Visualizzazioni totali

martedì 1 settembre 2015

Intercettazioni: che fare?



Giovanni Legnini - Vicepresidente del Csm

Intervista al Corriere della Sera   - 27 agosto 2015

Penso da tempo che un intervento normativo sia necessario. E' giunto il momento. Il Csm ha già espresso un parere sulla delega del governo. I punti fermi sono: no a limitazioni nell'utilizzo delle intercettazioni a fini di indagine; no a limitazioni del diritto di cronaca; sì ad una disciplina più rigorosa sull'obbligo di stralcio e distruzione degli ascolti irrilevanti ai fini d'indagine, prevedendo precise responsabilità e sanzioni per chi le diffonde illecitamente. Si tratta di bilanciare tutti gli interessi in gioco, compreso il diritto alla riservatezza.


 Dacia Maraini - Scrittrice e saggista

Articolo sul Corriere della Sera – 28 luglio 2015

Quel­le in­ter­cet­ta­zio­ni che ci ri­ve­la­no la real­tà

Ve­ra­men­te pen­sia­mo che le in­ter­cet­ta­zio­ni sia­no un pe­ri­co­lo per la so­cie­tà ita­lia­na? Ve­ra­men­te ri­te­nia­mo che sia un abu­so leg­ge­re sui gior­na­li ciò che pen­sa­no e si di­co­no in pri­va­to co­lo­ro che pas­sa­no la vi­ta ad ar­chi­tet­ta­re in­gan­ni e abu­si ai dan­ni de­gli al­tri? L’uso frau­do­len­to del­le in­ter­cet­ta­zio­ni è già pu­ni­to per leg­ge. C’è bi­so­gno ora di un’al­tra leg­ge spe­ci­fi­ca, di­ret­ta prin­ci­pal­men­te ai gior­na­li­sti che fan­no, a vol­te con pe­ri­co­lo del­la vi­ta, il pro­prio do­ve­re di cro­na­ca? Chi di­fen­de la co­sid­det­ta pri­va­cy, par­te dal pre­sup­po­sto che la vi­ta del­le per­so­ne che ma­neg­gia­no de­na­ro pub­bli­co, che por­ta­no la re­spon­sa­bi­li­tà di una de­le­ga, sia di­vi­sa in due: da una par­te l’in­di­vi­duo ri­co­no­sciu­to, che de­ve es­se­re cre­du­to per quel­lo che di­ce in pub­bli­co e dall’al­tra l’uo­mo pri­va­to che è li­be­ro di fre­quen­ta­re gen­te del­la ma­la­vi­ta, ca­lun­nia­re, rac­co­man­da­re le sue aman­ti, fa­vo­ri­re gli af­fa­ri dei suoi ami­ci. Ma so­no ve­ra­men­te due spa­zi di­stin­ti? Co­lui che si oc­cu­pa del­le co­se pub­bli­che non do­vreb­be piut­to­sto es­se­re una so­la per­so­na, le cui azio­ni cor­ri­spon­da­no al­le idee che pro­pu­gna? Chi ma­no­vra i sol­di de­gli al­tri, chi espli­ca una de­le­ga, chi ha del­le re­spon­sa­bi­li­tà pub­bli­che, non può col­ti­va­re se­gre­ti, nem­me­no pri­va­ti, pro­prio per­ché è la sua per­so­na in to­to che de­ve crea­re fi­du­cia e af­fi­da­bi­li­tà. Trop­po co­mo­do pre­ten­de­re che le pro­prie pa­ro­le sia­no tra­smes­se at­tra­ver­so i mez­zi di co­mu­ni­ca­zio­ne na­zio­na­li e poi re­cla­ma­re che al­cu­ne co­se, det­te al te­le­fo­no con gli ami­ci, (che spes­so ri­sul­ta­no in real­tà com­pli­ci), non sia­no ascol­ta­te da orec­chie in­di­scre­te! In una so­cie­tà in cui la sin­ce­ri­tà è con­si­de­ra­ta un va­lo­re as­so­lu­to, in cui la men­zo­gna è un de­lit­to da pu­ni­re, ca­pi­sco che il pri­va­to pos­sa es­se­re tu­te­la­to più se­ve­ra­men­te. Ma in un Pae­se di si­ni­stre com­pli­ci­tà e fu­mo­si si­len­zi che co­pro­no de­lit­ti gia­cen­ti in­so­lu­ti da an­ni, in cui pre­val­go­no le dop­pie vi­te, le dop­pie di­chia­ra­zio­ni al fi­sco, le in­fi­ni­te omer­tà, se la ve­ri­tà può es­se­re co­no­sciu­ta so­lo car­pen­do­la at­tra­ver­so spie te­le­fo­ni­che, cre­dia­mo dav­ve­ro che que­sto dan­neg­gi la co­mu­ni­tà?
­
Non sa­prem­mo nien­te di chi ha ap­pro­fit­ta­to del­la ri­co­stru­zio­ne dell’Aqui­la, tan­to per fa­re un esem­pio, non sa­prem­mo nien­te dei ge­sto­ri dell’ospe­da­le San­ta Ri­ta di Mi­la­no do­ve i me­di­ci fa­ce­va­no ope­ra­zio­ni inu­ti­li per sol­di, non sa­prem­mo nien­te de­gli abu­si di Ve­ne­zia e di Ro­ma Ca­pi­ta­le se non ci fos­se­ro sta­te le in­ter­cet­ta­zio­ni. In­fat­ti i ma­gi­stra­ti le di­fen­do­no. I ma­ni­po­la­to­ri di sol­di pub­bli­ci, le ri­fiu­ta­no. In­do­vi­na­te per­ché.

