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sabato 19 gennaio 2013

C'era una volta..............

“C’era una volta un Bel Paese, in cui molta parte del popolo era piuttosto credulona. Essa si fece sedurre per venti lunghi anni da un pifferaio, il quale raccontava che  quello era il paese di Bengodi, in cui molte cose erano gratis ed altre si potevano acquistare facilmente a debito, anche se non si aveva un reddito tale da rimborsarlo alla scadenza. Per convincere il popolo usava non solo le sue chiacchiere e il suo piffero magico, ma  anche la pubblicità, che propinava continuamente sulle televisioni del Bel Paese. Quando qualcuno gli faceva osservare che forse c’era la crisi, lui diceva che non era possibile “perché i ristoranti sono pieni”. La gente gli credeva o, per convenienza, faceva finta di credergli.
Poi un giorno arrivò nel Paese un messaggero, di nome Mercato, che , in modo un po’ brusco, fece sapere alla cittadinanza che aveva fatto troppi debiti, che i creditori non si fidavano più e che bisognava cambiare strada, ascoltando i consigli di un nuovo maestro, il Signor Spread.
Il maestro impartì alcune importanti lezioni che avevano i seguenti titoli:
1 – Non ci sono pasti gratis
2 – Le bugie hanno le gambe corte
3 – L’austerità vi salverà
Le lezioni erano impegnative ma i cittadini si applicarono e le assimilarono bene, anche se con fatica. A quel punto decisero di cacciare il pifferaio che aveva raccontato tante frottole e di lui, per un po’, si sentì parlare poco; pare che si stesse occupando di un processo in cui era testimone una sua giovane amica che lui, in passato, aveva aiutato dicendo  (era una delle sue fantasiose bugie) che fosse la nipote di un Capo di Stato.
Un anno dopo però, quando se ne erano quasi perse le tracce, il pifferaio tornò, irrompendo improvvisamente nella piazza più affollata del Paese, e mise in scena un pirotecnico spettacolo di cabaret, in cui si esibiva nei suoi numeri più spericolati  ( “ho mantenuto tutte le promesse”,  diceva, “ confermo che i ristoranti erano pieni”, ecc.) accompagnati da grandi sorrisi e ammiccamenti vari. Una scena che piacque molto fu quella in cui, prima di sedersi, puliva ben bene la seggiola in cui prima stava un suo acerrimo nemico. Successe, però, una cosa inaspettata: malgrado soffiasse poderosamente dentro al piffero,  dallo strumento non usciva alcun suono; le sue parole arrivavano invece forti ma erano stonate, come quelle di un disco rotto che ripete sempre lo stesso ritornello. I cittadini lasciarono la piazza un po’ divertiti per gli ingegnosi trucchi del  giocoliere e un po’ indispettiti per il fastidioso senso di “deja vu”che veniva dai suoi discorsi.
Circa un mese dopo arrivò in Italia una signora di nome Elezione che  raccolse il voto dei cittadini e fece capire  cos’era successo: il pifferaio sapeva bene di non poter più convincere  il popolo perché il suo piffero era rotto e l’incantesimo era sparito, ma aveva voluto togliersi lo sfizio di mostrare che era ancora un bravo “showman”. Il Paese, che aveva capito la lezione del Signor Spread,  si era divertito alle “gag” del pifferaio  ma non aveva abboccato alle  sue false promesse.
 Inoltre in quei giorni era arrivato anche uno straniero,  Mr. Fact Checker  (Il controllore dei fatti) che, d’ora innanzi, avrebbe verificato puntualmente tutte le dichiarazioni dei leader confrontandole con le loro  azioni successive e avrebbe pubblicato i  risultati sui principali quotidiani, mettendo in evidenza le bugie e smascherando chi le raccontava.
In alcuni paesi nordici, dove Mr . Fact Checker  lavorava da molto tempo, i pifferai – che pure da quei Paesi provenivano -  erano totalmente scomparsi.
E questo felice destino si realizzò anche nel Bel Paese dove le persone avevano ormai gli occhi ben aperti e non credevano più alle facili illusioni”.
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Se la favoletta vi è piaciuta fatela circolare , segnalando a chi può essere interessato il link per accedere al blog.

