Visualizzazioni totali

venerdì 13 maggio 2016

Islam ed Europa

Pubblico anzitutto l'interessante e recente articolo su La Repubblica  col quale il  giornalista  e scrittore Federico Rampini  ha esposto la sua personale esperienza di rapporto con la comunità islamica di Bruxelles, dove ha vissuto in giovinezza, e segnala l'involuzione avvenuta nel rapporto fra tale comunità e il contesto, e le relative cause.  E' un'esperienza specifica ma segnala problemi di carattere generale.
Dopo l'articolo riporto una dichiarazione del neo Sindaco mussulmano di Londra che segnala una diversa prospettiva e cito un' importante iniziativa delle comunità mussulmane in Italia che va nella stessa direzione. Una situazione in chiaroscuro su cui riflettere e lavorare.


Bruxelles, com’era 

 Si chiamava, scusate se è banale, Muhammad. Due volte a settimana, dopo la scuola lo aiutavo a fare i compiti. Lettura, dettato, algebra. Avevo sedici anni, lui undici. Ogni tanto m'invitavano a casa i suoi genitori per la merenda: tè alla menta, pasticcini al miele e pistacchi, tipo baciava. Il nostro mondo comune era il quartiere di Bruxelles tra Place Jourdan e Place Flagey. A ridosso di quella Rue de la Loi che molti hanno imparato a situare nelle mappe, tragicamente, per la strage nel metrò, stazione Maelbeek. Non ancora invasa come oggi da nuovi palazzi che ospitano istituzioni internazionali, quella zona centrale era abitata da immigrati. Marocchini come Muhammad, insieme a italiani e spagnoli, greci e tunisini. Al doposcuola dove lavoravo come volontario venivano anche i figli d'immigrati siciliani e calabresi. Io ero un privilegiato, figlio di un funzionario alla Commissione europea. Il privilegio è una realtà. Io penso che vada dichiarato, e usato al servizio di chi ha avuto meno fortuna. In quel caso potevo usare il mio livello d'istruzione per aiutare chi ne aveva meno di me. Tra "noi" e "loro", mediterranei-cattolici e mediterranei-islamici, colpivano le somiglianze. Nel weekend ci incontravamo a fare la spesa alla Gare du Midi, dove le bancarelle dei marocchini erano una profusione di colori e odori del nostro Sud. Ricordo il profumo del basilico marocchino, più mentolato di quello italiano. Salvia e rosmarino. Pomodori e peperoncini, olive, pinoli, acciughe sotto sale, tonno sfuso sott'olio, roba che oggi si trova nei supermercati e all'epoca era esotica nel Nord Europa. C'era un'altra cosa in comune, oltre alla nostalgia delle stagioni e dei sapori, dei colori e dei profumi, del nostro Mediterraneo. L'immigrato italiano o spagnolo e quello nordafricano erano uniti dalla stessa aspirazione. Integrarsi. Farsi accettare. Essere all'altezza di una società nordeuropea che si percepiva come un traguardo, una conquista. Era la ragione per cui il papà di Muhammad preferiva parlargli in uno stentato francese: bisognava ridurre le differenze con la popolazione locale.

Nell'arco di una o due generazioni si è consumata una rottura totale, drastica. Prima ancora che apparissero la jihad e le cellule del terrore. Il cambiamento è accaduto in una parte della comunità islamica proprio mentre il Belgio migliorava: sì, diventava meno razzista del Paese in cui ero cresciuto, molto più aperto verso le culture d'origine, le lingue e i costumi del mondo maghrebino. Al tempo stesso una parte crescente dell'immigrazione islamica cambiava atteggiamento verso di noi. Nella mia memoria l'inizio di quel capovolgimento coincide con la "rivoluzione" di Khomeini in Iran, l'instaurazione di una teocrazia sciita che denuncia l'Occidente come civiltà decadente, immorale, corrotta e peccaminosa. Altri meglio di me possono spiegare la storia di quegli eventi e di vicende parallele nel mondo islamico sunnita. Quello che a me rimane impresso, è un "prima" e un "dopo". Da un certo momento in poi tanti immigrati musulmani hanno deciso che non vogliono integrarsi. Lo strappo non ha equivalenti nel-le comunità d'immigrati italiani, o d'immigrati ispanici oggi negli Stati Uniti, dove vivo. Tanti islamici hanno cominciato a pensare che la loro è una civiltà superiore, che non hanno nulla da imparare, anzi devono evitare ogni contaminazione con noi. È diverso dall'attaccamento alle tradizioni, sempre vivo in tutte le diaspore di italiani o ebrei, cinesi o messicani, da sempre gli immigrati cercano di salvaguardare la propria identità. Ma un'altra cosa è sentirsi superiori. E al tempo stesso covare risentimenti, rancori, recriminazioni. Questo giacimento di vittimismo esiste in un vasto mondo islamico, anche moderato. È il terreno di coltura per i predicatori della Jihad. Gli immigrati italiani nella Bruxelles della mia infanzia e adolescenza, anni Sessanta e Settanta, erano dei combattenti. Cercavano dei sindacati per difendere i propri diritti. Si organizzavano nelle sezioni estere del Partito comunista o delle Acli (Associazioni cristiane). Volevano, in fondo, migliorare il Belgio. E ci sono anche riusciti. In quanto a Muhammad, la sua generazione si è integrata meglio di quanto si creda. Perché lo voleva.

