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sabato 2 novembre 2013

Come rilanciare il Paese



Pubblico il Manifesto, di cui condivido intento e contenuti, predisposto da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison, firmato da numerosi esponenti del mondo imprenditoriale, accademico, politico  e sociale, e diffuso il 15 ottobre 2013


Manifesto
“Oltre la crisi”

L’Italia deve fare l’Italia

L’Italia è in crisi, una crisi profonda e drammatica. Ma non è un paese senza futuro. È molto popolare, in patria e all’estero, la tesi del nostro inarrestabile declino: che manca però del sostegno dei fatti, fa torto a chi lavora, fa danno al Paese e distoglie dai veri problemi da risolvere.
Nessuno lo nega, siamo zavorrati da guai che vengono da lontano, e che vanno ben oltre il debito pubblico: le diseguaglianze sociali, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia spesso persecutoria e inefficace. La crisi mondiale si è innestata su questi mali, incancrenendoli. Rimediare non sarà facile. Ma non è impossibile, se non ci lasciamo ipnotizzare dalla retorica dell’apocalisse.
Il giudizio negativo sull’Italia nasce da un clima di enorme, e pericolosa, confusione. È confusa l’opinione pubblica interna, trascinata in un cronico stato di pessimismo e frustrazione. C’è confusione tra gli addetti ai lavori, e tra gli osservatori e gli investitori stranieri, inclini a fare proprio questo giudizio, infondato ma senza appello. Tutto ciò, ovviamente, porta grave detrimento per la nostra immagine internazionale. E rende difficilissima la stessa diagnosi dei mali del Paese: col rischio che vengano formulate ricette non adeguate per porvi rimedio.
La tesi del declino è supportata principalmente dalle pessime performance del Pil nazionale. Che però non fa distinzione tra un mercato interno prostrato dalla crisi e dall’austerità, e le ottime prestazioni internazionali delle imprese, del turismo e dell’agroalimentare. Siamo uno dei più grandi esportatori al mondo - soprattutto grazie ai nostri distretti - siamo una delle mete turistiche preferite del nuovo turismo mondiale. Ha le sue radici in questa difficoltà degli indicatori economici tradizionali (come le dinamiche delle quote di mercato nell’export mondiale) a cogliere i mutamenti in atto nel nostro Paese – difficoltà acuita dai rivolgimenti epocali avvenuti nel decennio: la crescente concorrenza dei paesi emergenti e la grande recessione. E si alimenta della divaricazione crescente tra i risultati eccellenti ottenuti meritoriamente sul campo dalla aziende nazionali e il deterioramento del sistema paese.
Quello che da questa confusione non emerge, invece, sono due tendenze molto positive: due ponti lanciati verso il futuro che fanno carta straccia delle profezie negative, e indicano una rotta, la via per restituire coraggio e convinzione agli italiani.
La prima. L’Italia non è una delle vittime della globalizzazione, anzi: ha profondamente modificato la sua specializzazione internazionale, modernizzandola e ‘sincronizzandola’ con le nuove richieste dei mercati. Abbiamo saputo costruire valore aggiunto in settori – quelli tradizionali del made in Italy: il tessile-abbigliamento, le calzature, i mobili, la nautica - in cui ci davano per spacciati a causa della concorrenza dei paesi emergenti. E abbiamo creato nuove specializzazioni, come nella meccanica - oggi di gran lunga il settore più importante per surplus commerciale con l’estero - nei prodotti innovativi per l’edilizia, nei mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e nella chimica – farmaceutica. Si spiega così il fatto che nel 1999 il nostro Paese era quinto nell’UE-27 per saldo commerciale normalizzato nei manufatti, e nel 2012 è salito al terzo posto.
La seconda tendenza: proprio grazie a questa nuova specializzazione - mentre la recessione globale e l’austerità facevano crollare la nostra domanda interna, e con essa Pil e occupazione - le imprese italiane hanno registrato eccellenti performance sui mercati internazionali. Tra ottobre 2008 e giugno 2012 il fatturato estero dell’industria italiana è cresciuto più di quello tedesco e francese (Eurostat). Nel 2012 siamo stati tra i soli cinque paesi al mondo (con Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud) ad avere un saldo commerciale con l’estero superiore ai 100 miliardi di dollari (per i manufatti non alimentari). Su un totale di 5.117 prodotti (il massimo livello di disaggregazione statistica del commercio mondiale) nel 2011 l’Italia si è piazzata prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero in ben 946 casi.