sabato 12 gennaio 2013

Cosa dice Stefano Fassina


Dato che non condivido l'invito fatto da Monti a Bersani di “silenziare” l’ala sinistra del suo partito, mi  sembra opportuno far conoscere ai miei lettori cosa pensa e dice Sfefano Fassina, Responsabile economico del PD, che di tale ala è l’esponente più rappresentativo.
Pubblico, pertanto un’intervista comparsa su  La Stampa, e ripresa dalla newsletter online ”Zibaldone “ con l’ introduzione di Lorenzo Borla, autore della  predetta newsletter. 
Come si può vedere dal testo, la posizione di Fassina è tutt’altro che estremista ma non è
condivisibile, a mio avviso, perchè è basata su un approccio keynesiano, che consiste nell’aumentare la spesa pubblica per rilanciare l’economia.  Come sanno i miei lettori abituali, io critico tale approccio non perché sia sbagliato, ma perché lo ritengo inapplicabile nelle attuali circostanze. La dottrina economica di John Maynard Keynes, il grande economista inglese del secolo scorso, è stata determinante per superare la terribile crisi finanziaria del 1929, ma allora il debito pubblico era una frazione del Pil.  Oggi, con debiti pubblici che spesso lo superano e talvolta ne sono un multiplo, quella ricetta è destinata a produrre effetti disastrosi. Gli Stati Uniti, che la stanno applicando, con deficit annuale superiore al 10% del Pil e  un debito pubblico che ormai lo ha sorpassato ( per non parlare del debito privato, che è drammaticamente alto), stanno mettendo le basi per una crisi sistemica  mondiale di proporzioni mai viste. Tale crisi potrà essere prevenuta solo se gli Stati Uniti  smetteranno di rinviare, stampando moneta, la soluzione dei loro gravi problemi,  messi in evidenza dallo shock immobiliare e finanziario del 2008/2009,  e accetteranno di fare sacrifici analoghi a quelli che stanno facendo i Paesi europei per riportare i conti in ordine e ridurre il debito pubblico e privato. 

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Il principale terreno di confronto fra destra e sinistra in questo momento è rappresentato dalle misure per uscire dalla crisi. Semplificando: rigore e austerità da una parte, sviluppo e crescita dall'altra. Ovvero, posizioni liberiste da una parte, posizioni keynesiane dall'altra. Cosa vuol dire? Come operi il liberismo di Monti lo abbiamo visto in azione. Adesso Monti nella sua agenda concede qualcosa, tagli alle tasse sul lavoro contro riduzione di spese, a saldi invariati. Invece, cosa vogliono i keynesiani? Piuttosto che dare una risposta generica, viene comoda una intervista a Stefano Fassina, capofila dei keynesiani del Pd,  pubblicata su “La Stampa”.

Stefano Fassina, il governatore della Banca d’Italia sostiene che bisogna mantenere la barra dritta sull'austerità. Lei come risponde? <Se toccherà a noi, rispetteremo tutti gli impegni sottoscritti dall’Italia, come abbiamo sempre fatto. Rispetteremo anche quelli sbagliati e irrealistici come il pareggio dei bilancio del 2013 preso dal governo Berlusconi; Ma viene da chiedere se l'austerità è un fine o un mezzo>.  È un fine per alleggerire le finanze pubbliche e liberare risorse per la crescita, ovviamente nel lungo termine: <Io ho grande stima e riconoscenza per il lavoro della Banca d'Italia. Ma come ha messo in evidenza in modo inequivocabile il Fondo monetario, nei paesi europei dove è stata applicata, l’austerità ha aggravato i debiti pubblici. Purtroppo il moltiplicatore, sempre secondo il Fondo, che in questo caso lavora al contrario e produce effetti recessivi, è stato tre volte quello indicato dalla Banca d'Italia>.

Sta dicendo che la Banca d'Italia sbaglia le previsioni? <Veramente le stanno sbagliando tutti, la Commissione Ue, l’Ocse, e anche lo stesso Fondo monetario, che  peraltro è l'unico che ha fatto un mea culpa. È difficile fare attualmente stime sugli effetti del risanamento> Quindi cosa propone? <Ritengo l'analisi di Visco ancora incompleta, non soltanto perché sottovaluta gli effetti negativi dell’austerità, ma anche perché trascura la necessità del sostengo alla domanda, come condizione necessaria per rianimare la crescita>. Visco veramente sostiene che bisogna riordinare la spesa pubblica e trovare lo spazio per ridurre il peso fiscale, per spingere la domanda. <La verità è che l'attuale politica economica impedisce una crescita in grado di riassorbire la disoccupazione. Noi del Pd ci impegneremo, insieme alle forze progressiste europee,  per cambiare rotta e sostenere la domanda interna. La priorità oggi è la domanda. L'attuale quadro di politica macroeconomica inibisce una crescita in grado di riassorbire la disoccupazione>.