domenica 16 agosto 2015

Progetto Trasparenza: il punto della situazione - agosto 2015





Il progetto è nato da una discussione nel blog a seguito della prima inchiesta su Mafia Capitale e si è proposto, anzitutto, di verificare in quale misura le informazioni reperibili nei siti dei Comuni italiani, a partire da quello romano, consentissero ai cittadini di esercitare il ruolo di controllo loro attribuito da un decreto legislativo del 2013.
La ricerca ha messo in evidenza che, in generale, i dati disponibili non sono sufficienti e soprattutto sono spesso difficilmente reperibili oppure aggregati in modo tale da risultare poco comprensibili. Prevale ancora una logica formalistica per cui i Comuni si preoccupano di adempiere agli obblighi di pubblicazione che la legge impone, senza però porsi il problema di quale uso potrà esserne fatto dai cittadini desiderosi di informazioni.
Anche di questo problema si è parlato in un interessante convegno  sulla trasparenza organizzato in aprile dalla Regione Lombardia in cui il Dott. Pilloni, Responsabile Sistema dei Controlli, Anticorruzione e Trasparenza di questo Ente, ha giustamente sostenuto l’esigenza di applicare le norme in modo sostanziale e non solo formale, andando anche oltre i meri obblighi di legge, al fine di garantire un’effettiva accessibilità e intelligibilità delle informazioni.
Abbiamo avuto occasione di parlare del tema sia con il Dottor Pilloni che, in un secondo momento, con la Dott.ssa Morandini, Direttore Generale e Responsabile Trasparenza del Comune di Trento che è risultato, nella predetta ricerca, il più virtuoso fra quelli da noi presi in considerazione. Ne è scaturita l’idea di avviare un progetto metodologico che, partendo da un nostra ipotesi dei dati occorrenti per un efficace controllo degli appalti, consentisse di verificare e integrare la predetta lista e di mettere a punto una struttura dei dati tale da poterli rilevare e inserire in automatico  in appositi  contenitori, in modo da renderli disponibili ai cittadini tramite un motore di ricerca. Si tratterebbe , quindi, di un’operazione di  “ voluntary disclosure”, pienamente consentita dalla legge,  da discutere anche  con altre amministrazioni interessate ad una costruttiva collaborazione con la cittadinanza attiva.
Sono stato successivamente invitato dal Dott. Gentili, Presidente della Commissione Antimafia del Comune di Milano a riferire del nostro Progetto in una audizione della Commissione, alla quale ha partecipato anche la dott.ssa Lucente del Servizio Anticorruzione e Trasparenza, con cui ho scambiato interessanti idee e condiviso l’opportunità di proseguire il confronto.
In settembre verranno ripresi i contatti con le amministrazioni citate per valutare i successivi sviluppi del progetto.
Secondo le linee guida per la riforma della Pubblica Amministrazione, recentemente approvate alla Camera e che andranno al vaglio del Senato, è prossima l’introduzione in Italia  del “Freedom of information act ”, che consentirà a tutti i cittadini di accedere, con alcune limitazioni, all’intera  documentazione in possesso della P.A..  Ciò aumenterà molto il livello di trasparenza ma non farà venir meno l’esigenza della predetta operazione di “voluntary disclosure”, perché non basta accedere ai dati ma è necessario che gli stessi siano organizzati e presentati in modo tale da consentire a chiunque di rilevare potenziali anomalie, cosa che può essere fatta solo da chi li produce