Se puntiamo la lente sui paesi extra Ue - i mercati più promettenti, quelli su cui si deciderà il futuro del commercio mondiale - questa Italia ‘in declino’ è il secondo paese dell’UE, dopo la Germania, per surplus commerciale nei manufatti non alimentari (con un attivo di 63 miliardi di euro nel 2012). Mentre, appunto, sul mercato domestico domanda e produzione crollavano per ragioni che, evidentemente, nulla hanno a che vedere con la competitività delle imprese.
Non solo l’export sfata i luoghi comuni sbandierati dalla propaganda declinista. Il settore italiano del turismo è additato come uno dei protagonisti della nostra inevitabile uscita di scena. Di vero c’è, ancora una volta, che la crisi economica ha imposto tagli pesanti alle spese degli italiani. Ma l’afflusso di stranieri è in aumento. Se dismettiamo indicatori approssimativi (come quello degli arrivi di turisti internazionali, falsato dalla presenza di grandi hub internazionali e dai viaggi di lavoro), scopriamo che l’Italia, che per numero di pernottamenti di turisti stranieri è seconda in Europa soltanto alla Spagna, è addirittura il primo paese europeo per i turisti extra-UE (con 54 milioni di notti). Siamo la meta preferita per i visitatori da Cina, Giappone e Brasile; siamo alla pari con la Gran Bretagna per le provenienze dagli Stati Uniti; secondi per arrivi da Canada, Sudafrica, Australia, Russia.
Davvero ardito, dunque, parlare di un paese sul viale del tramonto. Non siamo una nazione di macerie e di cittadini rassegnati. Sappiamo competere, invece.
Allora, piuttosto che le sirene del declino dobbiamo prestare attenzione al messaggio e alle richieste dei tanti protagonisti di questo made in Italy rinnovato. Che stanno affermando un modello di sviluppo nuovo, ma perfettamente in linea con la grande vocazione nazionale: la qualità. Dove la bellezza è un fattore produttivo determinante e la cultura, sposata magari alle nuove tecnologie, un incubatore d’impresa. Una via italiana alla green economy in cui l’innovazione è un’attitudine che investe anche le attività più tradizionali - dove le eccellenze agroalimentari sono un volano per l’artigianato e il turismo, e viceversa – le cui straordinarie materie prime sono la qualità della vita, la coesione sociale, il capitale umano, i saperi del territorio.
Da qui dobbiamo ripartire, dal nostro irripetibile “ecosistema produttivo”. Dalla qualità, da questa via tutta italiana alla green economy. Incentivando la ricerca, l’ICT e l’innovazione non solo tecnologica ma anche organizzativa, comunicativa, di marketing. Sostenendo, con azioni di sistema, gli sforzi di internazionalizzazione del nostro manifatturiero, delle filiere culturali e turistiche. Con una politica industriale che faccia perno sulla valorizzazione dei nostri pilastri - manifattura, turismo, cultura, agricoltura – e indichi proprio nella sostenibilità e nella green economy la via da seguire. E con una politica fiscale conseguente, che sposti la tassazione dal lavoro verso il consumo di risorse, la produzione di rifiuti, l’inquinamento. Che incentivi la formazione, l’inclusione sociale e il contributo dei giovani e delle donne alla società e all’economia italiane. Che sostenga gli investimenti per competere nell’economia reale a scapito di quelli per fare speculazione sui mercati finanziari. Dove la burocrazia cessi finalmente di essere un freno per le imprese. Le aziende più piccole vanno accompagnate a lavorare di più in rete o in consorzio. Il turismo potrebbe intercettare più viaggiatori stranieri se l’Italia avesse migliori infrastrutture di trasporto e logistiche, se gli aeroporti italiani fossero meno periferici nelle tratte intercontinentali. Se lo sforzo promozionale dell’immagine dell’Italia all’estero non fosse polverizzato e spesso inconcludente, se le strutture ricettive fossero ammodernate e messe in rete con le tante eccellenze (culturali, paesaggistiche, produttive) del Paese. La lotta all’illegalità, alla contraffazione e all’Italian sounding deve diventare una priorità imprescindibile. Come pure le misure per strutturare reti distributive più forti, anche all’estero. Né si può prescindere dal garantire liquidità all’economia nazionale. Per sostenere le famiglie e far ripartire i consumi interni. E per garantire alle aziende, anche grazie ad un nuovo ruolo della Cassa depositi e prestiti, il credito necessario a rilanciare gli investimenti.
L’Italia, insomma, ce la può fare. È semplicemente necessario che venga messa nelle condizioni di poter fare l’Italia.