Il governatore suggerisce di rimuovere gli ostacoli per le imprese. <Questa azione sarebbe totalmente insufficiente, bisogna sostenere la domanda europea, pubblica e privata. Ampliando gli spazi per togliere le infrastrutture dal computo del deficit. E ridistribuendo il reddito verso il basso>. II Pd ogni tanto tira fuori la stona della patrimoniale. Non le sembra che gli italiani siano abbastanza tartassati dalle tasse? <Siamo stati sempre chiari sull'imposta patrimoniale: sarebbe limitata ai grandi patrimoni personali e finalizzata a ridurre le imposte sui redditi delle famiglie e delle imprese. La stessa Banca d'Italia, nel rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane di qualche giorno fa, ha certificato ancora una volta che da noi le ricchezze sono molto mal distribuite. Si tratta di ristabilire un po' di equità>.


sabato 5 gennaio 2013

Come migliorare l'agenda Monti


Nel rispondere a  vari commenti relativi al post del 27 dicembre (“ Agenda Monti: occorre una lista unica “ ),  ho sostanzialmente affermato che l’Agenda è largamente condivisibile ma che i buoni propositi che contiene non sono  espressi con obiettivi semplici e verificabili, condizione necessaria affinchè gli elettori  possano giudicare l’operato del futuro governo, qualora fosse presieduto da Monti.
 Un  analogo orientamento lo si trova nella parte conclusiva dell’editoriale di Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera del 31 dicembre, dove  gli autori fanno un’affermazione che condivido   “ ..,. l’agenda che Mario Monti propone agli italiani avrebbe dovuto indicare un obiettivo per la riduzione del rapporto fra spesa pubblica e Pil da attuarsi nella prossima legislatura”. Ci vorrebbe quindi un dato numerico preciso e un arco temporale in cui attuarlo, indicando poi i modi per conseguirlo.
Un esempio concreto di obiettivo ben formulato è il seguente, tratto dal programma del Movimento “Fermare il declino “(www.fermareildeclino.it)   in cui si indicano anche le modalità per conseguirlo:
Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione).
Circa i  citati costi della politica,  che sono il tema più sentito dagli elettori,  lAgenda Monti si esprime con grande chiarezza, proponendo:
la drastica riduzione dei contributi pubblici anche indiretti ai partiti e ai gruppi parlamentari e d ei rimborsi elettorali, con lintroduzione di una disciplina di trasparenza dei bilanci con la perfetta tracciabilità sei finanziamenti privati e una soglia massima per gli stessi contributi. 
Sarebbe opportuno tradurre anche  tale orientamento in uno specifico obiettivo numerico; ad esempio. ridurre del 75% i contributi pubblici anche indiretti ai partiti.  Come ho spiegato nella lettera indirizzata a Bersani, visibile cliccando sul seguente link:
la misura da lui proposta del 50% non è  infatti sufficiente.
I miei lettori abituali sanno peraltro  che   lobiettivo da me preferito  sarebbe la cancellazione totale dei contributi pubblici e il ricorso ai soli finanziamenti privati, magari consentendo di utilizzare l8 per mille dei redditi  Irpef a questo scopo.
Con le predette proposte ho implicitamente fatto riferimento ad un grande pregio dellAgenda, cioè di essere stata concepita come  primo contributo ad una riflessione aperta ,  come recita il sottotitolo della stessa,  cioè come uno strumento al cui perfezionamento possono contribuire tutti i cittadini. Al fine di rendere possibile  tale partecipazione è stato aperto, dalla sezione emiliana del Movimento Verso la Terza Repubblica,  che fa parte della coalizione per Monti, un apposito sito visibile cliccando sul seguente link:


Invito i lettori del blog a visitare il sito e, se lo ritengono opportuno, a partecipare con le loro idee.
Oltre alle precedenti segnalazioni, che sono prevalentemente di metodo, vorrei  ora soffermarmi su alcuni specifici aspetti di contenuto:

-         Scuola e Università:  lAgenda  dice giustamente che esse  sono le chiavi per far ripartire il Paese e renderlo più capace di affrontare le sfide globalie aggiunge la priorità nei prossimi cinque anni è fare un piano di investimenti in capitale umano. Quando si  metterà mano a questo piano, non si dovrà dimenticare  lassoluta necessità – già espressa da  precedenti Governi ma non attuata -  di un forte investimento  per rendere possibile, nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, linsegnamento della lingua inglese, strumento imprescindibile per operare sui mercati internazionali e per  interagire con altri Paesi e culture.
Ciò è soprattutto rilevante per costruire la casa comune europea e, pertanto, dovrebbe essere oggetto anche di iniziative in campo comunitario tendenti a favorire lapprendimento di questa lingua di servizio in tutta  lunione europea.

-         Occupazione giovanile:   bisogna sviluppare una strategia integrata  a doppia leva. Favorire, da un lato, le imprese che assumono giovani  ( considerando tali le persone fino ai 35 anni di età) ma soprattutto puntare fortemente sullo sviluppo del lavoro autonomo  (  manuale, intellettuale e imprenditoriale ) perché la richiesta di lavoratori dipendenti è destinata comunque a decrescere percentualmente  in futuro. Le iniziative previste dallAgenda per le start upsono positive e andrebbero fortemente sviluppate: possono essere la base per un nuovo Rinascimento.

