa i citati costi della politica, che sono il tema più sentito dagli elettori, l’Agenda Monti si esprime con grande chiarezza, proponendo:
“ la drastica riduzione dei contributi pubblici anche indiretti ai partiti e ai gruppi parlamentari e d ei rimborsi elettorali, con l’introduzione di una disciplina di trasparenza dei bilanci con la perfetta tracciabilità sei finanziamenti privati e una soglia massima per gli stessi contributi”.
Sarebbe opportuno tradurre anche tale orientamento in uno specifico obiettivo numerico; ad esempio. “ridurre del 75% i contributi pubblici anche indiretti ai partiti”. Come ho spiegato nella lettera indirizzata a Bersani, visibile cliccando sul seguente link:
la misura da lui proposta del 50% non è infatti sufficiente.
I miei lettori abituali sanno peraltro che l’obiettivo da me preferito sarebbe la cancellazione totale dei contributi pubblici e il ricorso ai soli finanziamenti privati, magari consentendo di utilizzare l’8 per mille dei redditi Irpef a questo scopo.
Con le predette proposte ho implicitamente fatto riferimento ad un grande pregio dell’Agenda, cioè di essere stata concepita come “primo contributo ad una riflessione aperta” , come recita il sottotitolo della stessa, cioè come uno strumento al cui perfezionamento possono contribuire tutti i cittadini. Al fine di rendere possibile tale partecipazione è stato aperto, dalla sezione emiliana del Movimento “Verso la Terza Repubblica,” che fa parte della coalizione per Monti, un apposito sito visibile cliccando sul seguente link:
Invito i lettori del blog a visitare il sito e, se lo ritengono opportuno, a partecipare con le loro idee.
Oltre alle precedenti segnalazioni, che sono prevalentemente di metodo, vorrei ora soffermarmi su alcuni specifici aspetti di contenuto:
- Scuola e Università: l’Agenda dice giustamente che esse sono “le chiavi per far ripartire il Paese e renderlo più capace di affrontare le sfide globali”e aggiunge “la priorità nei prossimi cinque anni è fare un piano di investimenti in capitale umano”. Quando si metterà mano a questo piano, non si dovrà dimenticare l’assoluta necessità – già espressa da precedenti Governi ma non attuata - di un forte investimento per rendere possibile, nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, l’insegnamento della lingua inglese, strumento imprescindibile per operare sui mercati internazionali e per interagire con altri Paesi e culture.
Ciò è soprattutto rilevante per costruire la casa comune europea e, pertanto, dovrebbe essere oggetto anche di iniziative in campo comunitario tendenti a favorire l’apprendimento di questa “lingua di servizio” in tutta l’unione europea.
- Occupazione giovanile: bisogna sviluppare una strategia integrata a “doppia leva”. Favorire, da un lato, le imprese che assumono giovani ( considerando tali le persone fino ai 35 anni di età) ma soprattutto puntare fortemente sullo sviluppo del lavoro autonomo ( manuale, intellettuale e imprenditoriale ) perché la richiesta di lavoratori dipendenti è destinata comunque a decrescere percentualmente in futuro. Le iniziative previste dall’Agenda per le “start up”sono positive e andrebbero fortemente sviluppate: possono essere la base per un “nuovo Rinascimento”.
- Immigrazione: il tema non è stato trattato finora nell’Agenda, ma ciò andrebbe fatto trattandosi di un fenomeno rilevante, da un punto di vista demografico ed economico, per la crescita del Paese. E’ necessario prevedere un’impostazione inclusiva, che favorisca l’integrazione degli immigrati nel contesto socioculturale italiano e il rispetto, da parte loro, delle regole di civile convivenza della nostra comunità.
Faccio a tutti i lettori vivissimi auguri per l’anno appena iniziato, auspicando che la partecipazione dei cittadini al dibattito sui programmi e al controllo della loro attuazione. possa portare a un deciso miglioramento della politica e delle sorti del Paese.
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