^^^^^^^^^^^^

In una recente intervista il nuovo sindaco di Londra  Sadiq Khan ha dichiarato “ Puoi essere occidentale  e di  fede islamica. Le due cose sono compatibili. Io sono britannico di estrazione pachistana, sono europeo, sono un uomo asiatico,  sono un londinese, sono un avvocato, un padre, un marito, un tormentato tifoso del Liverpool. Sono anche di fede islamica.  Abbiamo tutti molte identità”. Al di là di questa pur significativa dichiarazione, la sua elezione a Sindaco della maggiore e direi più evoluta metropoli europea è un segno ben preciso  e simbolicamente potente di una possibile convivenza fra Occidente e Islam.
Un altro significativo segnale in questa direzione  viene dall’Italia  dove, alcuni giorni fa, la Confederazione islamica italiana, cui aderiscono oltre 300 moschee e che è quindi rappresentativa di questa comunità, ha avuto un incontro con autorità italiane, la CEI,  Il rabbino capo della comunità  ebraica di Roma , alla presenza del Ministro per gli affari religiosi del Marocco, in vista di un’intesa con lo Stato italiano che potrebbe essere favorita dalla prossima vista del nostro Premier in tale Paese e che è fondata sull'adesione ad una condivisa "carta dei valori"
Questi segnali positivi non possono oscurare i problemi derivanti dalla componente radicale dell’Islam ,che comporta gravi  rischi anche per l’Italia, ma indicano una prospettiva di integrazione che è possibile costruire con  il contributo delle comunità islamiche disposte ad accettare i principii fondanti della cultura occidentale.

giovedì 12 maggio 2016

Le falle nel codice degli appalti

Pubblico un eccellente articolo di Sergio Rizzo  apparso recentemente  su Il Corriere della Sera  ( "Cantone non potrà indagare  su gare interiori a 5 milioni. Le falle nel codice degli appalti") che evidenzia come una riforma  molto promettente e necessaria sia stata depotenziata e rischi di trasformarsi in una beffa. E' necessario che la società civile si faccia sentire al riguardo e un'occasione sarà il Convegno sulla Trasparenza ideato dalla rete romana Carteinregola e organizzato in collaborazione con  l'associazione milanese Le Forme della Politica. All'iniziativa, che avrà luogo in autunno a Roma, hanno aderito i principali organismi associativi italiani impegnati nella lotta alla corruzione. Ne darò  dettagliata notizia al momento opportuno.