-         Immigrazione: il tema non è stato trattato finora nellAgenda, ma  ciò andrebbe  fatto trattandosi di un fenomeno rilevante, da un punto di vista demografico ed economico, per la crescita del Paese. E necessario prevedere unimpostazione inclusiva, che favorisca  lintegrazione degli immigrati  nel contesto socioculturale italiano e il rispetto, da parte loro,  delle regole di civile convivenza della nostra comunità.

Faccio a tutti i lettori vivissimi auguri per  lanno appena iniziato, auspicando che la partecipazione dei cittadini al dibattito  sui programmi  e al controllo della loro attuazione. possa portare a un deciso miglioramento della politica e delle sorti del Paese.

martedì 1 gennaio 2013

Agenda Monti e processo d'integrazione europea

Recentemente si è unito ai lettori del blog Unberto Burani, esperto di questioni europee, a Bruxelles per 26 anni, prima come Segretario generale della federazione bancaria europea (membro italiano l’ABI) e per 16 anni Consigliere e Presidente di Sezione del Comitato economico e sociale europeo. In qualità di rappresentante e portavoce delle banche commerciali europee ha avuto frequenti e continui rapporti con Monti, prima Commissario alle Istituzioni finanziarie e poi alla Concorrenza. Unberto si è gentilmente offerto di collaborare al blog.
Gli ho quindi scritto:
Sarebbe molto utile un tuo contributo, da pubblicare come post, sull'impegno europeo contenuto nell'Agenda Monti: ho letto un interessante, ma non del tutto condivisibile,  articolo di Barbara Spinelli su La Repubblica  del 27 dicembre in cui  l'agenda è criticata perchè "manca il riconoscimento che stiamo vivendo una crisi economica, politica, sociale dell'Unione intera ( una crisi sistemica) che non si supera limitandosi a far bene, ciascuno per proprio conto, i "compiti a casa" come prescrive l'ortodossia tedesca.. Nella storia americana: Alexander Hamilton ebbe a un certo punto questa presa di coscienza e decise che il potere sovranazionale si sarebbe fatto carico dei singoli debiti, e fece nascere dalla Confederazione di Stati semi-sovrani una federazione dotata di risorse tali da garantire, solidalmente, una più vera unità".
La posizione della Spinelli mi lascia perplesso per due motivi: la "socializzazione" del debito dei singoli stati, per la quale non mi sembrano esserci attualmente le condizioni e il problema delle risorse necessarie per una politica  europea volta alla crescita (un nuovo New Deal) che la Spinelli propone di trarre dalla Tobin Tax sulle transazioni finanziarie e dalla Carbon tax sull'inquinamento, sul cui potenziale gettito ho qualche dubbio.

A questa mia richiesta Unberto ha risposto con le seguenti stimolanti riflessioni, che mettono in evidenza la complessità del processo d’integrazione europeo, la diversità fra tale contesto e la realtà americana e la piena conoscenza che ha Monti delle variabili in gioco:

“Circa l'articolo di Barbara Spinelli, capîsco le sue perplessità, ma non riesco a condividerle: non perché non siano fondate, ma perché mancano, a mio avviso, di una considerazione realistica delle ragioni profonde della mancanza di solidarietà intra-europea, e quindi dei compiti a casa piuttosto che gli esami di gruppo. La collaborazione fra gli Stati membri dell'Unione europea è  sbandierata, e in qualche campo realizzata sia pure con molte riserve, ogni volta che i capi di Stato si riuniscono; ma quando si tratta di economia tutti si chiudono a riccio nei propri egoismi nazionali.
La creazione della moneta unica aveva offerto un ottimo appiglio per creare, se non proprio un'unione delle econonomie, almeno un governo economico di Eurolandia; fu una possibilità appena ventilata e presto seppellita. L'opposizione (sotterranea, mai del tutto esplicita) a questa idea veniva un po' da tutti, ma principalmente dalla Francia e dalla Germania: la Francia perché gelosa dei suoi poteri che mai acconsentirebbe a dividere con altri, la Germania per il timore di veder diminuire il suo potere di fatto in campo politico – e naturalmente anche economico. Oggi il panorama economico, e le motivazioni, sono cambiati ma le posizioni sono le stesse; e non si vede come possano cambiare, almeno nel prossimo futuro.
E veniamo cosi' ai veri motivi della mancanza di collaborazione, o di "europeismo", per dirla con una parolone: motivi che sono alla base di una politica ove ciascuno prende le sue decisioni, salvo evocare ad ogni riunione a Bruxelles la necessità di solidarietà. La BCE con Draghi fa del suo meglio e la Commissione ce la mette tutta, ma la prima non ha poteri in campo economico e la seconda ha ambizioni ma non "veri" poteri. I motivi sono diversi e multiformi, ma non mi pare abbia senso evocare la storia americana come termine di riferimento.
La storia dell'America ci racconta di popoli di etnie le più disparate, con storie, tradizioni, sistemi sociali diversi, riuniti in un crogiuolo che li ha integrati facendo nascere, nel tempo, un forte sentimento nazionalista, o meglio una forte coscienza patriottica. I nuovi arrivati si erano inseriti in un ambiente dove per vivere era necessario parlare la lingua di coloro che già erano sul posto; moltissimi avevano conservato le loro tradizioni, e spesso anche la loro lingua d'origine, ma il collante che permetteva a tutti di comunicare e di essere partecipi alla nascita della nazione era la lingua comune, l'inglese. Non cadremo nel tranello del semplicismo dicendo che gli Stati Uniti si sono creati attraverso la lingua comune, ma è certamente vero che la loro creazione non sarebbe stata possibile se le differenti etnie non avessero avuto un modo di parlarsi, di conoscersi, di sentirsi membri di una stessa comunità.
L'Europa è stata fatta su basi totalmente diverse, tali da far dubitare della possibilità di arrivare mai a costituire un'entità paragonabile a quella americana: a sessant'anni dalla sua creazione, l'Unione europea ha sistemi di governo e di governance diversi, economie diversamente orientate a seconda dei sistemi politici, politiche interne ed estere profondamente differenti, e ventidue lingue diverse (fra qualche giorno 23): una diversità che crea lavoro – e costo di denaro pubblico - per diverse decine di migliaia di traduttori ed interpreti. Ogni paese, per quanto piccolo, difende tenacemente la propria lingua, evocando un principio che è politicamente scorretto contestare, secondo il quale la diversità delle lingue è la ricchezza dell'Europa. Si evoca la difesa della cultura, come se il parlare un'altra lingua indebolisse la cultura nazionale. Si dimenticano peraltro gli enormi costi del multilinguismo, i ritardi nella produzione di documenti, le perdite di tempo e gli equivoci causati da traduzioni o interpretazioni improprie o imprecise; ma qui dobbiamo puntare il dito sul danno maggiore, costituito dall'ostacolo all'integrazione dei popoli nel senso evocato da Alexander Hamilton (che, non a caso, era Segretario al Tesoro).
Fino a che i popoli d'Europa si parleranno attraverso interpreti, fino a che i danesi non potranno vedere né capire i telegiornali spagnoli, fino a che per conoscere un altro popolo dovremo leggere solo quello che ci propinano i nostri media, nessun sentimento comune di "europeità" potrà mai nascere. Trent'anni di vita in  un ambiente europeo mi permettono di sostenere con energia questo assunto, e avrei prove concrete a iosa da citare checchè ne dicano i politici, gli europeisti snob, gli idealisti di un'Europa che ancora non esiste e che mai esisterà fino a che essi continueranno a far danni. E, giusto per essere chiaro, la lingua comune è l'inglese, piaccia o non piaccia.
A questo punto possiamo deprecare con Barbara Spinelli i "compiti a casa", ma possiamo capirne la ragioni profonde: non è che Monti né gli altri non vedano la crisi sistemica dell'Europa, né che ignorino la necessità di soluzioni da "Europa unita": è solo che i popoli non vogliono: non vogliono pagare per gli altri, non vogliono che altri si impiccino dei fatti loro, non vogliono sottostare a regole stabilite da altri o di comune accordo. Vogliono pero', quando fa comodo, solidarietà, collaborazione, aiuto. Quando parlo di "popoli" parlo di comunità nazionali che votano: e un governo per rimanere in piedi ha bisogno di consensi, cioè di appagare le istanze che vengono da una maggioranza. Il risultato è che la signora Merkel ha magari tutte le buone intenzioni ma il suo popolo ne ha altre e lei deve tenerne conto, le piaccia o no. Ed è anche la ragione per cui Monti ha dovuto accettare la Tobin tax perché piace a tanti italiani (ma anche come compenso per l'appoggio  ricevuto dal signor Hollande) malgrado sapesse, da economista e da studioso, che è difficile immaginare una legge altrettanto autolesionista e dannosa per tutti. Ci sono altri "perchè", Carbon tax e via dicendo, ma chiudiamo li' per il momento.
Per chi crede nell'Europa tutto questo è motivo di frustrazione, ma non per questo bisogna perdere le speranze in un futuro migliore: se guardiamo indietro di sessant'anni e consideriamo quello che oggi abbiamo, dobbiamo riconoscere che l'Europa ha fatto enormi progressi, e altri ne farà – anche se ad un passo più lento di quello che ci piacerebbe. "Qualunque sia alla fine il destino…dell'Unione europea come la conosciamo, il problema (dei sacrifici in termini di sovranità nazionale, NdR) resterà ineludibile…il bisogno di unità sopravviverà a tutte le vicissitudini, ai fallimenti provvisori e ad eventuali passi indietro"; un bel messaggio di ottimismo, ma anche la prova che i problemi Monti li conosce, eccome. Ho citato dal suo libro, "La democrazia in Europa", pagina 91”.

