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martedì 8 maggio 2018

Di Maio e Salvini sono fuori strada

Premessa: il testo seguente è stato scritto prima del tentativo di formare un governo fra Cinque Stelle e Lega, con l'astensione di Forza Italia. Se tale tentativo andasse in porto, diverse considerazioni sarebbero superate e tornerebbe di attualità quanto scritto nel post del 23 marzo, visbile al seguente link:

http://civicum.blogspot.it/2018/03/di-maio-e-salvini-premier-rotazione.html
 
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Nella mail di presentazione del post “Di Maio e Salvini: premier a rotazione?” del 23 marzo,  ho scritto che  i due vincitori delle recenti elezioni non possono sfuggire alla congiunta responsabilità di dare al Paese un governo funzionante”.
 
Purtroppo, al termine de l travagliato periodo delle consultazioni, dobbiamo constatare che invece essi hanno fallito perché hanno frainteso la  loro vittoria, che in un contesto sostanzialmente proporzionale è necessariamente relativa, come se fosse stata una vittoria assoluta e si sono comportati di conseguenza, adottando atteggiamenti  perentori , ponendo condizioni  inderogabili e soprattutto stabilendo  esclusioni preventive ( il “ mai con Berlusconi” dei pentastellati e il “ mai con il PD “ della Lega) che sono del tutto incompatibili con la logica di un sistema elettorale proporzionale che si basa fondamentalmente sul “necessario compromesso” e nel quale le esclusioni possono anche starci, ma devono essere successive a tentativi seri di verifica delle rispettive posizioni su temi concreti.  Averle poste, invece, come precondizioni per trattare ha irrigidito le posizioni di tutti gli attori, compreso il PD. In questo contesto l’idea di poter convincere Berlusconi a fare una passo  indietro o di lato per dare il via libera ad un governo fra 5 Stelle e Lega era pura utopia, come i fatti hanno dimostrato.

Neanche il fragoroso fallimento delle consultazioni ha indotto i “nostri eroi” a più miti consigli: Di Maio e Salvini si sono permessi, compiendo un notevole sgarbo istituzionale, di bocciare un governo di garanzia prima ancora che il Presidente della Repubblica lo proponesse  e di indicare in modo quasi ultimativo date delle prossime elezioni che non compete a loro stabilire, per di più in pieno periodo estivo compiendo uno sgarbo anche nei confronti degli elettori. La ciliegina sulla torta è l’idea balzana  che le prossime elezioni siano un ballottaggio fra Lega e 5 Stelle.

L’impressione che si trae complessivamente da queste vicende è quella di “dilettanti allo sbaraglio”, che presumono di poter giocare ad un gioco più grande di loro. Ho scritto, al termine del post del 2 aprile, “ se i due vincitori non trovassero un solido accordo fra loro o con altre forze politiche, gli elettori li punirebbero certamente e severamente”. Rimango di questo avviso malgrado vengano fatti circolare risultati di sondaggi che indicherebbero un certo aumento delle preferenze per M5S e Lega in caso di elezioni a breve. A mio avviso, invece, in tale circostanza ci sarebbe un’impennata di astensioni come protesta per l’irresponsabilità delle forze politiche che potrebbe preludere ad un movimento popolare finalizzato a costituire una nuoa forma politica che, in post precedenti, ho indicato con il termine “Unito” perché la sua caratteristica principale sarebbe quella di superare  sia i vecchi steccati (destra – sinistra) si quelli nuovi ( globalisti – sovranisti) per offrire una “ricetta politica” che tenga conto delle diverse sensibilità e istanze dell’elettorato e punti, attraverso una giusta mediazione al proprio interno e con altre forze, alla tutele del bene comune, che i partiti e i movimenti vecchi e nuovi evocano spesso a parole ma che si dimostrano incapaci di perseguire.
Perché tale movimento prenda forma occorrono uomini politici, già sperimentati o nuovi, che abbiano il coraggio di dar voce alla maggioranza dei cittadini che non partecipa più ai riti elettorali ma che vorrebbero e potrebbero rimettersi in gioco. In tempi come  gli attuali, caratterizzati dalla totale fluidità dell’elettorato, tale nuova offerta, destinata a scombussolare un sistema politico paralizzato, potrebbe passare da zero a milioni di voti in poco tempo.