----------------------------------------

«Il massimo ribasso è morto, viva il massimo ribasso!». Avrebbero potuto annunciare così, venerdì scorso, il nuovo codice degli appalti. Una riforma che avrebbe dovuto rendere più agevole e trasparente la strada delle opere pubbliche, e soprattutto stroncare la corruzione. Dove invece non mancano sorprese: nella migliore tradizione di una politica per cui il confine fra gli interessi della collettività e quelli delle lobby è sempre impalpabile.
I due pilastri della rivoluzione
I pilastri della rivoluzione dovevano essere solidi e qualificanti. Due, sopra tutti. Il primo: la fine della regola del massimo ribasso. Si tratta del meccanismo per cui le gare vengono assegnate a chi offre il prezzo minore, salvo poi consentire all’impresa di recuperare con lauti interessi grazie a varianti sempre generosamente concesse da compiacenti stazioni appaltanti. Ragion per cui è considerato uno dei principali incubatori della corruzione .
Il potere dei gruppi di pressione
Ecco allora la promessa: non più gare aggiudicate al prezzo minore bensì con la valutazione dell’offerta più vantaggiosa sotto vari aspetti. Una rivoluzione epocale capace di mettere in ginocchio un sistema collaudato da decenni. E i gruppi di pressione si sono subito messi all’opera. Il braccio di ferro sulla soglia minima dell’importo da cui partire per applicare il nuovo metodo si è rivelato inevitabile, non appena la bozza del codice degli appalti scritta dal governo in base alla legge delega è sbarcato in parlamento per il parere. Non soltanto con le imprese e i burocrati degli uffici legislativi, ma pure con le Regioni guidate dal presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, e con l’Anci di Piero Fassino: entrambi esponenti del Partito democratico.
Il braccio di ferro
In quindici mesi i due relatori (Stefano Esposito e Raffaella Mariani, entrambi del Pd) hanno cercato di sanare le magagne ed eliminare le pillole avvelenate. Si erano guadagnati anche l’approvazione del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, il quale considerava il parere parlamentare un ottimo risultato. Avevano proposto 150 mila euro come soglia oltre la quale il massimo ribasso doveva essere bandito. E non era stato facile. L’Ance, l’associazione dei costruttori edili presieduta da Claudio De Albertis, chiedeva, all’unisono con la Conferenza Stato-Regioni, di alzare il tetto a due milioni e mezzo. Sia pure con l’esclusione automatica delle cosiddette «offerte anomale».
Una mezza Caporetto
Per i due relatori è finita con una mezza Caporetto. Il testo finale varato dal consiglio dei ministri venerdì 16 aprile non ha tenuto in alcun conto su questo punto, uno dei più delicati, il parere delle Camere. E non ha avuto successo neppure la mediazione del ministero delle Infrastrutture, che puntava su una soglia di 500 mila euro. Dunque il massimo ribasso, in una forma di fatto identica, sopravviverà pure con il nuovo codice per le gare fino a un milione di euro. Che sono l’81 per cento del totale.
Il ruolo dell’Anticorruzione
Il secondo pilastro era il coinvolgimento dell’Anticorruzione. La scelta dei commissari di gara sarebbe stata affidata a Cantone, che li avrebbe sorteggiati da un apposito elenco. Questo per evitare qualunque rischio insito nella nomina delle commissioni aggiudicatrici da parte delle amministrazioni locali. Le quali non hanno fatto salti di gioia all’idea di perdere tutto quel potere. E hanno lavorato in profondità. Con successo.
Spese troppo alte
Così i commissari dell’Anac avranno voce in capitolo solo a partire da gare di importo superiore a 5,2 milioni. Il che equivale a dire che il 95 per cento degli appalti verrà assegnato esattamente come prima. L’argomentazione che ha convinto il governo? Regioni e Comuni sostenevano che con i commissari Anac si spendeva troppo: evidentemente scordando che oggi la corruzione fa lievitare del 40 per cento il costo delle opere pubbliche in Italia. Lo dice una stima del fu governo di Mario Monti. E Renzi, che ha definito il nuovo codice «una riforma strutturale con regole semplici e meno astruse che chiude le strade alla corruzione», se la ricorda?

lunedì 2 maggio 2016

Burocrazia: ottusa lei oppure ottuse le norme ?



di Giorgio Calderaro

Poco tempo fa, in un articolo apparso sul Corsera, Susanna Tamaro si lamentava dell’ottusità della burocrazia, che, tra l’altro, non le permetteva più di far vendemmia con gli amici non sapendo la burocrazia distinguere tra loro, che vendemmiano in cambio di una abbuffata in compagnia e qualche bottiglia, e chi vendemmia in cambio di un salario con relativi contributi.
Poiché il tema dell’ottusità della burocrazia, che non è in grado di capire le situazioni in cui versa la gente, è a mio avviso di interesse ed attualità, soprattutto se si parla di rendere l’Italia un paese competitivo ed attrattivo per insediamenti lavorativi nuovi, ho deciso di approfondire la questione sollevata da Susanna Tamaro, ma qualche giorno dopo anche dalla Repubblica e l’11 di nuovo sul Corsera a proposito della burocrazia europea, e vissuta sulla propria pelle da tutti i cittadini. Mi concentrerò sulla burocrazia che redige le norme, lasciando ad altra occasione le riflessioni sulla burocrazia che applica le norme.
Cominciamo la riflessione con qualche esempio.