14 commenti:

Francesco Mancini ha detto...

Ciao Roberto, tutto ciò che dici è sacrosanto ma come si può sperare di risolvere i problemi con una legge di stabilità come questa e con una politica che parla unicamente di Berlusconi?!
Cordiali saluti.
Mancini

roberto ha detto...



Non è facile sperarlo in un clima politico avvelenato come questo sia per la resistenza estrema di Berlusconi a prendere atto dellla sua decadenza, sia per gli errori degli avversari che pretendono di cambiare i regolamenti parlamentari "contra personam", il che potrebbe costare loro molto caro se si andrà a nuove elezioni. La scadente legge di stabilità è filia di questo clima.
Comunque, come hanno detto Alesina e Giavazzi nell'articolo da me citato nel post precedente, esiste anche "un'altra Italia" di cui il manifesto è l'espressione su cuisi può contare. Bisogna vedere se riuscirà a trovare un'adeguata rappresentanza nelle istituzioni.

Dario ha detto...

Grazie, caro Roberto. Bello questo documento. Come vedi la criticità della situazione viene affrontata seriamente - perchè venga superata - da "privati" e non dalle istituzioni politiche. Questa è una vittoria "laica" che depone a favore di cittadini e non del sistema politico. Dovrebbe essere l'incontrario. Ma in questo frangente eviterei precisazioni e desiderata ideali. Stiamo con i piedi per terra. Magari, poi, penseremo all'inutilità, anzi alla dannosità di una politica nelle mani di persone indegne e prigioniere di metodi antiquati.

Ciao, Dario
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roberto ha detto...

Caro Dario,
sono d'accordo con te sul primato attuale della società sulla politica, anche se dovrebbe essere l'opposto. Come ho scritto nella risposta al commento precedente è questa "altra Italia" che dà una certa speranza, in attesa che essa trovi un' adeguata rappresentanza politica, senza la quale è difficile superare le difficoltà presenti.
Ciao.
Roberto

Vittorio Bossi ha detto...

Buon giorno Roberto,


ho letto con piacere i contenuti dell'articolo oltre la crisi, cosa dobbiamo fare è ormai chiaro a tutti coloro che non fanno parte del sistema
garantito, ma chi è in grado di fischiare la ricreazione (quale soggetto politico?) e iniziare a fare le cose che servono veramente per il paese?


lasciate spazio a chi sà fare le cose.... dice gavazzi sul corsera ma per chi non l'avesse capito questo sistema non cambia dall'interno
si andrà avanti a fare la polvere, ad aumentare le tasse a fare finta di interessarsi del paese, per sbloccare la situazione vedo due possibili scenari:


-LETTERA DALLE BCE CON UNA NUOVA LISTA DELLA SPESA


-NUOVO MOVIMENTO POLITICO CHE DICE CHIARAMENTE COSA FARA' CON MOSSE IMPOPOLARI NATURALMENTE FINALIZZATE A CREARE OCCUPAZIONE
E UN ITALIA PIU' EQUA:
taglio pensioni che beneficiano del vecchio sistema, applicazione nuovi estimi catastali, lotta all'evasione fiscale seria, taglio netto con privilegi, stipendi e personale ministeri) lotta seria alla criminalità, accorpamento comuni con meno di 20.000 abitanti, eliminazione province, enti inutili etc, taglio netto di consulenze e straordinari nella pubblica amministrazione insomma di cose da fare ce ne sono tante e realisticamente penso che quanto sopra possa generare in 2 o 3 anni
circa 100 mld di risparmi,(stima studio Leoni) di questi il 30/40% potrebbe essere destinato al taglio delle tasse sulle retribuzioni, ma la maggior parte per investimenti che dovranno creare lavoro e generare nuova ricchezza
Buon week end a presto Vittorio

roberto ha detto...