Se le forze politiche attuali vogliono esorcizzare questa eventualità, occorre che non rifiutino in modo aprioristico il “governo di garanzia”, che è l’unica possibilità di giungere, in modo ordinato, a nuove elezioni senza esporre il nostro Paese a gravi rischi sistemici.
Invito quindi i leader a riflettere attentamente  sulla situazione e sulle conseguenze che potrebbe avere il muoversi  ancora con logica solo di parte e sulla base di infondati calcoli elettorali di breve termine.

giovedì 19 aprile 2018

Dalla globalizzazione imperante al sovranismo selettivo



Il trentennio che va dal 1989 (caduta del muro di Berlino ) al 2008 (inizio della seconda maggiore crisi economica della storia moderna) è stato il periodo in cui la globalizzazione si è affermata non solo  a livello economico e  finanziario, ma anche e forse soprattutto, a livello culturale, diventando in tutto l’Occidente un tabù intoccabile: chi si permetteva di sollevare dubbi al riguardo veniva tacciato di essere retrogrado e spesso veniva ridicolizzato ed emarginato.
Sui pro e sui contro di questo fenomeno si è recentemente espresso in modo incisivo  Papa Francesco nella prefazione al libro “ Potere e Denaro. La giustizia sociale secondo Bergoglio”, pubblicata alcuni giorni fa sul Corriere della Sera. Ne riporto alcuni stralci.
“ Se oggi guardiamo all’economia e ai mercati globali, un dato che emerge è la loro ambivalenza. Da una parte, mai come in questi anni l’economia ha consentito a miliardi di persone di affacciarsi al benessere, ai diritti, ad una migliore salute e a molto altro. Al contempo, l’economia e i mercati hanno avuto un ruolo nello sfruttamento eccessivo delle risorse comuni, nell’aumento delle disuguaglianze e nel deterioramento del pianeta.  Quindi una sua valutazione etica e spirituale deve sapersi muovere in questa ambivalenza, che emerge in contesti sempre più complessi ………………………………..
Le istituzioni finanziarie e le imprese multinazionali raggiungono dimensioni tali  da condizionare le economie locali, mettendo gli Stati sempre più in difficoltà  nel ben operare per lo sviluppo delle popolazioni. D’altronde, la mancanza di regolamentazioni e di controlli adeguati favorisce  la crescita di capitale speculativo , che non si interessa degli  investimenti produttivi a lungo termine ma cerca il lucro immediato.”
Sono parole profetiche: dove porti la mancanza di regolazioni e di controlli lo ha mostrato in modo eclatante la  recente vicenda riguardante Facebook e l’uso improprio a fini commerciali dei dati personali di milioni di utenti da parte della società Cambridge Analytica. Lo stesso Mark Zuckenberg, fondatore di Facebook .ha dovuto ammettere l’esigenza di un maggior  controllo interno e di una regolamentazione pubblica per la tutela della privacy.
E’ interessante  anche quanto scritto da Ernesto Galli della Loggia nella sua recensione del libro “ Populismo sovrano” di Stefano Feltri, dove afferma:
“ Sovranismo, come è noto è il termine carico di significato negativo  che le elite occidentali- avvalendosi della loro egemonia culturale e del potere che glie ne deriva di dare il nome alle cose – hanno dato alla difesa del “potere di decidere  a livello nazionale o regionale il proprio destino” fatta ostinatamente propria  in genere da chi dell’elite non fa parte” .