1.     Esempi di ottusità

·         Il caso degli amici vendemmiatori: per contrastare il lavoro in nero nei campi, la burocrazia ha deciso che chi lavora nei campi è necessariamente un salariato, che deve essere messo in regola con i contributi. Sicché chi ha una piccola vigna non può più raccogliere l’uva, mentre chi ha estensioni di pomodori può tranquillamente ricorrere a caporali e immigrati clandestini.
·         Il caso di quel tizio che, a Milano, si infila nella ZTL di corso Garibaldi (dove c’è una telecamera ad ogni incrocio) e si vede contestata una contravvenzione ad ogni incrocio. Eh certo, quello delle contravvenzioni è un processo automatico; chi ha l’ardire di intervenire?
·         Il caso delle detrazioni per ristrutturazioni edilizie: dalle 35 pagine di istruzioni dettagliate dell’Agenzia delle Entrate si deduce, ad esempio, che reimbiancare le scale comuni è detraibile mentre reimbiancare casa propria no: perché questa distinzione?

2.     Analisi degli esempi

Da questi esempi sembra di poter estrarre alcune considerazioni:
·         Non potendo disporre di un criterio oggettivo per discriminare dai casi di abuso i fatti che il buon senso riconosce subito, si preferisce la norma drastica.
·         Non essendo definibile il buon senso, si preferiscono norme che discriminino sottilmente tutti i possibili casi e che assegnino ad ogni caso l’inquadramento normativo. Così abbiamo norme leviataniche, eternamente rappezzate, in cui manca il principio guida a cui ispirarsi nei casi pratici che inevitabilmente sfuggono o potranno sfuggire in futuro. Sembra che l’elencazione minuziosa di casi e sottocasi abbia la sola funzione di limitare al più possibile la fruizione dell’oggetto della norma oppure di scoraggiarne la fruizione da parte del cittadino comune.
·         Sembrerebbe che il normatore, frettoloso e miope, viva in un altro pianeta, dove non si parli italiano ma un’altra lingua pur somigliante: dove le parole hanno un significato specifico, noto solo all’interno della burocrazia stessa, dove alla chiarezza dell’esposto è preferito il bizantinismo delle costruzioni, dove l’ambiguità dell’esposto è serva dei compromessi politici (cfr in proposito il corsivo di Paolo Di Stefano sul Corsera del 13 aprile).
In sintesi, secondo me, la caratteristica fondamentale della burocrazia normativa è quella di essere autoreferenziale e autoalimentante, di agire in conto proprio e non per conto e a favore dei cittadini. E questo a partire dal parlamento (primo organo legiferante) per estendersi alla numerosità di Enti che scrivono e gestiscono norme (dai Ministeri ed Enti statali in giù, sino ai Comuni).
Quanti progetti di semplificazione normativa o razionalizzazione apparentemente hanno fatto la fine di un famoso falò? Di quanti progetti di testi unici non se ne sa più nulla? Che fine han fatto i progetti di razionalizzazione delle competenze dei centri normativi? Quante volte a importanti disegni di legge poi corrisponde un articolato annacquato e sterilizzato?

3.     Possibile contromisure

Sarebbe bello che ogni nuova norma venisse sottoposta al vaglio di applicabilità da parte dei semplici cittadini, magari a sorteggio e senza conflitti di interessi, tramite un organo a questo preposto. Oppure da parte delle associazioni dei consumatori, che dei cittadini prendono le parti di fronte ai poteri.
E quest’organo dovrebbe poter intervenire su chiunque emetta normative: sulla pubblica amministrazione centrale e periferica, ma anche su banche, assicurazioni, ecc: con l’obiettivo di compensare l’asimmetria di potere di questi Enti, che altrimenti ribaltano sui cittadini quanto invece dovrebbe restare di loro responsabilità.
Questo contropotere sarebbe in grado di bilanciare la protervia arrogante della burocrazia, e magari potrebbe anche intervenire nei casi in cui il buon senso possa aiutare a discernere quando in caso specifico si verifichino abusi o no, sollevando il pubblico funzionario dall’incubo dell’Abuso di Ufficio.
Questo contropotere potrebbe anche intervenire sulla molteplicità delle norme, proponendo semplificazioni nel dettato e nella gestione.
Visto che la norma discende verso i cittadini a partire dall’organo normativo, secondo me è indispensabile introdurre un canale di ritorno: che dai cittadini riporti verso l’organo preposto le disposizioni ritenute poco efficaci e che possa produrre le opportune rettifiche, anche quando il tema non sia più sotto la luce dei riflettori della politica. Non alludo al referendum propositivo, che ha l’obiettivo di introdurre nuovi ordinamenti; alludo alla possibilità di ritoccare in tempi utili norme esistenti.
Infatti si discute in merito alla creazione di commissioni di cittadini a sorteggio per alcune funzioni di controllo, ad esempio sugli appalti. Quanto sto intravvedendo è una commissione di cittadini a sorteggio per controllare le leggi.
Chissà …