Sui due scenari che proponi faccio queste considerazioni.
Il primo può essere la conseguenza di un ulteriore stallo o della fine dell'attuale traballante coalizione, resi possibili e forse probabili dalla conflittualità attuale dentro e fra i partiti e da quanto potrebbe accadere dopo il voto sulla decadenza. I nostri partner e i mercati potrebbero reagire duramente e portarci ad un sostanziale commissariamento. In tale contesto sarebbe possibile realizzare un programma di ulteriori sacrifici, finalizzati a reperire risorse per lo sviluppo, che dovrebbero essere distribuiti più equamente di quelli imposti dal governo Monti.

Il secondo è, a mio avviso, piuttosto improbabile perchè con un programma simile, la nuova forza avrebbe difficoltà a prendere i voti sufficienti a incidere in modo significativo. Comunque convengo che sarebbe auspicabile, in vista delle prossime elezioni, l'emergere di nuovi attori politici dato che quelli attuali hanno mostrato la corda.
Ciao. Roberto

Mario Aldo ha detto...

L'analisi sulle eccellenze italiane è veritiera. Noi abbiamo un grande potenziale turistico (come gli arabi hanno il petrolio) , da incrementare e sicuramente la ns. intelligenza e capacità di analisi, contemporaneamente, di diverse situazioni ci da una marcia in più nel mondo. Ma perchè continuiamo a farci del male ? Aver , ad es. una grossa parte del paese attaccato l'ex Presidente del Consiglio senza rendersi conto del male che facevano al paese intero è strategicamente stato un autogol. Negli anni 70 eravamo i leader mondiali nel settore auto e sindacati e politica partigiana ci hanno fatto diventare terzo mondo ! Tutto bene ora per le ns. esportazioni, è vero, ma la globalizzazione (produrre a prezzi cinesi e vendere a prezzi italiani) ci si sta ritorcendo contro e grosse industrie in Italia che esportavano se ne stanno ora andando con altri licenziamenti. Un conto è vendere all'estero ma un altro è quanto guadagni e in Italy come è stato analizzato tra tasse, burocrazia, tempi per la giustizia e leggi sul lavoro ecc. non ci puoi restare e appena uno può delocalizzare altrove se ne va !!! Per non parlare del mercato interno asfissiato dalla mancanza di lavoro e da norme fiscali che fanno scappare all'estero o tenere in tasca la ricchezza esistente. Evidenzio la grossa balla della caccia all'evasore fatta sugli scontrini, non ostante gli studi di settore, visto che contro quella vera ed internazionale nulla per ora possono fare !!! E' così difficile rendersi conto che il bene rappresentato dalla ricchezza esistente nel paese va lasciato libero di creare altra ricchezza ed altre entrate derivanti da iva, imposte aggiuntive e nuova occupazione, emergendo anche fiscalmente in ogni caso ? Mi scuso per quanto buttato giù di getto ma vedo che al di là delle buone intenzioni e frasi banali (creare lavoro) per ora non c'è altro. Mario A.

roberto ha detto...

Le difficoltà che segnali per chi fa impresa sono vere e rilevanti e sono parte del quadro di vincoli che anche il Manifesto ha trattato.
Sul fatto che molte imprese siano indotte a delocalizzare verso paesi più favorevoli non ci piove. Però è anche vero che puntando su qualità, specializzazone, "italian style, si può anche restare qui: un buon esempio è quello dell'indistria della ceramica che ha avuto pesanti difficoltà ma che ha saputo rigenerarsi e tornare ad essere leader mondiale.
E' su questi positivi esempi che bisogna puntare per ricreare il clima di fiducia senza il quale non ci si può risollevare.
Poi certo c'è la politica da riformare o da cambiare se non riesce a fare un salto di qualità.
Roberto

Renato ha detto...

Caro Roberto,

ho letto. È una valanga di parole. Preferisco i 12 bullet points di Harvard che ti riassumo qui sotto.