giovedì 27 dicembre 2012

Agenda Monti: occorre una lista unica


Il dado è tratto: con il suo tweet di Natale  Monti è  “salito in politica”  col motto “ lamentarsi non serve, spendersi sì” e non ha imbarcato i voltagabbana, come auspicato nel mio post precedente.
E’ una scelta coraggiosa perché Monti non può contare su una propria  base elettorale di partenza, ma soltanto sulla volontaria adesione alla sua agenda di forze politiche e sociali variegate e deve sperare che la sua scelta di rivolgersi con chiarezza ai cittadini, già provati dalla politica di rigore, si riveli vincente, malgrado egli non li lusinghi con facili promesse.
D’altronde non è più tempo di facili promesse. In un recente sondaggio, il Corriere della sera ha chiesto ai suoi lettori se avesse ragione Berlusconi proponendo di eliminare l’IMU e ridurre la pressione fiscale : il 90% ha detto di no. Ciò segnala una diffusa consapevolezza che la demagogia ci porterebbe definitivamente alla rovina e che il difficile percorso di risanamento delle finanza pubbliche intrapreso dal Governo tecnico deve essere proseguito dal governo politico che gli succederà, in quanto il peso del nostro debito non consente cedimenti.
Scrivevo al riguardo in un post precedente (“La Grande coalizione” del 24 luglio 2012) quanto segue:
“Il rientro da una follia collettiva che è durata oltre 30 anni richiederà necessariamente tempi lunghi ed un assetto politico ben diverso da quello che ci ha portato sull'orlo del baratro. Invece di una lotta politica apparentemente esasperata sul proscenio e totalmente disattesa dietro le quinte, occorrerà un approccio meno demagogico e  più trasparente, capace di dire ai cittadini la verità: i sacrifici da fare saranno ancora molti e per molto tempo perchè il nostro Paese ha vissuto troppo a lungo al di sopra dei propri mezzi. Solo un doloroso ma salutare rigore ci porterà a risorgere.
Monti è stato criticato per aver detto che "il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni", ma io sono d'accordo con lui.
Abbiamo bisogno di statisti.”

La sfida che Monti ha lanciato alle forze politiche è  proprio da statista: uscire dalla logica del consenso a breve termine, ottenuto invariabilmente a carico del debito pubblico e, quindi, delle prossime generazioni, per costruire un consenso sulle scelte di lungo termine necessarie a riacquistare competitività e peso internazionale e garantire un futuro ai giovani. Per fare ciò ha stabilito dei “paletti” all’interno dei quali dovrebbero  porsi i partiti per poter credibilmente competere per la guida del Paese. Cito, a questo proposito due articoli: il primo di Maurizio Ferrera sul Corriere del 24 dicembre:

“Il Presidente del Consiglio non lo ha detto esplicitamente, ma ha fatto capire che c’è una “Cornice Monti” e, al suo interno, una più specifica “agenda”. La cornice definisce un perimetro di ragionevolezza programmatica di base e comprende essenzialmente due elementi: il rispetto del quadro di riferimento europeo…..e……..il mantenimento dell’IMU ….perchè è diventata un simbolo di serietà fiscale e di impegno al risanamento.”

Il secondo di Massimo Giannini su La Repubblica del 24 dicembre:

“Da ieri il quadro politico è già cambiato……….grazie a Monti il bipolarismo italiano è già diverso da quello che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni. Con la definitiva esclusione della destra forza-leghista dal perimetro della governabilità, cade quella “anomalia necessaria”che ha giustificato le Larghe intese di un anno fa”.

Naturalmente ora la parola spetta agli elettori: se premieranno la forza politica che si sta costruendo in relazione all’ “agenda Monti” e confermeranno quanto i sondaggi dicono circa il successo del PD, si porranno le basi per un nuovo contesto politico in cui competeranno per il governo del Paese una forza politica di centrosinistra ed una di centro, in attesa che in futuro anche la destra possa porsi all’interno del “perimetro di ragionevolezza programmatica” citato in precedenza, dal quale si è autoesclusa a seguito delle posizioni massimaliste assunte.
Per il successo della formazione di centro è però indispensabile la costituzione di una Lista unica, non solo al Senato dove essa è imposta dai meccanismi elettorali del “porcellum”, ma anche alla Camera, dove c’è più libertà di azione. Le resistenze alla lista unica vengono, in parte,  dall’UDC e da FLI  che vorrebbe mantenere la possibilità di scegliere i propri candidati e, in parte, da Italia Futura che non vorrebbe confondersi con i partiti tradizionali della coalizione.
Queste resistenze devono comunque essere superate perché solo un’identità forte e visibile del Centro può sperare di attrarre il voto degli indecisi e di coloro che sono propensi ad astenersi dal voto, nonché  di coloro che sono insoddisfatti delle posizioni assunte dai loro partiti di riferimento. Su questo punto non vi possono essere tentennamenti e non credo che Monti li avrà.