sabato 1 agosto 2015

Stop al diritto di sciopero selvaggio



Nella seduta del 15 ottobre 1946 la prima sottocommissione del’Assemblea Costituente, presieduta da Umberto Tupini, approvava il seguente testo: “Il diritto di organizzazione sindacale è garantito. E’ assicurato a tutti i lavoratori il diritto di sciopero. La legge ne regola la modalità di esercizio unicamente per quanto attiene: alla procedura di proclamazione, all’esperimento preventivo dei tentativi di conciliazione, al mantenimento dei servizi assolutamente essenziali alla vita collettiva. Il diritto al riposo è garantito.”
La formulazione definitiva, contenuta nell’art. 40 della  Costituzione  dice “ Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”.
La differenza fra i due testi indica, in modo inequivocabile, che nell’assemblea si è giunti ad una formulazione più generica a causa di contrasti fra le forze politiche, appianati rinviando la soluzione del problema al legislatore ordinario che, però, in 70 anni non è stato in grado di provvedere. Ciò è dovuto al timore, radicato nelle forze che avevano partecipato alla Resistenza, che una qualsiasi regolamentazione potesse in qualche modo rievocare le famose e vituperate norme del codice Rocco del periodo fascista che avevano vietato lo sciopero.
Questo tabù, comprensibile nel periodo storico dell’immediato dopoguerra, si  è mantenuto inalterato per decenni, lasciando sempre più spazio a forme di sindacalismo totalmente irresponsabile di cui abbiamo alcuni esempi clamorosi nei recenti scioperi in Alitalia, nella Metropolitana di Roma, nel sito archeologico di Pompei. In tutti questi casi gli scioperi sono stati proclamati da sigle sindacali minori, non dai sindacati confederali; a Pompei la vertenza, fra scioperi a sorpresa e assemblee straordinarie, dura da 20 anni ed è guidata da un sindacalista.prima UIL e poi CISL, cui erano state ritirate le deleghe già da Raffaele Bonanni e da cui ha preso le distanze la segretaria  della CISL Annamaria Furlan con le seguenti parole “ Non condividiamo la sua linea e lo abbiamo dimostrato  interrompendo i rapporti con lui”.
Ha anche detto Furlan “Noi siamo assolutamente contrari sia allo sciopero dei piloti Alitalia, sia a quello che è successo a Pompei. Specie in questo momento, il turismo è una fonte di ricchezza straordinaria e quindi proteste del genere, per di più attuate  nel pieno della stagione stiva, sono forme di autolesionismo”.
Condivido pienamente questo giudizio al quale aggiungerei solo che si tratta anche di forme di  sabotaggio e boicottaggio, non più tollerabili in un Paese civile perché procurano un elevato danno economico e, quindi,  sociale. Un boomerang per gli stessi lavoratori di un Paese che ha un disperato bisogno di recuperare condizioni favorevoli al creare e far prosperare le imprese e con esse il lavoro. Il calpestare elementari diritti di civismo (di civiltà) procura contrapposizioni e divisioni utili solo a chi ha interessi nel far precipitare l'Italia nel sottosviluppo.
Bisogna porre fine  ad una situazione che fa sbeffeggiare il nostro Paese sulla stampa internazionale e che è incompatibile con la democrazia, in quanto permette a infime minoranze un potere di veto che danneggia l’intero Paese. E’ opportuno ricordare che già nel lontano  1946 la sottocommissione citata affermava la necessità di regolamentare la procedura  per  “evitare che lo sciopero fosse proclamato per il capriccio di poche persone”.
A questi principi si ispira il disegno di legge presentato il 14 luglio  in Parlamento dal Senatore Ichino che prevede due possibilità;  lo sciopero può essere proclamato da organizzazioni che rappresentino il 50% più  uno dei dipendenti oppure da sigle minoritarie purché superi un referendum fra i lavoratori dell’azienda, con il 50% dei sì fra i votanti e un quorum del 50% dei dipendenti. Il ddl per ora riguarda solo il trasporto pubblico ma si sta valutando di estenderlo al settore dei beni culturali che gestisce un patrimonio dell’umanità e quindi svolge  un servizio per il mondo intero.
D’altronde, come ha detto Ichino “Cisl e Uil  hanno già firmato con la FCA di Marchionne un accordo aziendale che applica lo stesso principio di democrazia sindacale previsto nel nostro ddl,  e quello non è nemmeno un servizio pubblico.”
Il che conferma quanto sostenuto nel precedente post circa la necessità, per garantire la competitività del sistema-Paese,  di un “patto dei produttori” che, nel pieno rispetto dei diritti legittimi dei lavoratori, tuteli anche l’efficacia e l’efficienza delle organizzazioni che producono beni e servizi,  siano essi privati o pubblici.
E’ compito  urgente e inderogabile della politica dare una risposta all’annosa  e mai affrontata questione della regolamentazione del diritto di sciopero, dalla cui adeguatezza  dipenderà in larga misura la credibilità delle forze attualmente in campo.