Della Loggia riconosce la validità delle critiche espresse da Feltri alle manifestazioni più estreme del sovranismo populista (ad esempio, le interpretazioni complottiste)  ma evidenzia un aspetto che l’autore del libro  non ha considerato e  cioè che “ il potere di decidere del proprio destino a livello nazionale o regionale  rappresenta puramente e semplicemente il cuore del suffragio universale: il quale, a sua volta, è, come si sa, l’espressione più compiuta della sovranità popolare.
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Ciò che l’antisovranismo fatica ad accettare  è il fatto cle la sovranità popolare, quale si esprime nel suffragio universale - ambedue pietre angolari della democrazia – sia in realtà tutt’uno con la sovranità nazionale. Cioè sia tutt’uno con uno spazio storico- culturale (quello della nazione appunto) che , tranne casi rarissimi, si identifica con uno spazio geografico ….. il che vuol dire che non è facile mettere sotto accusa la sovranità e considerarla quasi alla  stregua di una reliquia del passato, come in sostanza sembra faccia questo libro”.
Restituita così al sovranismo la  piena legittimità che merita, si può attribuire al forte movimento in questa direzione iniziato con la Brexit, proseguito con le elezioni americane e rinforzato da quelle austriache,  polacche, ungheresi e italiane, il significato non di un incidente di percorso ma di un processo di revisione del globalismo che non significa chiusura aprioristica nei confronti dei flussi di merci, capirtali e persone ma che  implica la chiara volontà di governarli all’unico livello in cui si esprime concretamente la sovranità popolare che è attualmente quello nazionale. In futuro ciò potrebbe avvenire anche a livello sovranazionale ( ad esempio europeo) se le aggregazioni di Stati riuscissero a far coincidere l’esercizio della sovranità popolare con tale livello, cosa auspicata da Macron nel suo recente discorso al Parlamento europeo ma ostacolata dalle diverse posizioni dei singoli Stati, ai quali competono le decisioni primarie dell’Unione Europea.
L’imposizione di dazi alle importazioni dalla Cina, attuata dagli Stati Uniti, è giustificata dall’abnorme disavanzo commerciale fra i due Paesi (400 miliardi di dollari all’anno) che espone la nazione americana a grandi rischi sul piano dell’indebitamento pubblico verso l’estero e del difficile  mantenimento di un’adeguata base produttiva nazionale. E’ vero che la Cina ha risposto con dazi più o meno equivalenti sulle importazioni dagli USA, ma il Presidente Xi Jinping ha anche espresso la volontà di avviare un negoziato per riequilibrare a situazione, che è appunto quanto gli USA si proponevano di ottenere.
Il fatto che gli USA abbiano promesso esenzioni agli Stati considerati “amici” testimonia di un approccio flessibile che non necessariamente danneggerà il volume degli scambi, ma che permetterà all’Amministrazione americana di rispondere in modo concreto alle aspettative di chi l’ha votata e che non debbono necessariamente coincidere con i desiderata dei potentati economici transnazionali, abituati da ormai trent’anni a fare il bello e il cattivo tempo per i propri interessi e spesso a scapito dei cittadini-elettori degli stessi Paesi in cui essi sono nati.