lunedì 17 dicembre 2012

Monti non imbarchi i voltagabbana

Stiamo assistendo in questi giorni a un vero e proprio "teatro dell'assurdo": dopo aver fatto cadere il Governo Monti usando, fra l'altro, espressioni molto offensive nei suoi confronti e critiche pesantissime sull'operato del Governo, al quale avevano dato peraltro supporto per quasi un anno, molti esponenti del PDL, Berlusconi in testa, si stanno spendendo in sperticate lodi del Presidente del Consiglio che viene da loro visto come l'unico in grado di "unificare tutti i moderati".
A parte il fatto che non si vede cosa vi sia di moderato nel PDL, a partire dalle tristi vicende personali del suo leader, che ha pensato tardivamente di scusarsi, addossando però la colpa delle sue " allegre serate" alla magistratura che gli avrebbe teso una trappola, è chiaro che, se Monti, presentando la sua "agenda" ai partiti, accettasse davvero il supporto di chiunque, anche di chi lo ha affossato, non farebbe molta strada e offrirebbe un incredibile "assist" al Movimento 5 Stelle.

Il PDL darebbe davvero segno di moderazione se la smettesse una buona volta di "prendere per i fondelli" i suoi stessi (ex?) elettori con le solite vacue promesse di eliminare l'IMU e di ridurre le tasse di un punto all'anno e si rendesse conto che, per riscattarsi dei danni prodotti, deve mettere in conto di "saltare un giro".
E'chiaro che i cittadini, anche coloro che in passato hanno, in una o più occasioni, dato fiducia al Cavaliere, non sono più disposti ad accettare le sue illusorie affermazioni ( ad esempio, l'ormai mitica negazione della crisi "perchè i ristoranti sono pieni") e quelle dei suoi epigoni: trattare i cittadini come "minus habens" non porterà certo fortuna elettorale al PDL.
Cito dall'interessante editoriale odierno di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera un caso emblematico della schizofrenia in atto nel PDL:

"Monti è ok, la sua agenda è la nostra": parola di Renato Brunetta. Chi ieri ha letto questo tweet dell'ex Ministro della Funzione Pubblica si dev'essere chiesto se l'ha scritto lo stesso Brunetta che soltanto quattro giorni prima rivendicava sul Corriere di aver convinto Berlusconi a staccare la spina. " Sostenere Monti non è stato solo una cosa assolutamente sbagliata, ma anche spaventosamente negativa per il PDL e per l'Italia", sentenziava Brunetta.

Dato che Monti ha chiesto agli Italiani di fare grossi sacrifici per salvare il Paese dal default e molti hanno, sia pure con fatica, accettato la drastica cura dell'austerità, il requisito minimale che deve essere soddisfatto da chiunque aspiri ad un ruolo politico significativo nella prossima legislatura è la serietà: chi, come gli esponenti citati e molti altri, continua a dare pessima prova di sè cercando di "imbrogliare le carte", non può far parte , ad alcun titolo, di una futura coalizione di governo.

Se il Presidente del Consiglio passasse sopra al requisito predetto, metterebbe a serio repentaglio la sua indubbia credibilità e la sua possibilità di riconferma e vedrebbe necessariamente crescere la massa di coloro che intendono contestare radicalmente il presente, screditato sistema politico.





giovedì 6 dicembre 2012

Lettera a Bersani sul finanziamento ai partiti

Milano, 6 dicembre 2012

All’Onorevole
Pier Luigi Bersani

p.c.:
Direttori dei maggiori quotidiani:
Mario Calabresi – La Stampa
Ferruccio De Bortoli – Corriere della Sera
Ezio Mauro – La Repubblica