giovedì 23 luglio 2015

Primi risultati e nuove sfide del Governo Renzi




I lettori abituali del blog sanno che, pur non avendo fatto mancare critiche anche severe all’azione di governo, ho sempre visto con favore il tentativo di Renzi di cambiare il Paese , sfidando alcuni dei tabù più radicati nella sinistra, quali il legame fra  partito e sindacato, la rigidità  nel mercato del lavoro, il rapporto conflittuale con il mondo delle imprese.
A mio avviso la maggiore intuizione  politica di Renzi è l’aver colto che, nel mondo globalizzato  in cui la competizione è fra sistemi-Paese, la lotta di classe è morta e deve essere sostituita da un costruttivo rapporto di collaborazione fra produttori, cioè fra imprese e lavoratori. Solo così si possono costruire insieme realtà  aziendali  e filiere d’imprese fortemente concorrenziali, capaci di vincere sui mercati internazionali  e di  produrre ricchezza,  da distribuire opportunamente fra capitale e lavoro, ovviamente tramite  una giusta dialettica sindacale e magari mediante  una compartecipazione dei lavoratori alla gestione, come nell’esperienza tedesca, di grande successo economico e sociale. Non è un caso che Renzi sia in forte sintonia con Marchionne, che partendo da un’azienda semifallita, la FIAT, è riuscito – soprattutto con la collaborazione dei sindacati Chrysler - a costruire la  nuova azienda FCA  che è diventata attore protagonista nel mercato mondiale dell’auto e che ha fortemente investito anche negli stabilimenti italiani, alcuni dei quali sono al top in termini di qualità e produttività. Oggi chi vuole davvero tutelare il lavoro, deve anzitutto darsi l’obiettivo di salvaguardare la possibilità di fare impresa, creando un ambiente favorevole agli investimenti produttivi.
Una conseguenza di questa visione è che l’Italia deve fare le riforme che la rendano credibile agli occhi della comunità  internazionale e attrattiva a quelli  degli investitori esteri, senza il cui contributo non è possibile un forte  rilancio dell’economia, data la carenza di capitali interni privati e pubblici:  da qui nascono il jobs act,  le norme anticorruzione, la riforma della P.A. e quella  avviata della giustizia.
Il successo di queste  azioni  è testimoniato da vari fatti: il calo dello spread, che è dovuto anche ad altri fattori ma al quale l’azione di governo ha contribuito, gli accordi conclusi con investitori stranieri, già consolidati nel Paese o nuovi, che hanno consentito di rilanciare imprese in difficoltà e di avviare nuove iniziative, i primi segnali di ripresa del mercato del lavoro. Un paio di giorni fa l’autorevole quotidiano britannico Times ha paragonato Renzi  a Tony Blair dicendo che,  “come lui ha sfidato i dogmi della sinistra tradizionale”. Su questi temi il bilancio del Governo è senz’altro positivo, malgrado ci siano ancora varie riforme da attuare, istituzionali e non.  
Ora Renzi si accinge  ad un nuovo difficile  compito: rimodellare  la cultura  del PD e renderlo governabile . Esso ha infatti perso le caratteristiche di un partito forte , come era stato il PC, ed è  diventato una  instabile“federazione di cacicchi”, cioè di notabili locali spesso in aperto conflitto con le strutture centrali e orientati a sviluppare un potere totalmente autonomo e incontrollabile : i casi di Emiliano in Puglia, di De Luca in Campania,  di Crocetta in Sicilia sono quelli più emblematici, ma molti altri ne  esistono.
Renzi ha fatto approvare recentemente alcune norme interne  che consentono al Segretario politico di sostituire gli esponenti locali a seguito di reiterato rifiuto di conformarsi alle direttive del partito  e di commissariare, ove necessario, le strutture mal funzionanti. Ma per venire a capo del problema dell’ingovernabilità non bastano  le misure repressive, è necessario cambiare una mentalità diffusa nel gruppo dirigente, orientata più a coltivare il conflitto interno che a cercare di vincere  nel Paese:  è quella forma di inspiegabile masochismo che ha portato, ad esempio,  in un recente passato a far cadere le candidature di Prodi e Marini alla Presidenza della Repubblica a causa  dei famosi 101 dissidenti.  Da questo punto di vista la fuoriuscita dal PD di alcuni dei dirigenti  che maggiormente incarnano  tale mentalità è un fatto positivo perché contribuisce a fare chiarezza  e a delineare uno spartiacque fra una sinistra nostalgica di un passato che non tornerà ed una che cerca di adattarsi  pragmaticamente ad un difficile contesto, dove più che l’ideologia, conta  la capacità  di risolvere i problemi del Paese.