venerdì 23 marzo 2018

Di Maio e Salvini: premier a rotazione ?



Nell’acceso dibattito post voto circola un giudizio assai diffuso secondo cui il “rosatellum” sarebbe una pessima legge elettorale perché non consente di sapere, il giorno dopo le  elezioni, chi ha vinto e sarebbe quindi necessario fare una nuova legge  con premio di maggioranza per andare presto alle urne ed avere così un governo in grado di governare.
Dissento totalmente da tale orientamento, anzitutto perché il 5 marzo si è saputo perfettamente chi ha vinto. (Il M5S e la Lega)  e  tutti lo riconoscono . Il fatto che nessuno dei due abbia la maggioranza assoluta è una condizione che esiste in tutti i Paesi che non hanno un sistema presidenziale e quindi è  normale che le forze vincenti siano costrette a cercare alleanze per raggiungere la maggioranza parlamentare. Che non sia un compito facile è evidente ma le difficoltà non possono essere eliminate con artifici come  un elevato premi o di maggioranza  che altera la rappresentatività delle forze politiche e che  è già stato bocciato dalla Corte Costituzionale.
Sembra che vi sia, nei politici e negli opinionisti, una sorta di “rimozione collettiva”non solo nei confronti delle sentenze della suprema Corte ma anche nei confronti del referendum del 4 dicembre 2016  (e della collegata legge elettorale) che si proponeva, fra l’altro, di aumentare la cosiddetta “governabilità”, intento  sonoramente bocciato dagli elettori , che si sono espressi  chiaramente con un 60% di no alle riforme. Il  “rosatellum” non ha fatto altro che seguire puntualmente le indicazioni degli elettori perché ha introdotto un sistema che è appunto proporzionale al 60% e maggioritario per il restante 40%. Non si capisce perché questa indicazione dovrebbe essere sovvertita.
Fra l’altro uno studio compiuto dall’Istituto Carlo Cattaneo ha dimostrato che anche con tutte le precedenti leggi elettorali (Mattarellum, Porcellum, ecc,) nessun partito  o coalizione avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta. I cittadini vedrebbero quindi come una presa in giro il tentativo di forzare la mano modificando ancora una volta  le regole del gioco sperando che una legge elettorale possa risolvere miracolosamente il problema delle scelte che competono agli attori politici
Nessuno può “togliere le castagna dal fuoco” ai due vincitori che devono quindi trovare una soluzione tenendo conto che tutte le tre combinazioni  teoricamente possibili ( M5S + Lega,  M5S + PD, Centrodestra + PD) avrebbero  il numero di seggi per governare sia alla Camera che al Senato e sarebbero ugualmente legittime. Tuttavia, dato che la maggioranza degli italiani ha chiaramente espresso una forte volontà di cambiamento, la soluzione più probabile e, direi,  più coerente con i risultati elettorali è un accordo fra i due vincitori: è vero che ci sono punti di forte diversità nei programmi delle due forze, ma  ce ne sono molti anche di chiara convergenza e il compito della politica, quando si cerca di formare un governo, è appunto quello di trovare una sintesi di bisogni differenziati (ad esempio:  lo sviluppo delle forze produttive e  la tutela dei più deboli) che garantisca l’interesse complessivo del Paese. A favore di questa soluzione c’è anche il fatto che entrambe le forze sono ormai forze nazionali: non è vero infatti che il M5S sia confinato al Sud, anche se lì ha raggiunto risultati straordinari, perché  in quasi tutte le regioni del Nord ha superato il 25% dei consensi e lo stesso può dirsi, a parti invertite, della Lega che, pur essendo fortissima al nord, ha spodestato il PD da varie regioni centrali storicamente “rosse” ed ha registrato risultati ragguardevoli anche in varie zone del Sud.
L’accordo fra i vincitori avrebbe anche il pregio di costringerli a fare i conti con l’onerosità dei rispettivi programmi (basta pensare ai costi derivanti dalla “Flat Tax” della Lega e del “ reddito di cittadinanza” del M5S). La necessità di giungere ad un ragionevole compromesso sarebbe l’occasione per ridimensionare in modo credibile tali oneri, senza venir meno alle promesse fatte agli elettori, che certamente non pretendono “tutto e subito” ma vogliono l’indicazione di una chiara direzione di marcia.
Dato che l’Italia si aspetta un significativo cambiamento non solo delle scelte ma anche delle vecchie regole e liturgie politiche, i due vincitori dovrebbero  usare una certa creatività nella ricerca di soluzioni. Un esempio al riguardo potrebbe essere quello di assegnare la premiership ad uno dei due leader (Di Maio o Salvini) prevedendo la cessione dell’incarico al secondo dopo un anno e così via: ciò sarebbe un incentivo a far durare la legislatura per tutto il tempo previsto.
Se i due vincitori non trovassero un solido accordo fra loro o con altre forze politiche, gli elettori li punirebbero certamente e severamente , magari a favore di nuove forze che potrebbero presentarsi nell’agone politico e, in base alla ormai conclamata “fluidità elettorale”, ottenere risultati rilevanti, sottraendo voti a chi non ha saputo rispondere alle istanze di cambiamento ormai insopprimibili.

