Recentemente si è unito ai lettori del blog Unberto Burani, esperto di questioni europee, a Bruxelles per 26 anni, prima come Segretario generale della federazione bancaria europea (membro italiano l’ABI) e per 16 anni Consigliere e Presidente di Sezione del Comitato economico e sociale europeo. In qualità di rappresentante e portavoce delle banche commerciali europee ha avuto frequenti e continui rapporti con Monti, prima Commissario alle Istituzioni finanziarie e poi alla Concorrenza. Unberto si è gentilmente offerto di collaborare al blog.
Gli ho quindi scritto:
“Sarebbe molto utile un tuo contributo, da pubblicare come post, sull'impegno europeo contenuto nell'Agenda Monti: ho letto un interessante, ma non del tutto condivisibile, articolo di Barbara Spinelli su La Repubblica del 27 dicembre in cui l'agenda è criticata perchè "manca il riconoscimento che stiamo vivendo una crisi economica, politica, sociale dell'Unione intera ( una crisi sistemica) che non si supera limitandosi a far bene, ciascuno per proprio conto, i "compiti a casa" come prescrive l'ortodossia tedesca.. Nella storia americana: Alexander Hamilton ebbe a un certo punto questa presa di coscienza e decise che il potere sovranazionale si sarebbe fatto carico dei singoli debiti, e fece nascere dalla Confederazione di Stati semi-sovrani una federazione dotata di risorse tali da garantire, solidalmente, una più vera unità".
La posizione della Spinelli mi lascia perplesso per due motivi: la "socializzazione" del debito dei singoli stati, per la quale non mi sembrano esserci attualmente le condizioni e il problema delle risorse necessarie per una politica europea volta alla crescita (un nuovo New Deal) che la Spinelli propone di trarre dalla Tobin Tax sulle transazioni finanziarie e dalla Carbon tax sull'inquinamento, sul cui potenziale gettito ho qualche dubbio.
A questa mia richiesta Unberto ha risposto con le seguenti stimolanti riflessioni, che mettono in evidenza la complessità del processo d’integrazione europeo, la diversità fra tale contesto e la realtà americana e la piena conoscenza che ha Monti delle variabili in gioco:
“Circa l'articolo di Barbara Spinelli, capîsco le sue perplessità, ma non riesco a condividerle: non perché non siano fondate, ma perché mancano, a mio avviso, di una considerazione realistica delle ragioni profonde della mancanza di solidarietà intra-europea, e quindi dei compiti a casa piuttosto che gli esami di gruppo. La collaborazione fra gli Stati membri dell'Unione europea è sbandierata, e in qualche campo realizzata sia pure con molte riserve, ogni volta che i capi di Stato si riuniscono; ma quando si tratta di economia tutti si chiudono a riccio nei propri egoismi nazionali.
La creazione della moneta unica aveva offerto un ottimo appiglio per creare, se non proprio un'unione delle econonomie, almeno un governo economico di Eurolandia; fu una possibilità appena ventilata e presto seppellita. L'opposizione (sotterranea, mai del tutto esplicita) a questa idea veniva un po' da tutti, ma principalmente dalla Francia e dalla Germania: la Francia perché gelosa dei suoi poteri che mai acconsentirebbe a dividere con altri, la Germania per il timore di veder diminuire il suo potere di fatto in campo politico – e naturalmente anche economico. Oggi il panorama economico, e le motivazioni, sono cambiati ma le posizioni sono le stesse; e non si vede come possano cambiare, almeno nel prossimo futuro.
E veniamo cosi' ai veri motivi della mancanza di collaborazione, o di "europeismo", per dirla con una parolone: motivi che sono alla base di una politica ove ciascuno prende le sue decisioni, salvo evocare ad ogni riunione a Bruxelles la necessità di solidarietà. La BCE con Draghi fa del suo meglio e la Commissione ce la mette tutta, ma la prima non ha poteri in campo economico e la seconda ha ambizioni ma non "veri" poteri. I motivi sono diversi e multiformi, ma non mi pare abbia senso evocare la storia americana come termine di riferimento.
La storia dell'America ci racconta di popoli di etnie le più disparate, con storie, tradizioni, sistemi sociali diversi, riuniti in un crogiuolo che li ha integrati facendo nascere, nel tempo, un forte sentimento nazionalista, o meglio una forte coscienza patriottica. I nuovi arrivati si erano inseriti in un ambiente dove per vivere era necessario parlare la lingua di coloro che già erano sul posto; moltissimi avevano conservato le loro tradizioni, e spesso anche la loro lingua d'origine, ma il collante che permetteva a tutti di comunicare e di essere partecipi alla nascita della nazione era la lingua comune, l'inglese. Non cadremo nel tranello del semplicismo dicendo che gli Stati Uniti si sono creati attraverso la lingua comune, ma è certamente vero che la loro creazione non sarebbe stata possibile se le differenti etnie non avessero avuto un modo di parlarsi, di conoscersi, di sentirsi membri di una stessa comunità.