Ma, per produrre il necessario cambiamento culturale,  Renzi deve affrontare anche altre problematiche alcune delle quali vengono da lontano. Esse, emergendo contemporaneamente, stanno facendo evaporare gran parte dei consensi che Renzi aveva ottenuto alle  elezioni europee.
Sono temi che hanno reso, in vari casi, opaca e ambigua l’azione  dell’esecutivo:
-          La tradizionale  scarsa attenzione all’esigenza di legalità: ho scritto qualche tempo fa  al Premier segnalando numerosi episodi in cui lo Stato ha ceduto di fronte ai prepotenti ed ai violenti ed ho avuto da lui  una risposta rassicurante sulla fermezza che s’intende adottare.  La recentissima presa di posizione del Ministro dell’Interno in merito alla vicenda dei tecnici rapiti in Libia (“Con gli scafisti non si tratta”) è un primo importante segnale in questa direzione.
La  passata disattenzione è stata  il “brodo di coltura” in cui hanno potuto svilupparsi  le collusioni con la criminalità organizzata, che hanno coinvolto diversi esponenti del partito nell’inchiesta su Mafia Capitale. Il cambio di passo su questo tema  è quindi indispensabile
-          La mancanza di strategia  nella gestione del fenomeno immigrazione: il tema è epocale e va affrontato, ma ciò non può essere fatto solo con la logica “buonista” tipica della sinistra  . Bisogna partire da un assunto incontrovertibile, che è stato recentemente  e correttamente espresso (sia pure in un contesto improprio) dalla Cancelliera Merkel: “Non possiamo accogliere tutti”.  Il governo dei flussi migratori, inoltre,  non può essere lasciato alle bande criminali della Libia che incassano  500.000 euro al giorno dalla tratta dei migranti ed ora forse ci ricattano  con il rapimento di alcuni tecnici italiani.  E neppure ai malavitosi nostrani che lucrano, un tanto al giorno, sulla pelle dei disgraziati migranti. E’ positivo il lavoro di intelligence e di mediazione politica discreta che si sta sviluppando  in Libia per favorire una maggiore stabilità del Paese, ma bisogna anche agire in termini di contrasto del business criminale. La sola mediazione senza la forza diventa arretramento e poi collusione.
-          La carente lotta  agli sprechi : negli encomiabili servizi dei giornalisti  Rizzo  e Stella vengono spesso presentate autentiche “gallerie degli orrori”   che testimoniano  di uno Stato incapace di fermare la dilapidazione del pubblico denaro malgrado le leggi più stringenti. Non è possibile ad esempio, accettare che un gruppo di arbitri abbia decretato il pagamento di 1,8 miliardi di euro da parte dello Stato ( per lavori assegnati e non completati)  al costruttore Longarini di Ancona , plurindagato e condannato, che fra l’altro,  aveva chiesto solo ( si fa per dire) 300 milioni. Arbitri che si sono anche  auto assegnati prebende pari  a 40 volte il massimo consentito dalla Legge. Il tutto sotto gli occhi di numerosi organismi di controllo che sono stati a guardare. Queste follie devono finire una volta per tutte e il Governo deve agire, nelle opportune sedi istituzionali , perché ciò avvenga davvero . I cittadini che pagano le tasse non vogliono più essere presi in giro da chi dispone in modo osceno delle risorse pubbliche.
-          L’elusione del problema delle coperture finanziarie :  come ho scritto in un paio di commenti al post precedente, c’è un’evidente sproporzione  fra il grandioso  e condivisibile piano di tagli alle tasse annunciato da Renzi e il silenzio, o quasi, su dove trovare le risorse  per finanziarlo. I cittadini  chiedono di sapere  quali sprechi verranno realmente tagliati, quali risparmi si otterranno, ad esempio, con la riduzione delle stazioni appaltanti e la centralizzazione degli acquisti , quali  sconci privilegi verranno aboliti, fra i quali quello di dichiarare redditi irrisori e irridenti  da parte di categorie che vantano un ricco stile di vita. Ci vuole, su questo, un’operazione verità.