giovedì 8 marzo 2018

Elezioni italiane: i mercati guardano lontano



Il fatto che i mercati finanziari abbiano reagito assai compostamente ai nostri risultati elettorali è stato spiegato dai più come frutto di due elementi concomitanti: una posizione attendista che rimanda un giudizio alla futura composizione del Governo e il fatto che i mercati siano attualmente “narcotizzati” dagli effetti del massiccio “quantitative easing” esercitato dalla BCE.
Sono interpretazioni certamente fondate in un’ottica di breve termine ma  insufficienti a capire ciò che si sta muovendo sotto la superficie degli eventi politici.
Ciò che si è verificato il 4 marzo è, in effetti,  un radicale cambiamento della principale “forma” che ha governato la politica del novecento, ossia la distinzione fra destra e sinistra, intese come forze favorevoli rispettivamente alle ragioni del capitale  ed a quelle del lavoro subordinato. Gli elettori italiani si sono divisi infatti non su questa distinzione ma fra i favorevoli alla “globalizzazione comunque”  e  i favorevoli alla “sovranità nazionale o plurinazionale”  e la vittoria è andata nettamente ai secondi che hanno raggiunto per la prima volta nella storia mondiale la maggioranza assoluta delle preferenze (sommando quelle di M5S, Lega e FDI): il fatto che il popolo di un Paese industrializzato, membro fondatore del G7 e dell’Unione Europea, faccia questa scelta è gravido di conseguenze che vanno ben al di la dei suoi confini e che possono riflettersi sui futuri equilibri economici e politici a livello planetario.
Non è certo un caso che nei giorni immediatamente precedenti le elezioni fosse in Italia Steve Bannon, l’autore della campagna elettorale che ha portato al successo Donald Trump, il quale ha dichiarato in un’intervista a La Stampa di star lavorando per creare un’Internazionale Sovranista, di cui l’esperienza italiana sarà il principale laboratorio: le sue previsioni si sono avverate per i motivi esposti in precedenza. Non condivido però la sua opinione che il movimento partito dall’Italia porterà necessariamente alla caduta dell’euro perché le forze che hanno vinto, cioè M5S e Lega, pur essendo partite da forti concezioni antieuropeiste, hanno cambiato il tiro e non solo per ragioni di convenienza politica ed elettorale, essendosi rese conto che l’aumento della sovranità nazionale è insufficiente a garantire la tutela dei nostri cittadini, che solo la dimensione europea può permettere. Il punto è che l’attuale “governance” dell’Europa con la dominanza informale ed irrituale, perché non prevista da alcun trattato, di Germania e Francia non può più star bene al nostro Paese che  ora, a differenza del passato, può contare su una maggioranza nettamente favorevole alla modifica delle regole del gioco continentali.
Questa prospettiva è ben chiara ai mercati finanziari che non sono qui intesi come la massa indistinta degli investitori ma come le “mani forti” che possono influire sostanzialmente sui movimenti degli indici di borsa e che coincidono con le grandi multinazionali del mondo digitale e dei servizi finanziari. Questi attori prominenti  a carattere transnazionale, che hanno accumulato in pochi anni la gran parte del potere economico a scapito  della stragrande maggioranza dei cittadini dei Paesi da cui essi provengono, hanno iniziato a capire, dopo la Brexit e l’elezione di Trump ,che l’illusione da loro sapientemente instillata in Occidente della globalizzazione come fattore di benessere diffuso è ormai svanita. La scelta fatta ora dagli elettori italiani suona alle loro orecchie come un ulteriore e duro campanello d’allarme di un potenziale “tsunami” che potrebbe metterne in discussione il primato. Questa è la ragione vera della prudenza con cui si sono mossi e si muoveranno i mercati nel futuro prevedibile. Essi sanno che è meglio “non svegliare il can che dorme” ma che manifesta segnali di profonda irritazione.
Ciò non esclude ovviamente che la speculazione finanziaria possa in futuro attaccare il nostro Paese se non si riuscisse a fare un Governo solido o se questo si lanciasse in spericolate avventure demagogiche aumentando deficit e debito pubblico, ma che – se i nuovi vincitori sapranno cogliere la storica occasione superando le beghe che hanno caratterizzato la campagna elettorale – il nostro Paese potrebbe davvero diventare arbitro del proprio destino come attore maturo e propositivo di un’Europa rinnovata.

mercoledì 21 febbraio 2018

Bocciatura dei programmi elettorali



Da quando è iniziata la campagna elettorale molti opinionisti ed esperti hanno sottolineato e stigmatizzato, nella stampa e in TV,  il proliferare di messaggi demagogici, pieni di promesse impossibili da mantenere. Ma oltre a questa doverosa denuncia, sta emergendo un fenomeno non presente, nelle attuali dimensioni, in occasione di precedenti elezioni: lo sforzo attento e soprattutto quantitativo di verificare  la concretezza e il costo delle iniziative proposte nonché  le relative coperture. Cito alcune fonti 

1 – L’Istituto Carlo Cattaneo  ha messo in evidenza, considerando le 11 maggiori forze politiche, che i loro programmi, con una sola eccezione, contengono affermazioni generiche  nel 70 / 80% dei casi e solo il 20 / 30% di proposte politiche verificabili dai cittadini.

2 – Il quotidiano La Repubblica ha iniziato a pubblicare dettagliate analisi dei programmi dei partiti e movimenti, mettendo a confronto le stime di costo fatte dagli stessi (quando esistono) con i calcoli fatti dal Prof. Roberto Perotti, docente alla Bocconi e già Commissario governativo per la “spending review”. I suoi calcoli   non si discostano molto dalle stime da me fatte nel post del 20 gennaio “ Programmi elettorali: lettera aperta ai leader politici”, ma ha aggiunto alle 4/5 voci da me esaminate per ciascun partito molte altre di diversa dimensione, il che porta il “conto” dei costi a livelli ben più elevati di quelli da me indicati:

PD, il costo totale è pari a 56,4 miliardi annui di cui 39,7 per maggiori spese e 16,7 per minori entrate fiscali,  espansibile  di svariati miliardi considerando anche quelle più generiche ( 30 voci di spesa e 5 di entrate). Questa cifra è stata contestata in un articolo di Tommaso Nannicini (uno degli estensori del programma del PD) che ha parlato di 35 miliardi, ma considerando solo alcune voci prese in esame da Perotti. Va notato che il PD non indica le coperture per far fronte ai costi predetti.