Oggetto: finanziamento ai partiti

Onorevole Bersani,
desidero anzitutto farLe vivi complimenti per la netta vittoria alle primarie del centrosinistra, che rafforza le Sue legittime aspettative di concorrere con successo alla leadership del Paese, in occasione delle prossime elezioni politiche.
Ritengo, come molti lettori del mio blog  e, credo, gran parte dei cittadini, che il futuro capo del Governo debba soddisfare anzitutto il requisito di rispettare la volontà degli elettori.
Sul tema del finanziamento ai partiti gli elettori si sono inequivocabilmente espressi, nel 1993, tramite un referendum che, con oltre il 90% dei voti, lo ha cancellato
Già otto mesi dopo tale evento i partiti, senza eccezioni, hanno approvato in Parlamento nuove norme che ripristinavano le erogazioni, chiamandole furbescamente “ rimborsi elettorali”. Non mi dilungo sulla questione, che Lei conosce bene, e mi limito ad aggiungere che i ripetuti aumenti di tali elargizioni hanno messo a disposizione dei partiti, non solo quelli attivi ma anche quelli defunti, somme spropositate che sono state l’occasione e lo stimolo del diffuso malaffare che abbiamo rilevato, soprattutto negli ultimi tempi, dalle cronache politiche e giudiziarie.
A fronte di questa situazione riteniamo insoddisfacente la posizione da Lei assunta al riguardo durante il confronto televisivo con Matteo Renzi. Ho scritto, a tale proposito nell’ultimo post del mio blog ,quanto segue:



  Su quella base si può già trarre una conclusione: se al ballottaggio vincesse Bersani, che è favorevole  al finanziamento e propone un' insufficiente riduzione dello stesso, il PD dovrebbe essere bocciato, alle prossime consultazioni politiche, dagli elettori che considerano prioritario il tema in oggetto; se vincesse Renzi, che è favorevole alla cancellazione totale del finanziamento pubblico, anche per rispettare la volontà espressa dagli elettori nell'apposito referendum, dovrebbe essere promosso”

Desidero motivare tale conclusione dicendo che l’argomentazione centrale da Lei usata, per spiegare il suo orientamento favorevole al finanziamento pubblico, e cioè la necessità di “ non consentire solo ai ricchi di fare politica” , non regge. Infatti gli eletti  - da qualunque fascia sociale provengano - godono di retribuzioni e di privilegi notoriamente eccessivi  e quindi non hanno certamente problemi economici nello svolgimento della loro attività politica.
Se la Sua argomentazione intendeva invece esprimere la necessità di sostenere gli apparati di partito, l’ ammontare da Lei  ritenuto appropriato (la metà di quello attuale) è esorbitante, in quanto è comunque il doppio delle spese elettorali denunciate dai partiti, che sono state esposte, peraltro,  con grande larghezza e, spesso, senza pezze giustificative e senza alcun controllo.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che i partiti tradizionali sono fortemente sfidati dal Movimento 5 Stelle che, rinunciando totalmente ai finanziamenti pubblici e decurtando gli stipendi dei propri eletti,  ha dimostrato che tutti possono fare politica con risorse nettamente ridimensionate  rispetto a quelle correnti ed inoltre che, usando la Rete, i costi della politica possono essere ulteriormente ridotti. Se tale sfida non viene raccolta, una gran parte degli elettori sceglierà questa forza politica come unico modo per manifestare il proprio dissenso contro il “sistema”.
Avendo Lei recentemente dichiarato che il PD si propone un forte rinnovamento, in vista delle prossime scadenze elettorali, è essenziale che  ci si muova in tale direzione anche per il tema in oggetto, che è quello che sta maggiormente a cuore ai cittadini e che è per loro l’indicatore essenziale della credibilità delle forze politiche.
La invito, quindi, a riesaminare l’orientamento del partito nelle sedi opportune,  tenendo anche conto di quanto sostenuto da Matteo Renzi, in modo da proporre ai cittadini una soluzione che sia per loro allettante. Se il PD riuscisse in questo intento,  potrebbe riavvicinare alla politica molti elettori che ne sono attualmente disgustati.
Le segnalo che un lettore del mio blog ha dato un utile suggerimento che potrebbe essere la base  per la sostituzione del finanziamento pubblico con quello privato, che è la norma nelle attuali  democrazie occidentali più mature:  dare ai contribuenti la possibilità di destinare l’8 per mille del  loro reddito Irpef anziché genericamente allo Stato, a specifiche forze politiche. Questa soluzione presenta diversi vantaggi:
-       non aggiunge nuovi oneri ai contribuenti
-       permette di focalizzare meglio il loro contributo
-       sarebbe presumibilmente gradito alle forze politiche
-       istituirebbe una forma di finanziamento continuativa, cui potrebbero affiancarsi ulteriori contributi  privati volontari in occasione delle consultazioni elettorali
Il blog seguirà con attenzione le dichiarazioni che verranno fatte, su questo tema, da Lei e da altri esponenti del PD e altrettanto verrà fatto nei confronti delle altre forze politiche alle quali rivolgeremo, in forme analoghe,  la richiesta di una precisa presa di posizione sul finanziamento ai partiti.
Nel ringraziarLa della cortese attenzione e augurandole buon lavoro, Le porgo i più cordiali saluti.

Roberto Barabino

Blog “ La politica dei cittadini” – www.civicum.blogspot.it