lunedì 13 luglio 2015

Archiviata "LaBuonaScuola", adesso affrontiamo "IlBuonFisco"


di Giorgio Calderaro

Visto che ora l’attenzione del Governo si sposta sul tema del Fisco, ritengo opportuno che i cittadini facciano sentire la loro voce, per non lasciare questo delicatissimo tema esclusivamente nelle mani degli specialisti.
Mi permetto pertanto di sottolineare alcuni “desiderata”, contando che altri possano integrare questa lista e poi la si possa inoltrare a chi di dovere.

  • Ritengo inaccettabile che la revisione della fiscalità non sia accompagnata anche dalla revisione dello sviluppo della spesa pubblica, centrale e periferica: per evitare i noti strabismi di diminuzione delle tasse centrali ed aumento delle tasse o degli oneri periferici.
  • In particolare, tra le altre cose, ritengo inaccettabile la discriminazione per cui, mentre al normale cittadino è impossibile determinare l’entità del suo stipendio o della sua pensione, ad alcuni cittadini sia concesso di deliberare in merito ai propri stipendi, ai propri privilegi, ai propri vitalizi: se lo stipendio stratosferico o il vitalizio deliberato per sé costituisce diritto acquisito, beh allora questo a mio avviso è un diritto anticostituzionale perché crea discriminazioni di diritti tra i cittadini stessi.
  • Troppi Enti sono autorizzati a mettere le mani nelle tasche dei cittadini. Già il triplo livello di tassazione (centrale, regionale e comunale) si presta a generare spiacevoli sorprese; però non possiamo non osservare come altri servizi essenziali al buon funzionamento della macchina pubblica ma erogati da altri Enti non rientrino nella pianificazione generale del prelievo dalle tasche altrui: oneri vari e indecifrabili sulle bollette di luce e gas, costi attivi e passivi della moneta elettronica, costi del trasporto per i pendolari, costi della casa, ecc. Sarebbe opportuno che, in sede di revisione generale, si riuscisse a mettere a fuoco una visione completa del cittadino in tutti i suoi aspetti  di contribuente, anche al di là di IRFEF/IRPEG, e senza ritenere che chi ha magari due case ma bassi redditi sia un Paperone da spennare all’istante (lo sappiamo, vero, che le case esistenti valgono sempre meno e che costano sempre di più in manutenzione e tasse, ma non si riescono a vendere?)
  • Ricordo i tempi lontani in cui il “740” me lo facevo io, studiando le 4 (diconsi “quattro”) pagine di istruzioni scritte neanche tanto in piccolo. Il principio dovrebbe essere che la regole debbono andare incontro al cittadino e non contro. La semplificazione normativa drastica deve diventare un principio sacrosanto: è molto più apprezzata una norma semplice e chiara, anche se non “perfetta”, che non una norma che, al fine di essere più aderente alla realtà, preveda con grande analiticità mille casi e sottocasi e per ciascuno definisca la regola. Es.: le regole per lo sconto fiscale per le spese di ristrutturazione, le regole per la partita IVA forfettaria, ecc. Ciò dispiacerà ai burocrati, che si sentono giustificati proprio dal creare casistiche: vuol dire che con la semplificazione ci serviranno meno burocrati e meno consulenti, con notevoli risparmi per la spesa pubblica e quella privata.
  • Le strutture incaricate del controllo e dell’esazione dovrebbero essere strutture “amiche” del cittadino, con l’obiettivo di aiutarlo e di andargli incontro nel compiere il suo dovere: meglio una dilazione, uno sconto a chi è in difficoltà che non la repressione, che uccide la vittima e la sua capacità / volontà contributiva futura. Si sappia distinguere tra chi ha problemi, grossi o piccoli, e chi fa il furbo sistematicamente; tra chi ruba una mela e chi ruba il frutteto.