5 Stelle: il costo totale è di 108 miliardi annui, di cui 80 per maggiori spese e 28 per minori entrate  il Movimento ha calcolato un costo totale di 78,5 miliardi annui, di cui 62,5 di maggiori spese e e 16 di minori entrate . Il Movimento indica coperture pari a 79 milliardi, con un avanzo di 0,5 miliardi mentre Perotti le stima pari a 45 miliardi, con un disavanzo di 63.

Centrodestra: il programma non dà indicazioni di costo ma segnala numerosi interventi che comportano  maggiori spese o minori entrate: Perotti stima l’onere complessivo fra i 171 e i 300 miliardi, con una copertura di 10

Leu: non ci sono indicazioni di costo ma è stata presentata dal partito una simulazione da cui risulterebbe che  le maggiori spese e le minori entrate sarebbero coperte, da un recupero dell’evasione fiscale e dall’aumento del PIL conseguente agli investimenti pubblici, con riduzione del deficit, del debito e della pressione fiscale. Tale ipotesi  è ritenuta da Perotti totalmente improbabile e non misurabile.

3 – ll canale televisivo  La 7 ha iniziato il 5 febbraio una trasmissione quotidiana di analisi e giudizio non solo dei programmi ma anche di numerose dichiarazioni fatte dai leader politici in merito agli stessi. La trasmissione condotta da Marco Fratini dura circa 35 minuti con inizio alle ore 19,15 ed utilizza la metafora calcistica della VAR che consente di verificare in tempo reale le dichiarazioni scritte o verbali dei politici, Il conduttore si avvale, come nel calcio, di due possibili sanzioni: il “cartellino giallo” e quello “rosso” a seconda della minore o maggiore gravità degli eventuali errori commessi. Il giudizio è affidato a due esperti ( di economia, di diritto, ecc.), di cui uno è presente in studio e l’altro è collegato da lontano. Fra gli esperti economici, oltre a Perotti, ci sono stati:  Carlo Cottarelli,  Marcello Messori, Marcello Minenna, Francesco  Daveri, Enrico  Giovannini ed altri, che si sono avvicendati nelle varie trasmissioni fin qui realizzate.
Il giudizio complessivo che emerge è assai severo: hanno ricevuto il “cartellino eosso” tutte le maggiori proposte fatte dai partiti / movimenti: Flat Tax, Eliminazione Legge Fornero,  Reddito di cittadinanza e simili, Sostegno alle famiglie, Condono, Riduzione del debito pubblico, Riduzione contributi all’Europa.
Le ragioni della bocciatura sono molteplici:
-          Il complesso degli oneri che , a seconda della forza politica considerata, può andare da un minimo di 50 circa  ad un massimo di 300 miliardi anno è assolutamente incompatibile con l’esigenza di riequilibrare i conti  pubblici e di ridurre il debito.

-          Nella maggioranza dei casi non sono indicate le fonti per la copertura degli oneri o, se lo sono, si rivelano inconsistenti

-          Vi sono evidenti e incomprensibili superficialità:  ad esempio non diamo all’Europa 20 miliardi e ne riceviamo solo 12 , come molti dicono , ma ne diamo  solo 14 e potremmo riceverne 12 se li spendessimo, cosa che non facciamo.  Altro esempio  il dimezzamento della auto blu fra il 2016 e il 2017 dichiarato dal PD  non è dovuto a risparmi ma al dimezzamento della platea considerata, per esclusione del parco auto di Enti come ASL, VV.FF, ecc., erroneamente inseriti nel primo calcolo.

La situazione descritta non consente di fare la comparazione fra i programmi , in base ad alcuni criteri di valutazione, che avevo ipotizzato in un precedente post e impone di affermare che i programmi delle forze politiche sono, in sostanza, “libri dei sogni” ai quali non può essere attribuita alcuna credibilità.
Va però detto che l’opera di controllo di cui si è riferito ha indotto alcune forze a cercare di quantificare i costi delle loro promesse che erano del tutto assenti nei programmi presentati al Ministero dell’Interno, il che fa sperare che in futuro saranno più restii a “spararle grosse”, soprattutto se la pressione dei media e dell’opinione pubblica verrà accentuata.