Ciao,

Renato

1. Sì a taglio spesa pubblica (sussidi a spettacoli, pensioni d'oro, ricerca pubblica non produttiva, facoltà inutili, pletora RAI)

2. Sì a decentralizzare le tasse per comuni e regioni, fonte di sprechi immani (luci Italia di notte, micro-comuni, Sicilia, rifiuti Napoli spediti in Olanda)

3. Sì a salario minimo (Europa ha salario minimo, noi contratti di lavoro con forza di legge e minimi intoccabili)

4. Sì a licenziamento dipendenti di aziende in difficoltà, parassiti che non lavorano (vigili, forestali, giudici), che rubano (bagagistes Malpensa) e sabotano (FIAT)

5. No a regole sindacali assurde: cdr Corsera che pubblica farneticazioni, assemblee, interruzione servizi

6. Sì a privatizzazione sanità

7. Sì a espulsione immigrati che commettono reati

8. No a tolleranza di magistrati che chiudono l'ILVA, rifiutano trasferimento in sede non gradite, tengono in prigione senza processo per anni

9. No a tolleranza di studenti che non studiano, occupano scuole e università

10. No a tolleranza di Centri Sociali e manifestanti che devastano le città

11. No a slack ordine pubblico

12. Last but not least: se vogliamo investimenti e turisti esteri no a dito di Cattelan, benevolenza su writers, gabinetti sporchi e comportamenti irresponsabili dei guidatori



roberto ha detto...


La proposta di Harvard ha effettivamente il pregio della concisione e della nettezza e indica chiaramente ciò che si ritiene vada fatto per raddrizzare la barca, soprattutto eliminando sprechi, vincoli assurdi, parassitismi, di cui è pieno il Paese.
Il Manifesto è più discorsivo sul tema dei cambiamenti da fare ma è preciso ( ha numeri non equivocabili) su quello che il mondo delle imprese ha realizzato in passato ed anche in questi hanni per ridarsi o alzare la competitività, malgrado i vizi del sistema.
Sno due approcci diversi, ma entrambi utili.
Roberto

Umberto ha detto...


Rispondo a Mario Aldo:

Ottima analisi, bravo! Bisogna incoraggiare l’ottimismo, ma senza un’analisi dei nostri difetti (nell’intento di contribuire ad eliminarli) non si va da nessuna parte. E’ su questo tasto che bisogna insistere: a nulla serve parlare genericamente di cattiva burocrazia, di giustizia politicizzata, di amministratori incapaci e corrotti, di politici arrivisti, litigiosi e disonesti: occorre (o occorrerebbe) citare nomi, fatti e circostanze per distinguere una buona volta le mele marce da quello che c’è di buono. Sappiamo che esistono tante persone come si deve, che il Paese ha tante risorse, che malgrado tutto qualcosa si fa, ma le speranze si affievoliscono quando vediamo che burocrazia, giudici, amministratori, politici costituiscono caste ove anche gli onesti solidarizzano con le mele marce quando la loro casta viene attaccata. E bisognerebbe, tanto per cominciare, indignarsi per la mancanza di indignazione con la quale molti, i media per primi, parlano di fatti scandalosi; questa mattina la radio (Radio 24) parlava del “paese dei fuochi” con gli stessi toni con i quali si descriverebbe una meta turistica. Quando ci abituiamo a queste cose, inconsapevolmemente le abbiamo già accettate.

roberto ha detto...



Un altro esempio di assuefazione alle cose che non vanno ( in questo caso cose fatte da terzi): a differenza di altri Paesi, in primis Germania e Spagna, dove la reazione allo scandalo dello spionaggio USA verso i leader e i cittadini europei è stata forte sia da parte dei governi che dell'opinione pubblica, in Italia ci si è limitati a dire, a livello ufficiale, che da noi non risultano intercettazioni di massa, tendendo a minimizzare la cosa.
Sarebbe stato auspicabile un atteggiamento meno remissivo da parte del governo e pure dei cittadini.
Anche la capacità di reazione al sopruso è una misura di maturità democratica.

Roberto

Vittorio Bossi ha detto...

scusa Roberto
un seguito e una conferma dopo l'ultimo caso della Cancellieri e del solito teatrino dell'IMU , senza che nessuno voglia concretamente
tagliare sprechi e privilegi, sono più che mai convinto che è necessario un richiamo dalla BCE altro che ingerenza e mancanza di sovranità,
questo governo con il gioco dei veti rema contro l'interesse generale del paese,


Buona serata Vittorio

roberto ha detto...


Hai ragione: i teatrini sono veranmente stucchevoli e le misure del Governo un insipido "brodino".
Ci vuole altro e temo che il risveglio lo daranno i mercati quando ne avranno abbastanza dell'inconcludenza di chi ci rappresenta.
Personalmente ho rispetto per Letta ma le contraddizioni fra e dentro le forze che lo sostengono sono troppo forti e impediscono quell'azione risoluta di cui abbiamo bisogno.
Ciao. Roberto