L'Europa è stata fatta su basi totalmente diverse, tali da far dubitare della possibilità di arrivare mai a costituire un'entità paragonabile a quella americana: a sessant'anni dalla sua creazione, l'Unione europea ha sistemi di governo e di governance diversi, economie diversamente orientate a seconda dei sistemi politici, politiche interne ed estere profondamente differenti, e ventidue lingue diverse (fra qualche giorno 23): una diversità che crea lavoro – e costo di denaro pubblico - per diverse decine di migliaia di traduttori ed interpreti. Ogni paese, per quanto piccolo, difende tenacemente la propria lingua, evocando un principio che è politicamente scorretto contestare, secondo il quale la diversità delle lingue è la ricchezza dell'Europa. Si evoca la difesa della cultura, come se il parlare un'altra lingua indebolisse la cultura nazionale. Si dimenticano peraltro gli enormi costi del multilinguismo, i ritardi nella produzione di documenti, le perdite di tempo e gli equivoci causati da traduzioni o interpretazioni improprie o imprecise; ma qui dobbiamo puntare il dito sul danno maggiore, costituito dall'ostacolo all'integrazione dei popoli nel senso evocato da Alexander Hamilton (che, non a caso, era Segretario al Tesoro).
Fino a che i popoli d'Europa si parleranno attraverso interpreti, fino a che i danesi non potranno vedere né capire i telegiornali spagnoli, fino a che per conoscere un altro popolo dovremo leggere solo quello che ci propinano i nostri media, nessun sentimento comune di "europeità" potrà mai nascere. Trent'anni di vita in un ambiente europeo mi permettono di sostenere con energia questo assunto, e avrei prove concrete a iosa da citare checchè ne dicano i politici, gli europeisti snob, gli idealisti di un'Europa che ancora non esiste e che mai esisterà fino a che essi continueranno a far danni. E, giusto per essere chiaro, la lingua comune è l'inglese, piaccia o non piaccia.
A questo punto possiamo deprecare con Barbara Spinelli i "compiti a casa", ma possiamo capirne la ragioni profonde: non è che Monti né gli altri non vedano la crisi sistemica dell'Europa, né che ignorino la necessità di soluzioni da "Europa unita": è solo che i popoli non vogliono: non vogliono pagare per gli altri, non vogliono che altri si impiccino dei fatti loro, non vogliono sottostare a regole stabilite da altri o di comune accordo. Vogliono pero', quando fa comodo, solidarietà, collaborazione, aiuto. Quando parlo di "popoli" parlo di comunità nazionali che votano: e un governo per rimanere in piedi ha bisogno di consensi, cioè di appagare le istanze che vengono da una maggioranza. Il risultato è che la signora Merkel ha magari tutte le buone intenzioni ma il suo popolo ne ha altre e lei deve tenerne conto, le piaccia o no. Ed è anche la ragione per cui Monti ha dovuto accettare la Tobin tax perché piace a tanti italiani (ma anche come compenso per l'appoggio ricevuto dal signor Hollande) malgrado sapesse, da economista e da studioso, che è difficile immaginare una legge altrettanto autolesionista e dannosa per tutti. Ci sono altri "perchè", Carbon tax e via dicendo, ma chiudiamo li' per il momento.
Per chi crede nell'Europa tutto questo è motivo di frustrazione, ma non per questo bisogna perdere le speranze in un futuro migliore: se guardiamo indietro di sessant'anni e consideriamo quello che oggi abbiamo, dobbiamo riconoscere che l'Europa ha fatto enormi progressi, e altri ne farà – anche se ad un passo più lento di quello che ci piacerebbe. "Qualunque sia alla fine il destino…dell'Unione europea come la conosciamo, il problema (dei sacrifici in termini di sovranità nazionale, NdR) resterà ineludibile…il bisogno di unità sopravviverà a tutte le vicissitudini, ai fallimenti provvisori e ad eventuali passi indietro"; un bel messaggio di ottimismo, ma anche la prova che i problemi Monti li conosce, eccome. Ho citato dal suo libro, "La democrazia in Europa", pagina 91”.