venerdì 22 aprile 2016

Incontri con i candidati Sindaco di Milano



In  vista delle prossime elezioni amministrative,  l’associazione culturale apartitica “Le Forme della Politica” (www.leformedellapolitica.it) , di cui faccio parte, ha proposto ai  candidati al ruolo di Sindaco un incontro con  i suoi associati e simpatizzanti, aperto a tutti i  cittadini interessati. Il calendario degli incontri è il seguente:



giovedì 28 aprile, dalle 18,45 alle 20,30 -       Gianluca Corrado - Movimento 5 Stelle


mercoledì 4 maggio, dalle 18,45 alle 20,30 -  Marco Cappato - Radicali Italiani  e

                                                                      -       Tiziano TUSSI - Partito Comunista


mercoledì 11 maggio, dalle 18,45 alle 20,30-  Giuseppe Sala -  Partito Democratico, Sinistra per Milano, Lista Sala

lunedì 16 maggio, dalle 18,45 alle 20,30 -       Stefano Parisi - Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Area Popolare, Lista Parisi 

giovedì 26 maggio, dalle 18,45 alle 20,30 -     Basilio Rizzo - Milano in Comune.

Ciascun evento avrà luogo presso la Scuola civica Manzoni, Via Grazia Deledda 11 – Milano (MM  Loreto, Linee 1 e 2) .
I candidati risponderanno alle seguenti 10 domande preparate dal Gruppo di Coordinamento dell’associazione:
1 – Come vede Milano (Capoluogo e Città Metropolitana) fra 5 anni e quali passi intenderebbe fare per arrivarci?
 – Quali indicatori utilizzerebbe per valutare il raggiungimento dei suoi obiettivi?
2 – Quali modalità adotterebbe per favorire la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali?
In particolare:
2.1. – come pensa che sia opportuno utilizzare il referendum deliberativo inserito nello Statuto del Comune?
2.2 – è disponibile ad attivare un sistema continuo e organico di collegamento con i cittadini per la presentazione e discussione di segnalazioni e proposte?
2.3– è favorevole a sperimentare il sorteggio di cittadini nella formazione (anche per quota parte) di organismi comunali consultivi o decisionali ( ad es. una commissione per il controllo degli appalti?)
3 – Quali progetti avvierebbe per rafforzare la capacità competitiva internazionale del Sistema Milano e le sue prospettive di sviluppo?
4 – Quali iniziative più utili e urgenti per migliorare il welfare nella Città Metropolitana?
5 – Quali sono le principali modifiche che attuerebbe nella struttura burocratica comunale?
6 – FdP ritiene opportuno evitare i doppi incarichi, in particolare ritiene opportuno evitare che chi ha incarichi nei Partiti  ne abbia negli Enti istituzionali, e viceversa. Lei cosa ne pensa? E una volta eletto Sindaco o Consigliere  Comunale, abbandonerebbe le cariche di partito eventualmente ricoperte?
7 – In caso di conflitto fra i Suoi interessi personali/professionali/imprenditoriali e l’eventuale ruolo politico assunto, sarebbe disponibile a risolverlo? Se si, come?
8 – Se fosse eletto Consigliere Comunale, come prenderà le decisioni di voto: in base a quanto ritiene di volta in volta più opportuno, a maggioranza insieme agli altri eletti della lista, oppure coinvolgendo i cittadini? Se sì, con quali strumenti e tempistiche?
9 – Quali interventi  ritiene opportuni per le scuole civiche milanesi ? 
10 - Quale iniziative pensa di intraprendere - in campagna elettorale e una volta eletto Sindaco o consigliere Comunale - a favore della trasparenza?

