Da quando la
democrazia è stata inventata ad Atene nel quinto secolo avanti Cristo fino alla
caduta della Repubblica Veneziana ad opera di Napoleone nel 1797, e quindi per
circa 2300 anni, tutti gli Stati che
hanno assunto una forma democratica hanno avuto un sistema rappresentativo
misto, in parte elettivo e in parte basato sul sorteggio, che da un lato
delegava ad un’elite la trattazione di certe tematiche ma che dall’altro
lasciava ad organismi sorteggiati, diretta espressione del popolo, le decisioni
definitive.
E’ solo dopo
la rivoluzione americana e quella
francese, cioè da circa 200 anni, che il
sorteggio è scomparso dalla scena politica e tutti gli stati occidentali hanno
dato una delega in bianco ad un ceto oligarchico che, come ha ben dimostrato lo
studioso tedesco Robert Michels con “la
legge ferrea dell’oligarchia” esposta in un libro sui partiti politici del 1911,
avrebbe inevitabilmente avocato a sé tutto il potere non lasciando alcuna
possibilità al popolo d’influire direttamente sulle politiche di governo.
L’unica cosa democratica che esiste nelle attuali oligarchie è il potere dei cittadini
di “mandare a casa” i loro rappresentanti in occasione delle tornate
elettorali; per il resto essi si limitano a porre delle crocette sulle schede e
poi assistono impotenti al “teatrino della politica” in cui i vari partiti giocano a fare la maggioranza e
l’opposizione ma, sottobanco, si accordano per spartirsi la torta, a scapito
del bene comune
.
.
Di questa
deriva sono netta testimonianza diversi
referendum, espressione diretta della volontà popolare, che sono stati
sistematicamente disattesi, in primis quello sul finanziamento ai partiti.
Recentemente una maleodorante leggina, spudoratamente approvata in fretta e
furia con la sola opposizione dei 5
Stelle e contro la quale ho invano scritto una lettera al Premier, poi pubblicata nel blog ( “Lettera a Renzi sul
finanziamento ai partiti” del 23/09/2015), ha consentito di incassare comunque
i finanziamenti, senza aspettare e
rispettare i controlli previsti dalla legge. Dopo tale evento ho
pubblicato un altro post al riguardo (“Fare i conti senza l’oste può costar
caro” del 23/10/2015). Entrambi i documenti sono leggibili cliccando,
all’interno del blog, sui mesi di settembre e ottobre segnalati nella colonna
di destra della pagina web.
Questo stato
di cose è ben presente ai cittadinii ed anche alle forze
politiche e qualche voce comincia a farsi sentire per superare il solo voto di
protesta o l’astensione.
Recentemente
si sono tenute a Milano due conferenze con dibattito: una presso l’Associazione
“Le Forme della politica” (www.leformedellapolitca.it
) e l’altra presso la Casa della Cultura (www.casadellacultura.it ). Nella prima il
dibattito è stato introdotto da un intervento del Prof. Giuseppe Polistena,
Preside dell’Istituto Manzoni, ispiratore e cofondatore dell’associazione; nel
secondo dal Prof. Luigi Ferraioli, Professore emerito di Filosofia del Diritto
all’Università Roma 3.
In entrambi
i casi è stato messo in evidenza che il
problema maggiore delle “democrazie” attuali è dato dall’occupazione che i
partiti hanno fatto non solo delle istituzioni ma anche di gran parte degli
enti e società che alle stesse riportano, con ciò creando un gigantesco
apparato politico-burocratico senza alcun controllo, del tutto autoreferenziale
e portato ad espandersi senza limiti.
Per porre
rimedio a tale problema è stato suggerito, in entrambi gli eventi, di separare per legge le due entità, evitando
soprattutto il cumulo delle cariche: chi viene designato a ricoprire un
incarico pubblico dovrebbe dimettersi da eventuali cariche direttive in un
partito. Il fatto che nel nostro Paese, ma anche altrove, il capo di un Partito sia anche Capo del
Governo è un’anomalia da correggere (ma la questione esiste anche per molti
altri detentori di cariche pubbliche ) e dimostra che il problema accomuna
tutti o quasi i paesi occidentali. Di questa soluzione si era parlato anche in
un convegno romano del maggio scorso, alla Fondazione Lelio Basso, dal titolo
emblematico “Separare i partiti dallo Stato”, introdotto dal Prof. Ferraioli.
Si è segnalata, inoltre, nella prima
conferenza, la necessità di portare il partito al suo ruolo fisiologico di “ente intermedio” fra società civile e
Stato, che canalizza le istanze della prima verso il secondo e seleziona la
classe dirigente da proporre a cariche pubbliche. E’ stato inoltre evidenziata la necessità di limiti temporali ai
mandati pubblici, elettivi e non.
Nella seconda
conferenza si è proposto di dare
attuazione all’art.49 della Costituzione, il quale prevede che i partiti siano organizzati
democraticamente. Dato che la totale autonomia di queste associazioni ha
portato ad una pericolosa deriva, è ritenuta necessaria “l’eteronomia della
legge” per regolare gli statuti e i criteri di funzionamento dei partiti.
Un tentativo
in questo senso va certamente fatto anche se l’iniziativa , presa 70 anni dopo
il dettato costituzionale, appare tardiv a causa dello svuotamento intervenuto nella militanza politica, ma credo che si debba cominciare a pensare anche ad alternative che innovino
il modo di fare politica. Lancio al riguardo una provocazione che potrebbe
diventare una realtà se le forze in campo non accetteranno di autoriformarsi: si potrebbe creare anziché altri Partiti, per definizione espressione di una sola
parte, una nuova forma politica che
chiamerei gli Uniti, espressione del
tutto, cioè organismi costituiti da persone
di vario orientamento, interessati a
sviluppare una visione complessiva della società e quindi a cercare il bene comune attraverso un confronto
dialettico e costruttivo, e non a far vincere una parte sulle altre. E’
una sfida che potrebbe essere lanciata se il sistema politico continuasse a
restare prigioniero della sua logica castale ed autoreferenziale. I nuovi
soggetti potrebbero elaborare diverse e concorrenti strategie per lo sviluppo
del Paese e il rilancio della sua capacità competitiva in campo culturale ed
economico.
In un recente articolo su “La Repubblica” il sociologo Ilvo
Diamanti ha scritto, in merito agli auspici per il 2016: “ Nell’anno che verrà
mi piace immaginare il ritorno – l’arrivo? – di soggetti politici capaci di
aggregare i sentimenti e non solo i risentimenti”. Forse è l’ora di
aggregazioni che mirino a valorizzare il sentimento del bene comune.
Va detto
che, appartenendo la sovranità al popolo (e neppure i partiti, pur negandolo
nei fatti. si azzarderebbero a dirsi contrari a questo principio) non c’è alcun
bisogno di nuove leggi e tantomeno di modifiche costituzionali per dar vita
alla nuova forma politica, ma basterebbe che i cittadini ( individui e
associazioni) si riunissero e cominciassero ad agire per controllare ciò che
viene fatto nei partiti e nelle Istituzioni, magari organizzando autonomamente
il sorteggio di “commissioni civiche”, tali da stimolare la partecipazione di
più ampi strati della popolazione.
Sollecito i
lettori che sono interessati a discutere di questa prospettiva, ad esprimersi e a dare
suggerimenti su come eventualmente procedere.