Verrà dato anche  un congruo spazio alle domande dei partecipanti che ne faranno richiesta.
Invito i lettori del blog interessati a uno o più incontri a partecipare, senza alcuna prenotazione.


lunedì 11 aprile 2016

La sfida



  di Sumaya Abdel Qader

La crescente complessità della nostra società ci mette di fronte a sfide sempre più grandi.
Certamente ci sono delle priorità a cui far fronte come il sostegno alle persone in difficoltà economica che sempre più cadono nella fascia della povertà, rispondere alle esigenze delle persone con disabilità e alle loro famiglie, affrontare la crisi umanitaria che da diversi anni è “ospite” in casa nostra, rispondere ai disagi e difficoltà dei giovani e così via in una lunga lista.
Nel mezzo di queste montagne di cose serie e importanti si nascondono piccole lotte quotidiane, storie anonime di chi ogni giorno cerca di vivere con dignità.
E se, come mi è stato richiesto, devo proprio scegliere una specifica sfida che ritengo prioritaria, che sia un tema, un ambito o un’idea precisa che non può essere lasciato indietro, allora scelgo l’interculturalità e la transculturalità e i giovani. Non dico multiculturalità perché è un dato di fatto, siamo una società plurale dalle mille sfumature. In questi anni si è fatto qualcosa ma non basta. Non bastano le rappresentanze istituzionalizzate. Non è sufficiente esprimere i buoni intenti e parlare di buone pratiche, è necessario applicare nella pratica quotidiana una più dinamica operazione di interazione tra parti sociali, cittadini, istituzioni ecc. e creare benessere inteso come essere un bene gli uni per gli altri.
Tra gli obiettivi principali a cui deve continuare aspirare questo nostro Forum del Welfare non può non esserci la tutela della dignità di ogni persona che vive nella nostra città.
Questo non può realizzarsi se non riconoscendo la pluralità insita ormai nel tessuto sociale, che richiede risposte specifiche, diverse.
Non ci conosciamo ancora abbastanza. Anzi, Affatto. E lo dimostra ogni avvenimento di cronaca che rimette in discussione ogni volta la compatibilità tra culture e la possibilità di convivenza.
Come facciamo a convivere se non ci si conosce e riconosce? O se si pensa di conoscersi tramite le dicerie che si diffondono in paese da qualche comare o “comaro”.
È necessario costruire ponti, che pensiamo di aver fatto a sufficienza, e invece no.
Molto interessanti sono le esperienze di social street e social district che si stanno sviluppando in varie zone della nostra città, vanno sostenute e valorizzate sicuramente. Io vengo da NoLo che sta crescendo frizzante e piena di idee potenzialmente un buono strumento di inclusione sociale e valorizzazione del territorio.
Detto ciò se vogliamo guardare al futuro non possiamo guardare solo lontano, ma dobbiamo avere anche uno sguardo più corto sul presente. Partendo dai giovani, i giovani sono la nostra scommessa più alta su cui puntare, proprio per andare anche in quella prospettiva interculturale e transculturale, che attenzione non vuol dire sincretismo senza capo ne coda ma coscienza di sé, rispetto e interazione con il prossimo, consapevolezza di una certa interdipendenza e necessità di un continuo flusso di scambio conoscitivo.
I GIOVANI, energia pulita su cui scommettere.
Non sono il futuro, come spesso si dice, ma sono il presente che costruirà il futuro. Sono l’investimento più importante o la mina più pericolosa.
Ai giovani bisogna, perciò, bisogna continuare a dare più spazi dove incontrarsi e conoscersi, giocare e crescere insieme; promuovere l’incontro nella diversità. Sogno una Milano che continui ad essere laboratorio di nuovi cittadini dove ci sia un continuo scambio di esperienze, incontro e valorizzazione delle diversità, dove si producano idee per la città.
E’ necessario riconoscere cittadini con pari dignità, non di serie A o Z.
E’ necessario coltivare menti libere da pregiudizi e stereotipi, per superare visioni “etnocentriche” e superare lo schema mentale dei “noi” e “l’altro” tipico dell’adultità;
è necessario valorizzare i talenti, spesso soffocati dal frenetico mondo dei “grandi” che spesso non si ferma, non guarda non ascolta;
è necessario trasformare ogni periferia in un centro, dove i giovani possano essere protagonisti e promotori di freschezza e rigenerazione vitale;
è necessario coltivare la cultura della legalità, dell’ottimismo e della responsabilità, applicare diritti già garantiti dalla nostra Costituzione, che come ricorda Gherardo Colombo, non è un suggerimento ma Legge.
Bisogna fare, non solo per rendicontare numeri e sfoggiare dati. Bisogna fare per garantire la nostra serena esistenza e coesistenza.
Milano in questi ultimi anni ha saputo immaginare e osare, ma non basta. La sfida continua.
La nostra deve essere e può essere una città aperta con una visione internazionale, dove restare, scommettere, investire e crescere.